Juventus, una passione che non c’è più

ROBERTO BERTONI BERNARDI
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Premetto che sono stato a lungo un tifoso juventino. Cominciai  ad amarla proprio nei giorni della bufera di Calciopoli, in seguito a un lungo avvicinamento, nonostante la retrocessione in Serie B, i fuoriclasse che preferivano andare a giocare altrove, l’addio di un mito come Thuram e la malinconia per stadi non paragonabili a quelli della Serie A, in cui la Vecchia signora era abituata a giocare e dominare. Eppure, in quell’anno di Purgatorio, quanta gioia, quanta sana passione popolare, quanta bellezza sugli spalti! Ricordo ancora la volta che la Juve andò a giocare allo Scida di Crotone: quello stadio si trova vicinissimo a un ospedale e c’erano i pazienti affacciati alle finestre, increduli per la possibilità di assistere dal vivo a uno spettacolo che, fino a quel momento, avevano visto solo in televisione. Ricordo ancora l’umanità di quella stagione, che secondo me fece addirittura bene ai bianconeri: un bagno di umiltà, una rinascita collettiva, campioni del mondo come Buffon, Camoranesi e Del Piero che accettavano di andare a giocare in provincia e si confrontavano con ragazzi che li affrontavano con l’animo dei fan più che degli avversari.

Del resto, non si poteva essere avversari di quella Juve, tornata gentile e a misura d’uomo dopo i dodici anni della Triade, del moggismo e del giraudismo imperanti, e fu per me un onore abbracciare quei colori proprio nel momento più difficile, togliendomi in seguito non poche soddisfazioni. Ebbene, di tutto questo non è rimasta alcuna traccia. Diciamo che l’acquisto di Ronaldo è stato il classico esempio di quella che gli antichi greci definivano hybris, un eccesso di tracotanza che ha generato disastri a catena. C’entra sicuramente anche il Covid, con tutte le conseguenze che ha provocato alle casse dei principali club europei, su questo non si discute; fatto sta che la Juve, da Ronaldo in poi, ha voluto strafare.

Per perseguire il disegno di giungere ai massimi livelli mondiali, per conquistare l’agognata Champions, oltre a non badare a spese (a cominciare dallo stipendio di CR7), è stata perseguita una politica societaria che non ha valorizzato adeguatamente il vivaio. Basti pensare che la scorsa estate sono stati ingaggiati Pogba e Di María, entrambi caratterizzati da uno stipendio faraonico, salvo poi accorgersi di avere una miniera d’oro in casa, con i Fagioli e i Miretti, ma solo perché gli illustri nomi hanno pensato bene di trascorrere la prima parte dell’anno quasi sempre infortunati. Mi spiace doverlo ammettere, ma si è persa la Juve. E la scomparsa di Boniperti l’ha privata dell’ultima bandiera che le era rimasta, dell’ultimo mito vivente di fronte al quale persino la famiglia Agnelli era costretta a inchinarsi.

In questa Juve non ci sono più simboli: i grandi ex, Del Piero su tutti, non fanno parte della società, Marchisio, che alla Juve aveva dato tutto, è stato sacrificato sull’altare di un disegno globalista che si è rivelato poi una iattura, manca la dedizione di qualche gregario di quelli disposti a sacrificarsi per la squadra e ad anteporre il bene del gruppo ai propri sogni di gloria ma, soprattutto, manca il DNA della Juventus. Perché un tempo questa compagine accomunava Agnelli e Lama, la maggior parte dei leader comunisti, Gianni Rodari e quella Torino composta da operai provenienti dal Meridione che si erano trasferiti al Nord in cerca di riscatto. Costituiva, insomma, uno degli esempi più riusciti di integrazione e confronto costruttivo fra le classi sociali, una delle frontiere più avanzate del compromesso socialdemocratico che, non a caso, aveva fatto la fortuna della FIAT e del ceto medio. E sempre non per caso la Juventus che fu era considerata la piu provinciale fra le grandi, la squadra che non mollava mai, che non regalava niente a nessuno, che non si sedeva sugli allori, che pensava ogni volta allo scudetto successivo, alla coppa successiva, ai nuovi trionfi da mettere in bacheca e festeggiava sempre con sobrietà e rispetto per gli avversari. Come sosteneva Italo Pietra, storico direttore del Giorno, la Juve era “stile e stiletto”, coniugando la classe cristallina dei suoi tenori con lo spirito di sacrificio del resto dell’orchestra.

