Grande città, Berlino. Conversazione con Flaminia Bussotti

È la capitale ed è la più popolosa della Germania. Grande per la sua storia, molto tormentata, quella del Novecento, con la lunga e dolorosa ferita della sua divisione, simbolo eloquente della guerra fredda. Oggi grande città per l'attrazione che esercita, meta di giovani, di persone creative, artisti, accademici, di tanta gente alla ricerca di una nuova vita in un centro vibrante. Di questa grande città parliamo con una giornalista che la conosce molto bene.
SANDRA PAOLI
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Grande città, Berlino. Non solo per estensione, davvero considerevole, e per abitanti, 3,7 milioni, che diventano quasi cinque se si considera l’area metropolitana. È la capitale ed è la più popolosa della Germania. Grande per la sua storia, molto tormentata, quella del Novecento, con la lunga e dolorosa ferita della sua divisione, simbolo eloquente della guerra fredda. Oggi grande città per l’attrazione che esercita, meta di giovani, di persone creative, artisti, accademici, di tanta gente alla ricerca di una nuova vita in un centro vibrante. Di questa grande città parliamo con una giornalista che la conosce molto bene, Flaminia Bussotti, a lungo corrispondente dell’Ansa da Berlino, Vienna e Est Europa e da diversi anni corrispondente da Berlino de Il Messaggero e collaboratrice de Il Foglio, oltre a collaborare anche saltuariamente per testate tedesche.

Che cosa contraddistingue la Berlino di oggi?
All’epoca del Muro, chi viveva a Berlino godeva di parecchi incentivi. Per aprire e avviare un’attività che oggi si chiamerebbe startup (all’epoca si trattava di iniziative commerciali ed economiche) si poteva contare su aiuti finanziari, le aziende ricevevano ingenti contributi. L’altro grande incentivo che spingeva tanti giovani dell’ovest, soprattutto uomini ma non solo, a trasferirsi qua, era che stando a Berlino si era esonerati dal servizio militare. Inoltre, questa città era meta di molti artisti, di persone eccentriche, un po’ di sinistra naturalmente. 

Questo tipo di immigrazione, per lo più un’“immigrazione interna”, è durata anni, la città era un ritrovo dell’intellighenzia di sinistra ed europea. Alcuni distretti, come Kreuzberg, in passato il quartiere dei turchi, oggi sono diventati quasi upper class.

Con la caduta del Muro cambiano molto la topografia, la geografia, la psicologia, la sociologia. Un grande mutamento si ha dal 1998-2000, quando il governo federale si trasferisce qui, e prim’ancora in seguito all’unificazione. La rilevanza di Bonn viene così ridotta. Resta una città importante, ma di provincia, nonostante grandi iniezioni finanziarie del governo centrale. Tutte le ambasciate sono state chiuse, quasi tutti i ministeri sono stati trasferiti, anche se per dare il contentino alla popolazione di Bonn, assolutamente contraria alla perdita dello status di capitale, ne sono rimasti alcuni. È un altro paradosso anche finanziario della Germania. Questi ministeri hanno una loro sezione a Bonn, il che comporta dei costi.

Dopo la riunificazione, per Berlino è stato significativo anche il cambiamento demografico. Sono arrivati stranieri, non più prevalentemente Gastarbeiter. Si è creata un’ élite in una città che tradizionalmente non conosce la parola élite. A Berlino non esiste un’élite economica, non esiste un’élite industriale, non esiste un’industria.

16 novembre 2020, quindicesimo giorno di lockdown. Hackescher Markt, famosa piazza di Mitte, punto di incontro frequentatissimo pieno in genere di gente, locali, negozi, caffè e ristoranti

