L’arma dell‘informazione nella guerra ibrida. Conversando con Michele Mezza

“Net-War", l’ultimo lavoro del giornalista e saggista con un lungo tragitto professionale in Rai fa il punto sulla situazione bellica in Ucraina, laboratorio di organizzazione dell’informazione al tempo degli algoritmi e della fine del giornalismo come l’abbiamo conosciuto.
BARBARA MARENGO
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Net-War. Ucraina: come il giornalismo sta cambiando la guerra (Donzelli editore) è il saggio di grande attualità che Michele Mezza ha scritto per fare il punto sulla situazione bellica in corso, che ogni giorno ci viene narrata sul campo da una schiera di giornalisti e inviati. Mezza, giornalista, scrittore e docente universitario, affronta il tema dell’informazione in era cybernetica durante una guerra che per la prima volta viene trasmessa in diretta.

 Il volume, che è dedicato a Julian Assange (“senza di lui non avrei avuto la stessa pretesa di sapere cosa decide il potere) e ad Anna Politkovskaija (“che ha ridato al nostro mestiere la dignità di una missione, fino all’estremo) oltre che ad Aldo Garzia (“maestro di ottimismo della volontà e di pessimismo della ragione”), offre piani di lettura diversi rispetto alla lettura della guerra in corso in Ucraina dopo l’aggressione russa. “Il primo, prettamente socio-politico, è legato al decentramento e alla disintermediazione, oltre alla parte più strettamente giornalistica, che è la riclassificazione della mediazione oltre a un settore più legato all’ingegneria dell’organizzazione, sia in una logica di impresa sia in una logica politica, aziendale o di partito.” Dove per “disintermediazione” s’intende il cambiamento radicale nei mezzi di comunicazione tradizionale grazie allo straordinario sviluppo del settore digitale, senza intermediari, con la rete che permette l’immediatezza della diffusione delle notizie.

Michele Mezza

Parte interessante è la guerra “come laboratorio di organizzazione dell’informazione” che diventa un modello di riorganizzazione della politica e della partecipazione: Mezza si riferisce soprattutto “alla prima parte della guerra, i primi cento giorni, dato inedito che segnala questa come prima guerra social: l’informazione è diventata logistica militare non tanto ai fini di una propaganda, che pure c’è stata e fa parte del gioco, quanto a organizzazione sociale nuova. Si è combattuto con gli strumenti e i linguaggi della comunicazione, soprattutto si sono usate le tecniche digitali per distribuire e decentrare l’informazione, dato assolutamente unico. La svolta è stato l’appello da parte del ministro della tecnologia ucraina a Elon Musk”, plurimprenditore e proprietario della piattaforma social Twitter: “mentre tu stai colonizzando Marte qua ci stanno massacrando”. Musk risponde che in quattro ore i suoi 18mila satelliti sarebbero stati a disposizione dell’Ucraina, bastava solo fargli sapere a chi dovesse inoltrare gli accessi.

Lì si è innestato un processo sotto gli occhi del mondo, quella famosa colonna blindata di 65 chilometri che scendeva da nord verso Kiev e sembrava irresistibile e inesorabile strumento che avrebbe devastato la capitale ucraina è diventato un bersaglio grazie a un gioco di circolazione dell’informazione. Questa è la novità, la società civile ucraina diventa protagonista, – continua l’Autore – e questo rispetto alla Russia è la grande differenza fondamentale, la Russia non ha mai avuto una società civile di partecipazione ma “solo ricettrice di comandi”.

Lo scambio di informazione tra satelliti, droni, nerd, e popolazione ucraina è stato un circuito nel quale

tutto veniva filmato, geolocalizzato, comunicato, svelato, e tale realtà ha sorpreso la potenza russa che si è trovata di fronte a una situazione per la quale i carri armati sono diventati un pedaggio, una tassa, un problema, perché qualunque loro movimento veniva registrato, comunicato.

Per questo al momento attuale abbiamo una guerra fatta solo di missili, missili che a loro volta sono tracciati, in un panorama totalmente cambiato: quelle che erano informazioni riservate e limitate al segreto militare, oggi sono note a tutti subito. Fattore che sposta inesorabilmente la logica della guerra, come teorizza il generale cinese Qiao Liang, astro dell’impero cinese, in un saggio scritto prima della guerra, che ragiona sull’inesorabile destino del decentramento connesso alle tecnologie informatiche e sostiene che questo sarà il vettore che disarticolerà l’impero americano (ma anche quello cinese).

