India. Le radici, i sogni, la strada percorsa e quella da percorrere

SAURO MEZZETTI
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La parola chiave del prossimo numero della rivista Arel è “futuro”. Parola impegnativa, nelle sue tante implicazioni e sfaccettature, che offre spunti a un ricco e variegato ventaglio di articoli. Qui di seguito anticipiamo uno di questi, ringraziando la direzione e la redazione di Arel per la gradita cortesia, che rinnova l’ormai consolidata collaborazione tra le due riviste.

Esiste una nozione ricorrente, un luogo comune, che l’India sarebbe un paese ancorato nel proprio passato, legato a una tradizione che sempre si ripete e il futuro quindi sarebbe privo di interesse. Si fa spesso l’esempio che nelle lingue indiane il termine che indica oggi e domani – kal – sia lo stesso a dimostrazione di come il tempo sia percepito con un carattere indistinto e ripetitivo. La cultura indiana ha, poi, una visione ciclica della storia (1), non ha un percorso lineare, non c’è una visione di progresso, semmai di declino, di decadenza da età migliori. C’è, inoltre una tendenza ad attribuire un eccessivo valore all’antichità; diverse correnti dell’archeologia e della storiografia indiana sono fortemente in polemica con la tradizione accademica prevalente che – secondo loro – cercherebbe di postdatare le realizzazioni della civiltà indiana. Si tende ad attribuire la produzione filosofica, poetica e letteraria a un passato ancora più remoto di quello già di per sé antichissimo attribuito dalla produzione scientifica corrente, che sarebbe condizionata da un pregiudizio occidentale e coloniale. L’antichità millenaria è un valore di per sé, ridurne l’entità rappresenta uno sminuimento, un tentativo di ricondurre la civiltà indiana entro i parametri della cronologia occidentale e inserirla in un contesto normalizzante, anziché riconoscerne l’originalità. 

Sarebbe tuttavia riduttivo ricondurre la percezione della cultura indiana rispetto al tempo come un semplice attaccamento e radicamento all’antichità. 

In Sanscrito esiste un termine per il futuro, bha-vis.yat, che significa letteralmente ciò che diverrà. Il tempo è l’ambito del divenire – dell’apparenza, della continuità, dell’estinzione – ed è in qualche modo una riduzione dell’essere che si esplica solo nell’Assoluto. La cultura indiana ha una forte tensione verso l’Assoluto che è atemporale, incorruttibile, imperituro. 

L’Assoluto rappresenta l’unità, il divenire rappresenta il molteplice. L’Assoluto risolve tutte le contraddizioni, unifica e sintetizza. Anche le distinzioni temporali scompaiono nell’Assoluto. Si potrebbe in qualche modo richiamare i versi di Eliot che fu fortemente influenzato dalle Upanishads indiane:

Tempo presente e tempo passato sono forse presenti nel tempo futuro, il tempo futuro è contenuto nel tempo passato. Se tutto il tempo è eternamente presente tutto il tempo non è riscattabile (2)

ma la vita e la storia si svolgono nel molteplice e quindi bisogna confrontarsi con il divenire e il tempo. 

Per questi motivi, nonostante la priorità per gli aspetti trascendentali, la cultura indiana è caratterizzata da una forte attenzione sociale. Nel sistema tradizionale hindu, il capofamiglia si dedica alla vita ascetica solamente dopo aver adempiuto agli obblighi per la propria famiglia e aver garantito il futuro della propria discendenza. 

Il futuro ha rappresentato un importante elemento di riflessione per i grandi pensatori dell’India Moderna, che avevano immaginato l’avvenire dell’India, nel periodo in cui avvenne una grande Rinascita culturale in risposta e reazione alla dominazione coloniale. Per il Mahatma Gandhi il futuro dell’India era il RamRajya, una società governata dall’autorità morale, dal rispetto di Dio, dalla non violenza, da un’economia basata sulle tecniche tradizionali anziché lo sfruttamento intensivo dell’uomo e della natura attuato dalla moderna industria e sulla solidarietà della comunanza di villaggio. 

Nonostante il rispetto che la visione di Gandhi evoca tutt’ora in India, la realtà è andata in altre direzioni. 

Altri pensatori hanno saputo cogliere maggiormente l’esigenza dell’India di attuare una rinascita che valorizzi la propria civiltà ma al tempo stesso sappia coniugarsi con le esigenze di avanzamento tecnologico e scientifico conseguito in Occidente. 

Francobolli commemorativi di Swami Vivekanada nel 150mo anniversario della sua nascita.

Narendranath Datta (1863-1902) conosciuto come Swami Vivekananda è noto soprattutto per il suo discorso al parlamento delle religioni di Chicago nel 1893 che pose all’attenzione del pubblico occidentale una visione riformata e attuale dell’hinduismo e al suo grande contributo alla diffusione della conoscenza del sistema Vedanta fuori dall’India. 