Come si è rinnovato lo storico multiculturalismo di Berlino?
Oggi gli immigrati provengono prevalentemente dal resto dell’Europa. Sicuramente non vengono qui principalmente a cercare lavoro, la città affonda e affoga nei debiti. Un sindaco dice che Berlino è “povera ma simpatica”. Non ha nulla di attrattivo da un punto di vista economico, ma è molto attrattiva dal punto di vista della vita sociale, molto liberal e molto aperta. Per un periodo c’era un grande flusso anche dall’America, anche di molti artisti. I prezzi per le case e per gli atelier erano molto più bassi che nel resto d’Europa. Per avere un atelier a New York ci vogliono milioni. Adesso, a Berlino, tutto questo è un po’ cambiato, la città è diventata molto cara, ma la gente continua a esserne attratta. Non c’è più il classico Gastarbeiter, ci sono soprattutto giovani. È la generazione dell’Erasmus. Sono attratti per lo più dal fatto che è una città sicuramente aperta, affascinante, gode di ottima fama. Tuttavia, molto spesso questa fama non corrisponde, alla lunga, alla realtà. Molti giovani – per esempio gli italiani che vengono mossi da quello che sentono dire – dopo un po’ cominciano a sviluppare una certa frustrazione. Si trovano di fronte a inaspettate difficoltà economiche e linguistiche, di integrazione, ecc.

Dopo la riunificazione si diceva che i berlinesi continuavano a rimanere ancorati al proprio quartiere. Dopo tutti questi anni è cambiato qualcosa? Ora si può dire che la città sia più omogenea e coesa? Oppure ci sono ancora le due Berlino?
Vivendo qui da tanti anni, ho pochissime conoscenze a est e moltissime ovest, qui a ovest non è frequente incontrare tedeschi dell’est. L’osmosi delle generazioni di chi oggi ha quaranta o cinquant’anni stenta molto a realizzarsi, l’unificazione non è assolutamente avvenuta, ciascuno continua a vivere nella propria parte della città. Persistono pregiudizi reciproci da entrambe le parti, si usano ancora le definizioni “Ossis” e “Wessis”, forse anche per una scarsa conoscenza gli uni degli altri, di una carenza di informazioni. Probabilmente, invece, per le nuovissime leve, per quelli che vanno a scuola nella stessa classe, il problema si pone di meno. Naturalmente a scuola è diverso, ci si conosce, si fanno i compiti insieme. Anche la mobilità abitativa è molto cambiata, è possibilissimo che uno dell’est viva a ovest, ma non è frequentissimo, perché c’è un certo attaccamento culturale al proprio distretto, il Kiez. Questo campanilismo del Kiez è molto sviluppato a Berlino, sia a est sia a ovest. È dovuto, a mio avviso, anche al fatto che questa è una città sterminata, ogni Kiez è una città. Si può paragonare la vita dei berlinesi con quella dei romani. Chi vive a Monte Mario a Roma, non pensa proprio di andare a fare una passeggiata a Monteverde, perché la città è grande. Berlino è molto più grande come estensione, non è una città costruita intensivamente, solo dopo la Wende, la svolta, nel centro storico sono stati costruiti grattacieli, ad esempio nella zona di Renzo Piano. Sono comunque grattacieli relativi rispetto a quelli di New York. Il carattere urbanistico della città rimane totalmente estensivo. Ci sono strade larghissime, le grandi Allee possono avere tre o quattro corsie per parte, per non parlare dei parchi. Per questo ogni singolo Kiez, ogni distretto è una piccola isola, una piccola città. La gente si affeziona ai propri fornitori, ai propri negozi, in questo senso effettivamente c’è poca mobilità.

2 novembre 2020, primo giorno del lockdown light dichiarato dal governo (c’era ancora la grande coalizione della Merkel ndr). Mostra l’unico pezzo di Muro ancora in piedi in centro città – siamo a Mitte – e, sulla sinistra, un lato del ministero delle Finanze, ex ministero dell’aviazione nazista di Hermann Göring; a destra del Muro c’è il centro di documentazione Topografia del Terrore, meta assidua di turisti.

A proposito dei segni architettonici della Berlino di oggi, anche pensando al fatto che ci hanno lavorato diverse archistar, c’è qualche opera architettonica che è diventata iconica?
Ci sono tante opere importanti. Alla Potsdamer Platz Renzo Piano ha costruito un paio di edifici e ha gestito la grande area, per la quale ha commissionato costruzioni ad altre archistar famosissime. Il progetto è stato molto criticato da subito da un punto di vista estetico e non solo. C’era una fortissima concentrazione, gli edifici erano molto stretti, nessuno avrebbe scommesso che questa quest’area avrebbe conquistato un’anima. Bisogna tener presente che era praticamente la no man’s land, l’area del confine fra i due Stati. Quando la Germania era divisa non c’era niente, solo campi incolti col Muro di mezzo. Si diceva – di questo sono testimone – che nessuno sarebbe andato a vivere lì. Non c’era anima. Adesso invece è un quartiere molto, molto vivace. Il Festival della Berlinale si svolge prevalentemente lì. A mio giudizio, solo personale, non è mai stato bello. Ma è comunque uno dei simboli della città.

