Quando c’era Pepe nel calcio

Vent’anni fa la scomparsa dell’uruguaiano Juan Alberto Schiaffino, detto “Pepe”, grande campione del calcio, prototipo del regista moderno, un calciatore totale in un’epoca in cui i ruoli erano ancora ben definiti.
ROBERTO BERTONI BERNARDI
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Lo apprendemmo una sera di mercoledì, poco prima che iniziasse, a San Siro, l’ultima partita della prima fase a gironi fra il Milan e il Deportivo La Coruña. Era il 13 novembre 2002, i rossoneri erano già ampiamente qualificati alla fase successiva e la gara era, pertanto, poco più che un’amichevole. La notizia lasciò attoniti molti di noi: a settantasette anni se n’era andato, a Montevideo, Juan Alberto Pepe Schiaffino. Classe 1925, possiamo capire che ai giovani dica poco. Eppure, se volete conoscere da vicino un mito, dovete andarvi a rivedere alcuni dei suoi filmati.

Schiaffino, infatti, era il prototipo del regista moderno, un calciatore totale in un’epoca in cui i ruoli erano ancora ben definiti, dotato di un dinamismo che gli consentì di essere l’uomo ovunque e l’arma in più della Celeste nella memorabile disfida del Maracanã, quando gli uruguaiani stravolsero ogni pronostico, lasciando senza parole il magno Brasile organizzatore del torneo. Era il 16 luglio 1950 e i padroni di casa, passati in vantaggio in avvio di ripresa grazie al gol di Friaça, vennero rimontato e battuti dalle reti di Schiaffino e di Alcides Ghiggia, in una delle partite più emozionanti che siano mai state disputate.

Quel giorno in Brasile accadde di tutto, compreso un tragico numero di suicidi e di infarti che colpirono coloro che erano già pronti ad acclamare i propri beniamini. Del resto, tutto era contro la Celeste: il pubblico, la stampa locale, le previsioni formulate da più parti e lo stadio al gran completo, un catino infuocato che aveva occhi solo per i propri miti ed era pronta a spingerli verso il trionfo; insomma tutto, eccetto il coraggio di quegli undici ragazzi provenienti dal Paese più piccolo ed erroneamente dimenticato del Sudamerica, capaci di gettare il cuore oltre l’ostacolo e di andare a conquistare una coppa che mai e poi sarebbe dovuta finire nelle loro mani.

L’Uruguay campione del mondo nel 1950. Schiaffino è il secondo seduto da destra.

“Los de afuera son de palo!” (“Quelli là fuori non esistono!”): fu l’esortazione di capitan Varela ai compagni di squadra prima di scendere in campo, e il messaggio venne recepito alla grande. Schiaffino e Ghiggia fecero piangere il Brasile, provocando uno sconquasso sociale senza precedenti, al punto che la maglietta bianca, fino a quel momento tipica dei brasiliani, venne considerata maledetta e accantonata per sempre in favore della ormai celebre divisa verdeoro.

Non se lo è mai dimenticato, Schiaffino, quel trionfo sulle macerie di una Nazione moralmente devastata. Non ha mai utilizzato toni di scherno nei confronti degli avversari sconfitti. Certo, era felice per la vittoria, ma il dolore brasiliano per il “Maracanazo” se lo portava dentro e ne aveva rispetto, da vero uomo di sport qual era e da signore qual è sempre stato. Arrivò in Italia nel ’54, in seguito al Mondiale svizzero. E in maglia rossonera, al fianco del “Barone” Liedholm, il nostro illuminò parecchie domeniche, con il suo talento infinito, la sua classe sopraffina, i suoi tocchi, le sue giocate e quel furore, quella “garra charrua” tipica delle sue parti che lo rese amatissimo dai tifosi italiani.

Schiaffino (in piedi, primo da sinistra) nella formazione del Milan vincitore della Coppa Latina 1956

Non a caso, lo amarono anche a Roma, dove ovviamente ottenne risultati inferiori rispetto ai successi conseguiti col Diavolo ma dove comunque poté esprimere al meglio la propria arte, frutto anche di una personalità notevole e di una capacità di adattamento fuori dal comune. Vent’anni senza questo artista del pallone, questo mito dimenticato eppure importantissimo, progenitore di tanti campioni venuti nei decenni successivi, anticipatore di un modo di giocare assai moderno e che si sarebbe sposato alla perfezione con il dinamismo attuale.

Peccato che, probabilmente, si sarebbe scontrato con il desiderio contemporaneo di irregimentare la fantasia entro schemi rigidi e privi di senso, quando invece Schiaffino era immenso proprio perché si era conquistato la libertà di esprimersi in tutta la sua grandezza, in un calcio che ancora non aveva paura del genio individuale, pur sapendo valorizzare assai meglio di oggi la passione e l’impegno collettivo. Vent’anni da quella sera di novembre. Una stella brilla lassù: una stella che unisce tutti i popoli, tanto i vincitori quanto gli sconfitti. Perché Schiaffino era così: un patrimonio collettivo, un uragano di bellezza, una travolgente onda di meraviglia spontanea che rinfrancava l’anima al di là del risultato. 

Quando c’era Pepe nel calcio ultima modifica: 2022-11-24T16:56:51+01:00 da ROBERTO BERTONI BERNARDI

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