La luce esiliata

nella poesia di Roberto Rossi Precerutti
PASQUALE DI PALMO
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La frequenza con cui Roberto Rossi Precerutti ha scaglionato le sue raccolte in questi ultimi anni è sintomatica della totale immersione nel mondo della poiesis che caratterizza la sua opera. Sono infatti apparsi in rapida sequenza Un sogno di Borromini (Puntoacapo, 2018), Un impavido sonno (Aragno, 2019), Verità irraggiungibile di Caravaggio (Neos, 2020), Il sogno del cavaliere (ivi, 2021), Lo sgomento della grazia (ivi, 2022). Quello che si percepisce sin da una sommaria scorsa ai titoli è il viatico creativo che l’autore torinese ricava da alcune figure di artisti celebri concernente anche sillogi più datate: da Rimarrà El Greco (Crocetti, 2005) a Fatti di Caravaggio (Aragno, 2016).  

Ogni raccolta contiene svariati richiami all’arte plastica e figurativa, anche se tali legami non rimandano necessariamente a ricostruzioni biografiche di un determinato artista, bensì a suggestioni derivanti da un dipinto (spesso un particolare) o dall’episodio isolato della vita di un pittore, un architetto o uno scultore, magari estrapolato dalle Vite del Vasari. In Un sogno di Borromini, concepito come parte finale di un trittico sugli artisti che rinvia ai due titoli precedenti, la sezione eponima si dipana alla stregua di un prosimetro, alternando sestine «di memoria trobadorica, dantesca e petrarchesca», come avverte l’autore in nota, a poèmes en prose. L’occasione è spesso pretestuosa, come precisa lo stesso Rossi Precerutti: si tratta di «una meditazione sul conflitto che oppone, spesso tragicamente, la libertà di colui che crea alla spietata ragione del potere, alla mediocrità e al conformismo estetico della società, all’impero dell’economicità e dell’utile». 

Una tale indicazione fornisce la chiave di volta per addentrarci in un mondo poetico non facile, che oppone polemicamente la gratuità disinteressata del bello a un profitto economico che plasma surrettiziamente ogni frangia del reale, incardinandosi sul «pensiero unico» e su un politically correct di dubbia autenticità. La ricerca dell’autore torinese coinvolge sinesteticamente ogni senso, dominato da forme chiuse e da una forte componente musicale, intrecciata a un cromatismo connaturato al dettato stesso della sua poetica: «quelle strisce/ d’oro e di biacca nell’azzurro cavo/ dove si spendono gli squilli, il favo/ di miele sul desco che custodisce/ un dio forte e umiliato, avvolto in lisce/ bende di devozione…». All’oro e all’azzurro subentra l’uso di metonimie adoperate in funzione cromatica: qui, ad esempio, «biacca» e «lisce/ bende» designano palesemente il bianco. Non si tratta tuttavia della canonica formula oraziana Ut pictura poësis in cui intervengono ragioni di matrice etica o filosofica ma di una naturale variazione sul tema della «luce esiliata» che si accampa sul foglio come un’etimasia in un mosaico medievale (potremmo segnalare sviluppi analoghi nell’opera del parmigiano Mauro de Maria, di cui ricordiamo i canzonieri Gli orecchini e Dal lago del cuore, editi rispettivamente nel 2019 e nel 2022).   

Per circoscrivere il discorso all’ambito dei singoli componimenti citiamo da questa silloge i titoli Casoratiana, Merisi, Millenovecentosessantaquattro (In memoria di Tancredi), senza contare topoi come il Louvre, Campo de’ Fiori, Santa Maria in Domnica alla Navicella e gli innumerevoli riferimenti letterari: da Pavese a Pasolini, da Chodasevič a Flannery O’Connor, da Rimbaud alla sezione conclusiva, significativamente dedicata a Ezra Pound. A tal riguardo va segnalata l’attività di traduttore, soprattutto dal francese (ma anche dallo spagnolo), nonché l’assidua collaborazione con la rivista «Poesia» di Nicola Crocetti. A prescindere dalle numerose criptocitazioni, il lettore si trova ad affrontare una materia sfuggente,  magmatica, sul modello luziano, la cui enigmaticità di fondo è riscattata da una facilità, una felicità inventiva che ha pochi referenti nell’attuale panorama poetico, ma che sembra derivare, anche per il recupero delle forme prosodiche adottate, da figure difficilmente inquadrabili come quelle di Onofri e Vigolo.

Questo lungo preambolo tiene conto dei motivi che serpeggiano da una raccolta all’altra, creando un ingranaggio che abbisogna di una congerie preesistente per attestare (assestare) la funzionalità del proprio meccanismo. Così in Un sogno di Borromini figura un testo intitolato Infanzia cattolica, dove è presente un richiamo al rimbaldiano «poeta di sette anni», che sembra idealmente anticipare la raccolta Genio dell’infanzia cattolica, edita da Aragno. Non è un caso che si tratti di un sonetto, genere che ricorre insistentemente e sul quale Rossi Precerutti sembra indugiare, nel tentativo di dissezionarne, con l’ausilio di un bisturi affilatissimo, l’impianto petrarchesco. 

Nella sezione che dà il titolo al volume si trova un’articolata sequenza di sonetti pervasa da alcuni motivi ricorrenti come, appunto, il richiamo all’arte (la cappella Rothko a Houston, immagine di copertina), la dedica a Michelstaedter, il riferimento a Guglielmo di Poitiers tramite Pound. Le sprezzature formali – presenti in certi riecheggiamenti del Montale meno «scabro» – compensano l’ossessione che l’autore nutre nei confronti delle sue «posate dedizioni». Si riscontrava nella compianta Giovanna Bemporad un atteggiamento analogo nei confronti del daimon dell’endecasillabo che permea i suoi Esercizi e le sue versioni dai classici, soprattutto dall’Odissea, con un’irriverenza di matrice quasi faustiana nel contrapporre la propria aerea leggerezza alle coeve sperimentazioni di una neoavanguardia arroccata intorno al problema della dissoluzione formale. 