 In Siria durante la guerra recente questo collegamento tra popolazione e rete non si è potuto attuare perché

in quel Paese non esiste un’articolazione sociale come in Ucraina, dove ad esempio a Mariupol dalle cantine del teatro sotto i bombardamenti la gente comunicava con l’esterno e quindi col mondo raccontando cosa stava succedendo. L’esempio del soldato ucraino circondato dai russi, in punto di morte in una trincea ripreso da un drone, combatte e riprende attorno a sé, con un incredibile istinto antropologico.

È un modo per ricomporre la vecchia tenaglia informazione e informatica, oggi informazione è tecnica di governance persino durante una guerra, e deve confrontarsi con l’informatica perché le fonti si sono separate dai fatti. Storicamente il mestiere di giornalista era legato a un testimone, il giornalista stesso risaliva alla fonte per avvalorare la fonte stessa, oggi noi troviamo che ogni singolo fatto ha alle spalle non una sola fonte ma una pluralità di fonti, tutte equivalenti anche se contraddittorie tra di loro, che danno una visione ognuna differente del fatto stesso: ad esempio, la strage di Bucha è stata documentata sia da parte ucraina sia da parte russa, con filmati, documenti fotografici, riprese spaziali, geolocalizzazioni, georeferenziazione e, per autenticarne la verità, si è dovuto combinare i materiali di provenienza diversa: la competenza e i saperi informatici diventano indispensabili per destreggiarsi in questi ambiti nei quali la notizia non è più scarsa, costosa e riservata, ma abbondante, gratuita e pubblica. Ecco come cambia radicalmente il mestiere di giornalista, che era nato in un ambiente di scarsità, oggi allagato in un ambiente di superabbondanza. Noi stiamo selezionando una generazione che sta trasformando il giornalista in broker: un inviato che oggi arriva sul posto, per prima cosa apre internet e controlla i documenti relativi al luogo e li usa assemblando le informazioni altrui alle quali poi dà il suo contributo. Informazione e informatica diventano un unico sapere all’interno della tendenza del decentramento, il giornalista diventa uno dei tanti passaggi della catena dell’informazione e questi passaggi sono avvalorati solo a partire dagli algoritmi, cioè da competenza e sapere in grado di usare questo tipo di modello di analisi della realtà. Il secondo modello è quello della guerra ibrida, proprio perché le fonti sono molteplici e la rete è in grado di mettere in connessione ogni individuo con ogni altro individuo, come analizzava Valerij Gerasimov, capo di stato maggiore russo negli anni della guerra in Siria definendo la guerra ibrida, che si realizza interferendo nelle psicologie dell’avversario. Questo scrisse in un famoso saggio del 2013: due anni dopo muove i primi passi Cambridge Analitica, quel sistema di manipolazione espresso sulla psicologia di ogni singolo individuo: la novità è che si preme non sulle masse o sulle comunità ma su una moltitudine di persone che vengono individuate mediante i dati e i processi di catalogazione e da questo punto di vista siamo di fronte a quel fenomeno che oggi è la cybersecurity, interferenza nei sistemi di comunicazione di un Paese mediante la circolazione di contenuti e notizie alterate.

Per quel che riguarda Julian Assange (fondatore di WikiLeaks attraverso la quale ha divulgato documenti segreti relativi a crimini di guerra USA, oggi incarcerato i Gran Bretagna a rischio di estradizione negli Stati Uniti) Mezza cita un passaggio particolare in cui afferma che il giornalismo per potersi avvalere di strumenti che permettono di recuperare documenti segreti sulle attività di uno Stato deve diventare scienza, con avere competenza e saperi autonomi nell’uso di nuove tecnologie, senza delegare né appaltare questi saperi a figure terze. 