Ci sono vari architetti, naturalmente famosissimi, l’inglese Norman Foster ha rifatto la famosissima e bellissima cupola di cristallo del Reichstag.

Molto attivo, soprattutto negli ultimi tempi, è David Chipperfield, che fra l’altro, si è occupato del Neues Museum, nell’isola dei musei. Prima della riunificazione era in cattive condizioni, lui lo ha ristrutturato rendendolo un gioiello. Ora è uno dei musei più più visitati. Inoltre, Chipperfield ha progettato la James Simon Gallery, una una galleria molto moderna, in stile tedesco moderno, molto razionale. Collega quasi tutti i musei dell’isola. Anche questo è un bell’edificio. È criticato, naturalmente, ma trovo che sia un’opera architettonica molto riuscita, soprattutto in quanto punto di collegamento di questi musei. Teniamo presente che l’isola dei musei ne comprende cinque. Senza la James Simon Gallery, che funge da ingresso, sarebbe necessario uscire ogni volta da ognuno di essi. Invece ora, tranne un paio, sono tutti collegati.

16 novembre 2020, quindicesimo giorno di lockdown. Il Castello del Re di Prussia

Degno di nota anche l’architetto vicentino Franco Stella, che anni fa ha vinto il concorso per la ricostruzione del Castello degli Hohenzollern. È un progetto controverso, il suo. Come per tutte le iniziative, a Berlino c’è una parte, chiamiamola così, conservatrice, in questo caso la sinistra, che voleva mantenere il vecchio Palast der Republik, costruito dalla DDR dopo aver demolito il castello, che però era inquinato di amianto, oltre a essere antiestetico. Sono state necessarie più votazioni del Bundestag, che ha deciso di ricostruire il castello. In parte la ricostruzione è storica, identica a com’era in passato, una parte è moderna. La proporzione è di circa due terzi contro un terzo. Non ci si aspettava che avrebbe vinto questo architetto italiano, in competizione con famosissimi studi operanti nelle più varie parti del mondo. Ma Franco Stella è stato l’unico che ha avuto l’idea di collegare le varie sezioni e di lasciare aperti i passaggi nord, sud, est, ovest, soprattutto quello nord-sud. Un’idea simbolica, della città sempre aperta, molto democratica. Chiunque può entrare senza biglietto, da una parte all’altra si vede un’uscita. Il palazzo si affaccia sull’isola dei musei da un lato, mentre la parte opposta è grossomodo davanti al ministero degli Esteri.

Stella mi raccontò che si era vagamente ispirato alla Galleria degli Uffizi. Ora l’architetto ha più di ottant’anni e ha terminato la sua opera. Il progetto è stato consegnato quasi nei tempi massimi previsti. L’opera è tuttora molto controversa. Gli architetti storcono il naso, ciò non toglie che sia un grande polo attrattivo. È davanti e tutti i musei principali. Inoltre, come afferma Stella, non ricostruire il castello sarebbe significato mutilare il vecchio progetto urbanistico della città. Il castello era la Reggia, ovviamente dei re di Prussia, ma era in comunicazione con tutte le altre opere storiche che si snodano lungo la Unter den Linden, a cominciare dalla dalla Porta di Brandeburgo. La ricostruzione aveva dunque una sua giustificazione, una legittimazione storica architettonica.

 2 novembre 2020. Il Memoriale dell’Olocausto, a due passi della Porta di Brandeburgo (e dell’ambasciata americana nella ex terra di nessuno).

