Cina. Le proteste popolari fanno traballare Xi Jinping

Le manifestazioni, essenzialmente contro i feroci lockdown imposti in nome della “lotta contro il Covid” si sono svolte a Shanghai, Pechino, Chengdu, Wuhan, Guangzhou. Erano cominciate a Urumuqi, la capitale della provincia del Xinjiang teatro da oltre dieci anni di una spietata repressione contro la minoranza etnica degli uighuri.
BENIAMINO NATALE
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Può il regime cinese reggere all’ondata di proteste che si è scatenata negli ultimi giorni in numerose e importanti città della Cina? La risposta purtroppo è sì, Xi Jinping e i suoi possono riuscire a tacitare, con un misto di indifferenza e di repressione, le proteste popolari. Però rimarranno seduti su una polveriera pronta a esplodere.
Le manifestazioni, essenzialmente contro i feroci lockdown imposti da Xi in nome della “lotta contro il Covid” – che autorità e media cinesi descrivono come una “battaglia” che si combatte contro un “nemico” –, si sono svolte a Shanghai, Pechino, Chengdu, Wuhan, Guangzhou. Erano cominciate a Urumuqi, la capitale della provincia del Xinjiang teatro da oltre dieci anni di una spietata repressione contro la minoranza etnica degli uighuri e di uno dei più drammatici episodi provocati dai lockdown.

Secondo le denunce dei locali e degli attivisti per i diritti umani che in qualche modo riescono a parlare con i cittadini, almeno dieci persone sono morte, bruciate vive, perché non sono potute fuggire dalle loro abitazioni, sigillate dalle autorità nel quadro della “guerra” contro il virus. Secondo il World Uyghut Congress (Wuc): “le fiamme si sono sviluppate prima al quindicesimo piano di un edificio abitato in larga parte da famiglie uighure. Il fuoco ha raggiunto rapidamente il diciannovesimo piano, uccidendo e ustionando decine di persone, bambini compresi. Tra quelli che sono morti ci sono i tre membri di una famiglia: la madre, Qemernisahan Abdurahman e i suoi bambini, Nehdiye e Imran. Il padre Eli Memetniyaz e il fratello maggiore, Eliyas, sono in prigione, condannati rispettivamente a dodici e dieci anni”. Il Wuc aggiunge che, come mostrato in alcuni video girati dai residenti che hanno raggiunto i social, “i pompieri sono arrivati tre ore dopo che l’incendio era scoppiato (…) nonostante la loro vicinanza all’edificio”.

L’orrore di quanto avvenuto a Urumqi (Wulumuqi in mandarino) ha innescato le prime proteste a Shanghai, la capitale industriale e finanziaria della Cina messa in ginocchio dai lockdown, che non per niente si sono svolte a Wulumuqi Road, nel cuore della metropoli. Sono seguite le proteste nelle altre metropoli cinesi, alle quali hanno partecipato cittadini di varia estrazione e migliaia di studenti di alcune delle principali università del Paese, tra cui la Tsinghua di Pechino. Secondo alcune testimonianze, a Shanghai si sono sentiti i manifestanti gridare “Xi Jinping dimettiti”, “basta col Partito comunista”.

La cosa più preoccupante, per il regime, è che negli ultimi due mesi, più o meno, si sono fusi episodi di protesta che prima rimanevano isolati riguardando o dispute di lavoro, oppure le espropriazioni di terre che sono state alla base del boom edilizio, oppure rivendicazioni di isolati gruppi di studenti e intellettuali che chiedevano maggiore libertà e rispetto dei diritti civili e umani. 

Ecco un calendario degli eventi che hanno portato alle proteste ricostruito dalla giornalista Su Xinqi dell’Agence France Presse:

  • 18 settembre: 27 persone muoiono in un incidente nell’autobus che le stava portando da Guiyang (sudovest) in un campo per la quarantena.
  • 13 ottobre: un uomo mette uno striscione di protesta sul ponte di Sitong, a Pechino, durante il ventesimo congresso del Partito comunista. L’uomo, Peng Lifa, è stato arrestato e non se ne hanno notizie.
  • Fine ottobre: decine di operai scappano dalla fabbrica della Foxccon di Zhengzhou per sfuggire al lockdown. Nei giorni seguenti nella stessa fabbrica scoppiano le proteste per impegni ad aumentare i salari non rispettati dalla direzione.
  • 7 novembre: una donna di 55 anni muore dopo essersi gettata dalla finestra della sua abitazione a Hohhot, nella Mongolia Interna, perché non riusciva a uscire a causa delle porte bloccate per il lockdown anti-Covid.
  • 14 novembre: il presidente Xi Jinping e la moglie Peng Liyuan sono mostrati dalla TV senza mascherina mentre partecipano al G20 di Bali.
  • Metà novembre: scoppiano le proteste a Guangzhou, nel distretto di Haizhu. Alcune donne vengono viste mentre sono fatte mettere in ginocchio e sono picchiate dai “controllori” delle misure anti-Covid.
  • Il 24 novembre è il giorno dell’incendio di Urumqi.

Non ci sono dubbi sul fatto che a scatenare le proteste siano stati episodi legati alla politica anti-Covid imposta dal presidente Xi, basata sulla pretesa ideologica che il sistema cinese – la dittatura del Partito comunista – sia “superiore” alla democrazia occidentale. Pechino si è rifiutata di usare i vaccini usati nel resto del mondo – ha usato i due che sono stati prodotti in Cina, che sono molto meno efficaci – e ha respinto l’idea che, con un misto di vaccinazioni e di altre misure di prevenzione, si possa arrivare a una “convivenza” col virus, cosa che sta avvenendo in tutto il mondo. 

La “guerra” del Partito comunista cinese contro il virus si è gradualmente trasformata in una guerra del Partito contro una vasta parte della popolazione. Il fatto che Xi e i suoi uomini ne siano almeno parzialmente coscienti è testimoniato dalla delirante censura operata sulle immagine televisive della Coppa del Mondo di calcio in corso nel Qatar, molto seguita dai cinesi: sono state infatti tagliate le immagini che mostrano da vicino gli spettatori privi di mascherine.

Date le caratteristiche del “sistema” cinese, è improbabile che le manifestazioni di protesta si evolvano in un movimento abbastanza forte da rovesciare il regime. Alcuni osservatori hanno sottolineato che le proteste ricordano più quelle del 1976 (che avevano come obiettivo l’allora presidente Mao Zedong ed erano sostenute da una parte del Partito), che non quelle spontanee e senza un indirizzo preciso del 1989, che sfociarono nel massacro di piazza Tiananmen. Esiste infatti la possibilità che le proteste trovino un’eco del Partito. Il Pcc oggi è dominato da Xi Jinping e dai suoi fedelissimi ma al suo interno sicuramente esistono militanti e dirigenti che rimpiangono i tempi dell’“apertura e riforme” iniziati alla fine degli anni Settanta del secolo scorso e proseguiti fino alla fase finale del mandato della coppia Hu Jintao (presidente e segretario del Partito) e Wen Jiabao (primo ministro e “volto” del regime), che solo nel 2012 ha ceduto il passo a Xi Jinping.

Meno probabile è che sia lo stesso Xi a cambiare strada pur di rimanere in sella, dato il suo esplicito impegno nella “guerra” al Covid e nella strategia dei lockdown. In questo caso, dovrebbe prendere atto del fatto che un importante periodo della storia della Cina – quella dello sviluppo economico basato sugli investimenti esteri, sulla grande disponibilità di manodopera a basso costo e sull’edilizia selvaggia – si è concluso e che se ne sta aprendo un altro, che richiede un assetto politico flessibile e aperto al cambiamento.

L’ipotesi più probabile è che il regime reagisca chiudendosi ancora di più in se stesso, isolandosi dal resto del mondo e continuando a ignorare che negli ultimi tre decenni la società cinese è cresciuta in un processo di trasformazione, di rinnovamento e di dialogo col resto del mondo. Le conseguenze di una scelta di questo tipo sarebbero gravi per la Cina e per tutti noi. 

Immagine di copertina: Uno striscione calato da una finestra del pensionato studentesco dell’università di Tsinghua: “Xi Jinping idiota”

Cina. Le proteste popolari fanno traballare Xi Jinping ultima modifica: 2022-11-28T16:02:41+01:00 da BENIAMINO NATALE
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