Tintoretto Presentazione di Maria al tempio(1552-1553), Chiesa della Madonna dell’Orto, Venezia

Ecco che nella sezione successiva Ne reste, de l’enfant, qu’une lueur, concepita come un omaggio a Yves Bonnefoy e dominata, come la precedente, dalla fattura di un sonetto inappuntabile, oltre a una composizione finale in sestine, i riferimenti colti si infittiscono, a cominciare dai testi iniziali che prendono spunto da singole opere. In Puro ascendere l’occasione è rappresentata dalla Presentazione di Maria al tempio di Tintoretto, che si trova nella chiesa della Madonna dell’Orto a Venezia, la cui trasognata verticalità si incide con un afflato metafisico che Rossi Precerutti indaga sapientemente, senza tuttavia indulgere a un’interpretazione didascalica o, al contrario, a un’affabulazione di taglio mimetico. È significativo che il climax del sonetto si sviluppi lungo l’arco di un unico periodo che parte da un incipit prezioso («Solo puro ascendere, si ridesta/ dal culmine della scala d’oro/ un vento sacro») per proseguire con quel «franare/ nell’ombra di tracce dolenti» al fine di congedarsi, nella terzina finale, intorno alla «luce// della sua figuretta impigliata/ a un ignoto respiro che chiude/ di smisurato bagliore il taglio». 

La manciata di versi citati rende adeguatamente lo spessore poetico che permea l’opera di Rossi Precerutti, avvalentesi talvolta di vocaboli desueti («brisura di bastardigia», «buiore», «scerpata» ecc.) che sembrano ricavati dal funambolico vocabolario di Sandro Sinigaglia, cui è dedicata Infanzia sul Verbano. Ma lo stesso autore precisa in Non sono un poeta barocco, tratta da Un impavido sonno, di non sentirsi votato a quell’autoreferenzialità che ammorba l’opera di poeti anche dotati. D’altro canto, gli spunti più bassi e apparentemente dimessi come la descrizione di certi paesaggi claustrofobici, digradanti «nella spera/ di una luce avara» vengono riscattati da una pulizia formale che presuppone un labor limae non comune, laddove i vincoli metrici e derivanti dall’incastro delle rime impongono direzioni inaspettate, centrifughe rispetto al progetto originario (Wittgenstein docet: la creazione non presuppone sempre un tradimento della concezione primigenia dell’opera?). Si parte da un determinato soggetto – oltre a quello tintorettiano figurano nella stessa sezione sonetti ispirati a opere di Caravaggio, Velázquez, finanche a un monumento funebre di Leonardo Bistolfi – per imbastire una serie di immagini che sembrano derivare da una galleria di specchi deformanti che spesso implica un effetto visivo frammentato rispetto a quello dal quale la sembianza d’origine si dispiega (si pensi al Nudo che scende le scale duchampiano). 

La stessa costrizione formale che caratterizza anche le due sezioni successive (La chiarità vibrante e In questa liquida serenità, il cui titolo è ricavato da un passaggio di Giani Stuparich tratto dai Colloqui con mio fratello), con momenti rilevanti come il Tombeau di Camillo Pennati e I morti, si risolve naturaliter nell’ultima parte, Autoritratto in veste di David, che alterna prose e versi di varia fattura. Qui il genius loci è quello del Giorgione che viene menzionato solo nell’ultimo testo («Io, Zorzi da Castelfranco, radunai in una vista sola il naturale innumerevole») ma che, in calce ai singoli testi, è ricordato tramite i dipinti da cui questi traggono ispirazione. Si passano così in rassegna alcuni capolavori del pittore veneto, con un particolare che si dirama in un ventaglio di esiti visionari che non scadono mai in mera allucinazione ma che si impongono per le ricercate screziature d’antan

Emblematiche al riguardo le due prose dedicate alla Tempesta, in cui si fa solo un accenno alle figure contrapposte di zingara e cavaliere: «Per sempre lontano dalle moli turrite di una città estinta nel barbaglio di un suono inudibile, l’uomo appoggiato all’asta della veglia investiga nel buio il frammento di divino lasciato nella nostra carne da un’antica minaccia». Vi è un richiamo al poeta e critico Alessandro Parronchi, investito da «una sua privatissima epifania del fuoco». L’apice espressivo viene forse toccato con il testo ispirato al cosiddetto Ritratto di giovane, Antonio Brocardo o Vittore Cappello del Museo di Belle Arti di Budapest, laddove il profilo efebico, emaciato del ragazzo in effigie esalta il contrasto tra pallore dello stesso e vesti scure sopra cui spiccano fregi dorati di squisita fattura che si ripercuotono nel contorno arrotondato di spalle quasi muliebri: «Purissima, la fronte libera un suo abbagliante splendore, la mano perfetta si consegna all’alta promessa che lacrime non asciugano, mentre l’insidia di un sentimento altezzoso, perduto nelle pause dorate di una fine, spegne la radice musicale di un anno antico dappertutto irradiato».

Genio dell’infanzia cattolica
di Roberto Rossi Precerutti
Aragno, 2021, Prezzo: euro 15,00.

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La luce esiliata ultima modifica: 2022-12-01T17:03:41+01:00 da PASQUALE DI PALMO
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