Ci sono state polemiche sul fatto che tra i visitatori del Memoriale dell’Olocausto vi sia talvolta un comportamento inappropriato, c’è chi fa i selfie, o addirittura picnic. Cosa ci dice questo atteggiamento irrispettoso a proposito dell’idea di realizzarlo nel centro della città, dove per esempio ci sono bar, negozi, ecc?
La realizzazione del memoriale all’Olocausto è stata preceduta e accompagnata da grandi polemiche, come accade sempre a Berlino. Si doveva fare qualche cosa che ricordasse che la città era stata la capitale dell’Olocausto. Anche se la Germania ha pagato un grande tributo in termini di elaborazione del passato, di ammissione delle proprie colpe, quando la capitale è stata trasferita a Berlino è stato ritenuto necessario realizzare un’iniziativa di rilievo, perché Berlino era stata al contempo la capitale del Terzo Reich. Il Memoriale è una delle attrazioni più frequentate oggi a Berlino, è all’aria aperta, è gratuito, per cui ovviamente anche attrattivo. Inoltre, è nel cuore di Berlino, molto vicino alla Porta di Brandeburgo, al grande Parco del Tiergarten. Il turista passa comunque di lì. È composto da stele di granito quadrate, triangolari, o a forma di parallelepipedi, di altezze diverse. È enorme. In realtà è vietato sedersi sopra le stele, sostare, fare i picnic. All’inizio accadeva in continuazione che ci fossero sfregi, scritte, è stato sorvegliato dalla polizia. Ora, ogni tanto ci sono ancora gli inevitabili selfie, ma in genere direi che è molto integrato nel tessuto della città. Chi vuole può visitare un centro di documentazione, ma credo che il turista in genere lo ignori ampiamente.

Quanto all’antisemitismo, il governo federale ha incaricato Felix Klein di occuparsene. Proprio di recente Klein denunciava la grande quantità di episodi da non sottovalutare, da fatti minori, tipo la svastica, a fatti più gravi, come l’insulto a ebrei con la kippah per strada. Klein denunciava che il fenomeno è inquietante, allarmante, che bisogna tenere alta la guardia.

Hai pubblicato un libro fotografico su Berlino durante il lockdown “light” dovuto alla pandemia. Che tipo di immagini hai scelto? Cosa è emerso durante il tuo lavoro?
Oltre all’introduzione, il libro è ricco di commenti, incluso uno del direttore della Zitty. Ho scattato le foto nei mesi dello scontento, della malinconia. In Germania, per diversi mesi il clima non è buono. Inoltre, la città non è bella né come Parigi né come Venezia. In quel periodo non lavoravo molto per l’Italia, colpita duramente dalla pandemia e, di conseguenza, comprensibilmente ripiegata su se stessa. La domanda di corrispondenze dalla Germania per i giornali era molto ferma. Ho cominciato un po’ per curiosità, col mio vecchio cellulare, un Samsung 7, non il top. Poi ho deciso di preparare una documentazione di un mese di solitudine. La città era chiusa, sembrava di stare in un asilo mentale, dovunque era deserto. Per di più, il cielo era plumbeo. Ho fotografato elementi iconici, in centro. Mano a mano che scattavo le foto, ho lavorato più programmaticamente, ho scelto i soggetti in modo ragionato. Alcuni erano irrinunciabili, come la sinagoga, oppure l’Alexander Platz.

Ne è scaturita una radiografia di Berlino, al nudo, è emersa un po’ la sua spettralità. Qui non si possono applicare i canoni di bellezza a cui siamo abituati noi italiani. Berlino, più che bella, è una città di fascino, di attrazione, di simpatia. Ma ci sono arterie nevralgiche, come la Wilhelmstraße che ai tempi di Hitler era la la strada del governo, la più importante, con tutti i ministeri, la cancelleria vecchia e nuova del Führer. Oggi, delle vecchie cose del passato sono rimasti soltanto il vecchio ministero dell’aviazione, quello di Göring, che è oggi il ministero delle Finanze. Vedere questa strada, che è lunga chilometri, deserta, con questi colossi di edifici spettrali vuoti, è abbastanza inquietante. Ma in quel periodo è stato possibile fruire anche di cose belle, come il Bundestag dalla parte che dà sull’acqua della Sprea. Quindi, vi sono immagini affascinanti, altre che mostrano la crudità, la freddezza di questa città.

