Una lingua aspra come scaglie di sasso

La poesia di Sebastiano Aglieco.
MAURIZIO CASAGRANDE
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Per ritrovare sé stessi, la strada più sicura è anche la meno agevole, quella cioé del silenzio, operando su di sé un’epoché che ci riconduca alla nostra più vera essenza, quella dell’infanzia e delle radici più intime a cominciare dalle pietre di una casa ristrutturata con le proprie mani nel cuore di un piccolo bosco, fino alla riappropriazione delle creature animate che vi dimorano e della stessa lingua, un italiano senza fronzoli, secco e aspro quanto scaglie di sasso: “la parola si contorce come una bestia azzannata / sanguina, non respira” (il nome, p. 58). È precisamente quanto l’autore s’è proposto di realizzare nelle quattro sezioni in cui si articola questa preziosa silloge avvolta, come recita il titolo, nella luce della necessità.

Le uniche “voci” che si percepiscono, oltre a quella del poeta, sono quelle del vento, della nebbia, delle piante, della sera che avanza simile ad un alato predatore notturno, di alcuni altri animali caricati quasi di un valore totemico quali una volpe – connotata come “sorella” (andata e ritorno, p. 46, e preparativi per la notte, p. 65) ed eletta ad emblema della giustizia (poema, p. 56) – o la lucertola, e ancora le voci più flebili in assoluto che appartengono ai “non vedenti”, ovvero ai morti, in un dialogo senza fine con la dimensione dell’oltre, con momenti di comprensibile ed umano smarrimento: “dove sono? / ho abbassato le serrande / nell’attesa di una sera buona / mentre la stufa crepita sui muri” (sono sempre il distante, p. 16), nella lucida consapevolezza che “nulla è incontaminato / nemmeno le parole pronunciate dall’angelo” (Sparpaglio le mani e lo sguardo sulla carta dura, p. 19).

È l’attesa di un nuovo avvento che si compie nella quiete della notte, con versi che sembrano prendere le mosse dal punto in cui si era interrotto il fermo monito all’umanità di un altro poeta fraterno al silenzio e ben noto ad Aglieco, il Cappello di Mandate a dire all’imperatore, con il quale il siciliano condivide, non a caso, le metafore parmenidee ed eraclitee dei “non vedenti” e dei “dormienti”: “la neve si è frantumata / la terra dolorante gronda fatica / le sue vene si sono seccate // il sole ha costretto l’ombra al suo recinto” (avvento notturno, p. 21); con la differenza che se nel primo è il sole a disseccare i pozzi, nel secondo è il gelo che paralizza la terra, come pure i ciliegi, i gerani in fiore, o il pensiero: “i gerani si sono ghiacciati / non hanno resistito alla vita che consegna nomi al tempo / ubbidienti, si sono lasciati cullare da una notte di vetro” (i gerani si sono ghiacciati, p. 22). Da notare come il piglio e l’intonazione da libri biblici si venga a coniugare armoniosamente con l’eco di alcune opere minori di Verdi, a testimonianza della prima matrice da cui ha origine questa poesia, ovvero il canto e la sacralità: “la terra si è ghiacciata / l’erba si è seccata tra le crepe / vuole tornare indietro al primo seme / abbracciare lo sposo dell’attesa / nella luce d’aurora di quell’antico inverno / […] / di nuovo pianto / vengo a bagnarti, o dolce suol natio, / poi dovrò darti un’altra volta addio!” (la terra si è ghiacciata, p. 25), con esiti che farebbero pensare ad una prossimità alla noluntas di Schopenhauer o alla visione induista: “tacete, creature / sprofondatevi nel languore del vostro sangue e sfuggite alla vita / imparate dalle pietre che hanno imparato a tacere / e non hanno più latte per questo sconforto / ricopritevi […] / dello scheletro delle nuvole crollate sull’asfalto / esatte e giustissime forme contro il volere che crea” (poetica, p. 30). E ancora, a rinforzo della prossimità a Cappello e allo spirito dei Vangeli, come pure della distanza dalle logiche dominanti: “chi è nel mondo / chi scrive le parole come vuole il mondo / dice che l’albero dorme e le foglie sono secche o verdi / dice soltanto che il cielo porterà la neve o la pioggia / che la strada è bagnata e i visi sono incipriati // […] // vorrei essere nel mondo / nelle parole povere del mondo / anch’io padre e madre / lo sguardo chiuso ai richiami della volpe / le porte della casa spalancate / nella bocca la canzone altissima che invade la sera” (denotazione, p. 31).

Nella seconda sezione, Anime di terra buona, prende il sopravvento l’anima libertaria e pedagogica di Aglieco, maestro buono che si sente sempre più ostacolato dalle istituzioni nella propria missione di educatore e di compagno di strada dei propri bambini: “guido la fila / come il tenente buono che tiene i suoi fratelli / alla necessità della guerra / mentre i capi guardano dalla finestra / questo sperpero di corpi e di dolore / e brindano alla vittoria / nelle calde case dell’infanzia” (accusa, p. 40). Un tema ricorrente nella poetica del siciliano è quello della casa, che qui viene sottoposta ad un processo inverso all’antropizzazione, per confondersi piuttosto con la rusticità e la selvatichezza del bosco, quasi in un regresso allo stato di natura alla maniera di Rousseau. E così si palesa quale intervallo si frapponga fra la poetica di questo solitario e la deriva dei tempi: “ormai non li ho incontrati questi fratelli estranei / non ho voluto sapere della loro necessità / una voce mi dice di restituirli alla terra / al pasto dei lombrichi” (preparativi per la notte, p. 65). Per giungere, nell’ultima sezione, risolta nella forma di un racconto allegorico di caccia al cinghiale, alla piena identificazione col proprio animale-guida, la volpe appunto, cui spetta il compito di formulare la parola definitiva ribattezzando il poeta con il nome di “Nessuno”, “osso piantato nel cuore del mondo e nella mia bocca nuova / ti chiamerai così: Nessuno, il senza nome” (ti ho visto stamattina, p. 76).

Ma andranno senz’altro menzionati i versi su cui si chiude la seconda sezione, che valgono a rinnovare, nonostante tutto, la fiducia nella parola poetica, per lo meno quando in essa sia garantito il principio della necessità del dire: “proteggete questa casa dai rigori / amici senza occhi, e mani / dalle crepe dove si annidano i nemici / da me stesso, che invoca sempre l’ombra e / disorienta la luce delle cose buone” (luce della necessità, p. 34).

Luce della necessità
di Sebastiano Aglieco
Mimesis edizioni,
2022 Prezzo: euro 10.00

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Una lingua aspra come scaglie di sasso ultima modifica: 2022-12-02T18:54:30+01:00 da MAURIZIO CASAGRANDE
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