Vivekananda viaggiò in lungo e in largo per l’India, tenendo conferenze e cercando di imprimere la necessità di coniugare i conseguimenti spirituali della tradizione indiana con le nuove conquiste e tecniche materiali offerte dagli sviluppi del mondo contemporaneo. La sua visione per il futuro del paese era accompagnata anche da una forte tensione di rigenerazione morale e spirituale. 

Diede molta attenzione allo sviluppo dell’educazione, dando grande importanza anche alla formazione professionale non solo quella letteraria. Per Vivekananda era necessario elevare materialmente, e non solo spiritualmente, la gran massa della popolazione ancora arretrata e illetterata. La giustizia sociale era un valore essenziale nella sua visione del futuro della società indiana. 

Vivekananda fu tra i primi, o forse il primo, in India a fine Ottocento a definirsi socialista, anche se non si trattava di un socialismo marxiano, ma era la conseguenza di una visione spirituale che riconosceva l’umanità come una sola anima. Non predicava la lotta di classe, ma la fusione di tutte le classi e caste, se Dio risiede in ogni anima non ci possono essere caste, classi, padroni e schiavi. Sosteneva di essere socialista non perché ritenesse fosse un sistema perfetto ma perché

un mezzo boccone è sempre meglio che la mancanza di pane. Gli altri sistemi sono stati provati e non hanno funzionato. Proviamo questo nuovo sistema, se non altro per la novità della cosa. Una redistribuzione del dolore e del piacere è sempre meglio del fatto che siano sempre [subiti o goduti] dalle stesse persone.

Una sua pubblicazione – intitolata Io sono socialista – riprendeva in maniera originale la suddivisione tradizionale delle caste e le tendenze cicliche della storia indiana. L’umanità aveva assistito prima al dominio delle classi Brahminiche – quelle intellettuali e sacerdotali – poi di quelle militari e in seguito di quelle commerciali. Ora però era giunto il tempo dell’emancipazione della casta inferiore, quella degli Shudra, i lavoratori. Vikenanda previde, a fine Ottocento, che il futuro avrebbe riservato un grande rivolgimento e i lavoratori avrebbero governato in Russia, Cina e India.

Sri Aurobindo Ghosh

A differenza di Russia e Cina, l’India non ha conosciuto una rivoluzione marxista, tuttavia il Partito Comunista è stato a lungo influente nella vita politica indiana per buona parte del ventesimo secolo, e principi socialisti hanno ispirato la sua costituzione. Negli ultimi decenni poi la partecipazione delle caste arretrate al governo e all’amministrazione del paese è sempre cresciuta ed è predominante in molte regioni e molti settori. La visione del futuro dell’India in Sri Aurobindo Ghosh (1872-1950) assume una dimensione universale e internazionale. Agli inizi del ventesimo secolo fu uno dei leader del movimento di liberazione, prima dell’avvento di Gandhi, tra i primi a rivendicare l’indipendenza del paese. Nel 1910 si ritirò a Pondicherry, allora territorio francese, dove fondò un ashram e si dedicò a un’intensa attività di yoga, ricerca spirituale, poetica e letteraria. Fu candidato due volte al premio Nobel, per la letteratura nel 1943 e per la pace nel 1950. L’India celebra in questi mesi il suo centocinquantesimo anniversario.

In un messaggio rilasciato in occasione dell’Indipendenza dell’India, il 15 agosto 1947, descrisse cinque sogni in cui riponeva le sue speranze per il futuro dell’India e dell’umanità. Il primo era quello di un’India libera e unita che si era parzialmente realizzato, perché l’indipendenza era stata acquisita ma non ancora l’unità, visto che il paese era stato diviso in due stati, uno a maggioranza hindu e uno a maggioranza musulmana. Il secondo era la rinascita e la liberazione dei popoli dell’Asia e il suo ritorno a un grande ruolo nel progresso della civiltà umana. Infatti nel volgere di pochi anni l’Asia è stata liberata da ogni dominazione coloniale per divenire nei decenni seguenti uno dei centri mondiali di sviluppo economico e tecnico. Il terzo sogno era quello di un’unione mondiale che potesse formare le basi, di una vita per il genere umano più equa, luminosa e nobile. Sri Aurobindo vedeva nella costituzione delle Nazioni Unite che avveniva in quegli anni un inizio, seppure imperfetto, verso un processo di unificazione che era una necessità inevitabile della natura. Senza di essa la libertà dei piccoli paesi sarebbe stata costantemente in pericolo. Sri Aurobindo riteneva però che non fosse sufficiente un’unità esteriore, occorreva la crescita di uno spirito e una prospettiva internazionale in cui il nazionalismo dopo aver realizzato i suoi obiettivi originari, lasci da parte il suo carattere militante e ceda il posto a un interscambio e a una fusione volontaria delle culture, affinché un nuovo spirito di unità possa prendere piede nella specie umana. 