Ho distribuito il libro come omaggio a molte, molte persone, anche a diversi politici, inclusa la Cancelliera. Anche all’allora ministro delle Finanze Schäuble, che poi è diventato presidente del Bundestag, e ora è semplice deputato della CDU. È stato l’unico big, il che è tipico di Schäuble, che è della vecchia scuola, ad aver preso carta e penna e mi ha risposto. Una lettera, la sua, naturalmente formalmente ineccepibile. Mi ha ringraziato: “Brava, bla bla bla …”, però ha fatto un commentino da cui si capiva – per come è lui, sempre un po’ pungente – che intendeva dire questo: “Lei ha fatto le sue foto, ha fatto quegli scatti, naturalmente è tutto soggettivo. Ha scelto strade vuote, strade così…” Era come dire – almeno io l’ho interpretato così – “Tu hai avuto un occhio molto critico, però magari avresti potuto averne anche un altro.” Berlino non la raccomanderei in solitudine e sotto il lockdown. In quella situazione ci si possono godere città come Venezia, libera dal turismo.

15 novembre 2020, quattordicesimo giorno di lockdown. Un’ansa della Sprea davanti alla stazione centrale (Hauptbahnhof) in una zona nuova edificata negli anni dopo l’Unificazione. L’argine è frequentato dai berlinesi per attività sportive e ricreative soprattutto col bel tempo e nei fine settimana.

Berlino continua comunque ad attrarre i giovani, magari per altri motivi, come per esempio grazie alla valorizzazione della musica techno?
Credo proprio di sì, anche se ci sono persone che non amano questo tipo di musica. Inizialmente, per i techno rave arrivavano a Berlino circa un milione di persone, la città era messa a soqquadro. Ora non è più così, ma la capitale tedesca è tuttora molto famosa e pare anche all’avanguardia. Hanno un ruolo importante i cosiddetti club – così li chiamano gli appassionati – sono discoteche. C’è una parte di Berlino conosciuta forse solo dai giovani che vivono in certi ambienti, che vivono di notte. Da venerdì a lunedì i ragazzi di una certa generazione, naturalmente anche con un certo profilo sociale, interessi, eccetera, vivono in questi club, dove ne succedono di cotte e di crude, dove a volte è difficile entrare, i buttafuori fanno una selezione. Vi sono giovani che si recano qui per imparare, per specializzarsi, oppure per lavorare come dj, Berlino in questo è all’avanguardia. È un tipo di musica che s’addice molto alla città, dove comunque la musica classica è di livello notevole. È una città musicale, la musica è molto incentivata, i concerti sono molti.

Ci sono giovani che vengono a vivere a Berlino, attratti dalle sue opportunità di lavoro, ma poi una parte di loro deve fronteggiare difficoltà che magari non si aspettava. Forse per via di una scarsa padronanza della lingua? Quale ruolo può avere la conoscenza del tedesco per chi decide di lavorare e vivere nella capitale tedesca? Può essere di aiuto?
Non direi che aiuta, è indispensabile. L’integrazione o l’accettazione delle persone va di pari passo con il livello linguistico. Meno lo sai, meno ti integri. Succede ovunque. Se per dire una frase ci si impiegano venti minuti, l’interlocutore si stanca. Inoltre, la scarsa conoscenza della lingua è un ostacolo in più per chi cerca lavoro. I berlinesi poi sono molto pragmatici, favoriscono chi conosce meglio la lingua, il che permette di inserirsi meglio nel lavoro e lavorare meglio. Sì, la lingua è uno degli ostacoli principali, probabilmente il principale. Alcuni, anche se sono laureati, trovano lavori non gratificanti. Molti dei ragazzi che vengono qui pensano che sia tutto facile. Non lo è assolutamente. Diversi s’incontrano solo fra italiani. Entrare veramente nel tessuto di questa città significa conoscere bene la lingua, impossessarsi anche di un comportamento, direi antropologico e sociologico della città. Bisogna conoscerne anche le abitudini. Insomma, non è assolutamente facile, ma il fascino resta, per cui i ragazzi continuano a venire. Ma un consiglio: “Non venite se non sapete il tedesco.”

Immagine di copertina:10 novembre 2020, nono giorno di lockdown. Bebelplatz (la piazza del rogo dei libri nel 1938). A  sinistra si vede un lato della Staatsoper, in fondo la cupola della cattedrale cattolica di Santa Edvige e sulla destra un edificio dell’Università Humboldt.

Grande città, Berlino. Conversazione con Flaminia Bussotti ultima modifica: 2022-12-04T20:50:25+01:00 da SANDRA PAOLI
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