Il passaggio finale della guerra ibrida è che il giornalismo diventa un capitolo della cyber secutity: su questo terreno sono sorte varie polemiche che dipendono sia dal gap generazionale sia da una visione un po’ retorica e letteraria del mestiere di giornalista, un mestiere che nasce come terzietà rispetto ai poteri, ponendo il giornalista come osservatore, cane da guardia del potere: in tempi passati l’informazione era un passaggio separato dal potere, mentre oggi l’informazione diventa un passaggio attraverso il quale si governa e si fa addirittura la guerra. Il giornalista si trova coinvolto in questi processi e diventa a sua volta una parte del sistema di sicurezza di uno Stato.

Decentramento e partecipazione, un tema dal quale oggi neanche le imprese possono prescindere a livello di sintonia con i propri utenti. Questo vale anche per la politica, per le amministrazioni, per i partiti. I processi tecnologici e digitali determinano e condizionano le relazioni sociali per cui vanno negoziati come affermazioni di libertà e autonomia della società civile, senza la negoziazione di queste intelligenze non c’è libertà sociale: d’altro canto queste tecnologie stanno imponendo un processo di condivisione, la crisi della politica, dei partiti, delle istituzioni è figlia di una inespressa e immatura, ancora incipiente, ambizione a condividere le decisioni, non solo le opinioni da parte di ogni individuo. Ecco perché e necessario ripensare le forme della politica, delle istituzioni, dei partiti alla luce di questa lezione che ci viene dalla guerra che prevede addirittura il coinvolgimento diretto di ogni singolo individuo che autonomamente decide e partecipa persino all’azione bellica. Il popolo ucraino è stato un esempio, afferma l’autore, la ricchezza sociale che l’Ucraina ha storicamente avuto in misura maggiore della Russia è stata costruita anche sulla base di un intervento esterno, la NATO, l’Occidente, gli americani che hanno molto lavorato per dotare l’Ucraina di tecniche e di visioni sociali che hanno reso le moderne tecnologie più diffuse e per certi verso più privatizzate: è questo un altro aspetto che non dobbiamo sottovalutare in questa orgia di informazioni, la privatizzazione della guerra.

Tornando a Elon Musk, ad esempio parliamo di lui come di una potenza che oggi si può sedere al tavolo dei grandi con Russia e Stati Uniti, poiché ha privatizzato la guerra e ora tende a privatizzare la pace, è uno dei soggetti che sta mischiando business e politica cercando di influenzare e condizionare il tavolo della trattativa. 

Perché se è vero che c’è una net war, cioè una guerra distribuita socialmente, inevitabilmente ci sarà una net peace, una pace che non sia solo il risultato di un accordo tra vertici politici e istituzionali, ma anche tra soggetti che hanno attivamente partecipato alla guerra, per l’Ucaina parliamo di intere comunità, le città, i sindaci.

Secondo me il presidente Zelensky – afferma Mezza – per le decisioni sulla pace deve sintonizzarsi con quelle forze che hanno animato realmente la resistenza ucraina, questa è una guerra dove i sindaci hanno avuto un ruolo eminente come mai è successo, animatori e organizzatori di quella società civile che giocavano una partita attiva.

In altri Paesi teatro di guerra questo processo ancora non avviene proprio per la mancanza di maturità della società civile: la rete è ben presente anche in quei Paesi che non hanno vissuto il ‘900 ma si sono trovati proiettati nel 21 esimo secolo dove è potente un istinto in cui telefonino, wifi, internet sono sostitutivi dei vecchi processi di collegamento com’erano treno o telegrafo o telefono.

La cyber security investe in pieno la figura di giornalista e il suo rapporto con il potere, perché apparati amministrativi e politici tendono ad usare l’informazione come strumento sia di governo che di contesa internazionale. Nei momenti di tensione diventa inevitabile un livello di controllo e condizionamento del sistema dell’informazione perché alcuni settori di questo sistema possono essere usati da avversari che inquinano il clima. Due considerazioni sono necessarie: il giornalismo cambia la sua identità sia a livello culturale sia a livello organizzativo, oggi un giornale coincide con le sue dotazioni tecnologiche, un giornale è innanzi tutto i suoi algoritmi, l’autonomia è data dalla sovranità che esercita nel campo delle intelligenze automatiche che usa, se appalta queste intelligenze a fornitori esterni, il giornale non sarà mai libero.

L’arma dell‘informazione nella guerra ibrida. Conversando con Michele Mezza ultima modifica: 2022-11-27T19:01:14+01:00 da BARBARA MARENGO
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