Un altro sogno era quello del dono della spiritualità indiana al mondo, che stava gradualmente entrando in Europa e America quando Sri Aurobindo comunicava questo messaggio. Si collegava in questo anche a un’aspirazione di Vivekananda che l’India diventasse Viswaguru, la guida spirituale dell’umanità. 

Il sogno finale, infine, era un passo avanti nell’evoluzione che potesse sollevare l’uomo a un livello di coscienza sempre più alto e iniziare a trovare soluzioni per i problemi che hanno vessato l’umanità sin dai primordi del pensiero e sognare la conquista di una perfezione individuale e una società perfetta. Si trattava di una speranza personale che, secondo Sri Aurobindo, cominciava a emergere nelle menti più avanzate sia in India che in Occidente e doveva procedere tramite una crescita dello spirito e della coscienza interiore. L’India  poteva prendere l’iniziativa, ma lo scopo di questo movimento doveva essere universale. 

In un discorso dello scorso marzo, il vicepresidente indiano M Venkaiah Naidu auspica un‘India che riscopra e coltivi un’istruzione viswaguru.

A oltre settant’anni dall’Indipendenza l’India è oggi un paese, con una popolazione giovane, che guarda con fiducia e ottimismo al suo futuro. Nonostante sia un paese compresso nel gioco delle grandi potenze, sta affermando un ruolo crescente sulla scena internazionale. La si definisce talvolta una possibile superpotenza perlomeno economica – nel 2028 dovrebbe divenire la terza economia mondiale – e anche culturale. L’aspirazione a divenire Viswaguru, richiamata da Vivekanda, è un tema emergente, anche nelle riforme del sistema dell’istruzione che tendono a recuperare i caratteri originali e peculiari della propria civiltà. Se ciò si dovesse accompagnare a uno spirito o una visione veramente universali come quelle indicate da Sri Aurobindo, evitando di cadere in tentazioni identitarie ed eccessivamente tradizionaliste, l’India potrebbe sicuramente offrire spunti e nuovi orizzonti per lo sviluppo spirituale dell’umanità. 

Sul piano economico la strada percorsa è stata enorme, ma molto resta ancora da percorrere. Secondo un recente rapporto dello UNDP, oltre 415 milioni di persone sono uscite dalla povertà tra il 2005-06 e il 2021. La popolazione sotto il livello di povertà è passata dal 55,1 al 16,4 per cento. L’India ha conseguito con largo anticipo il risultato indicato dagli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’agenda 2030 di dimezzare il numero della popolazione sotto il livello di povertà e su una scala di enormi proporzioni. Rimangono tuttavia aree di fragilità e una percentuale elevata di popolazione vulnerabile. In termini assoluti il numero di persone sotto il livello di povertà, quasi 230 milioni, rimane il più elevato al mondo. Il reddito pro capite è ancora basso, l’India è oltre la centesima posizione nella graduatoria mondiale, ma è cresciuto di sette volte negli ultimi vent’anni.

Visti i risultati conseguiti in questo inizio secolo, l’India ha i mezzi per risolvere, o almeno migliorare, questi gap in tempi relativamente brevi. Ma occorre avere un forte incremento di politiche inclusive, redistribuzione reddituale e sociale e un quadro internazionale se non di pace, perlomeno di stabilità. L’India è collocata in una regione, assieme al Pakistan e alla Cina, dove tre potenze nucleari si confrontano, le esigenze di sicurezza rappresentano un forte condizionamento economico, una priorità nel proprio sistema geopolitico e sono legate a un fragile gioco di equilibri con tutti i grandi attori della politica mondiale, compresi Russia e Stati Uniti, che sono messi a dura prova dalle crisi che sconvolgono il globo, in Europa, in Asia Centrale ed Estremo Oriente. L’India ha, però, assunto un ruolo sempre più attivo negli scenari mondiali, sta cercando di costruire la sua capacità di progredire anche in un mondo in crisi e, anche in questo, si pongono le speranze per il futuro. 

Note 

1 Cft «AREL La Rivista» Numero 1/2002 Disordine Sauro Mezzetti p. 174. 

2 Thomas S. Eliot, Quattro quartetti, traduzione e cura di Elio Grasso, Palomar, 2000. 

Immagine di copertina: Un omaggio a Swami Vivekanada del sand artist Sudarsan Pattnaik.

India. Le radici, i sogni, la strada percorsa e quella da percorrere ultima modifica: 2022-11-24T18:11:46+01:00 da SAURO MEZZETTI
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