Oggi di tutto questo non è rimasto più nulla. Non c’è più l’umiltà che l’ha fatta amare per anni, per decenni alla maggior parte di noi. Non è rimasto nemmeno un cenno dello spirito dei ragazzi del D’Azeglio. Stando alla narrazione dei rampolli di casa Agnelli-Elkann, sembra quasi che la Juve sia iniziata con loro. Certamente, i loro antenati l’hanno resa ricca e gloriosa, ma qualcuno dovrebbe informarli che la Juve è stata fondata nel 1897 e che la sua storica rivista, che peraltro ha chiuso, e anche questo è un segno dei tempi che stiamo vivendo, era nata nelle trincee della Prima guerra mondiale. Hurrà Juventus, per un periodo diretta da Felice Placido Borel, il mitico “Farfallino” del quinquennio d’oro degli anni Trenta, rappresentava la Bibbia sportiva di ogni sostenitore di Madama. Oggi, ribadiamo, non è rimasto nulla. Né la rivista né il modo di essere e di vincere né l’eleganza propria di un Boniperti né la perfetta miscela di fenomeni e portatori d’acqua, la vera arma in più di quell’ambiente, in cui anche il magazziniere si sentiva importante e lo era.

Questa Juve, mi addolora immensamente dirlo, non mi rappresenta più. Non mi rappresenta il suo modo di impostare la campagna acquisti, il suo modo di stare in campo, tutto ciò che avviene dietro le quinte, questa furbizia che ora rischia di costarle carissima, questo atteggiamento da Marchese del Grillo, con annessa evocazione di una Superlega; insomma, questa perenne caduta di stile che mai Boniperti o l’Avvocato avrebbero tollerato, ben coscienti del fatto che il calcio sia di tutti, a cominciare dai tifosi e dalle persone comuni. I tornei da Play Station lo uccidono e lo mortificano, e la pretesa di far parte di un’élite solo per ragioni ereditarie è l’opposto del merito sportivo, senza il quale il calcio semplicemente smette di esistere. Ho detto addio alla mia passione di tanti, lunghi, meravigliosi anni per non sentirmi parte di questa deriva, perché non credo più alle promesse dei vertici societari, perché penso che di ciò che è stato non tornerà mai a esistere nulla e perché non sono le vittorie sul campo a interessarmi ma ciò che una squadra incarna e interpreta. La mia Juventus era quella di Thuram, del sostegno all’ospedale Gaslini di Genova, degli uomini che erano tali prim’ancora di essere campioni, dei bilanci in ordine e della serietà che prevaleva su ogni altro aspetto, essendo considerata imprescindibile.

La Juve attuale rappresenta, all’opposto, tutto ciò che contesto di questa società, l’esempio di come non dovrebbero mai essere il calcio e lo sport. E io, da qualche mese, ho deciso di rifiutare il concetto stesso di tifoso, ritenendolo ormai sinonimo, in molti casi, di esaltato, e di coltivare invece lo spirito critico e l’attitudine alla denuncia. Non voglio commettere altri errori, dopo essermi lasciato travolgere, a mia volta, dall’euforia collettiva per un acquisto rivelatosi controproducente e, forse, addirittura devastante. Fatto sta che la colpa è nostra. Se siamo ridotti così, se l’Italia funziona sempre meno, è perché ci siamo trasformati in un popolo di eterni tifosi, disposti a farsi imbonire, in ogni ambito, dal primo incantatore di serpenti che promette mari e monti e incapaci di coltivare un minimo di autonomia di pensiero e di giudizio.

Dal canto suo, la Juve costituisce, ahinoi, la metafora perfetta della crisi del capitalismo italiano, preludio del collasso del sistema-Paese. Sostenerla ancora, a mio giudizio, vorrebbe pertanto dire chiudere entrambi gli occhi e far finta che vada tutto bene. In realtà, va tutto malissimo e o lo si ammette, si fa ammenda per i propri sbagli e ci si assume, ciascuno, la propria parte di responsabilità o non se ne verrà mai a capo.

Probabilmente andrà così, ma non chiedetemi di partecipare a questo circo perché non ne ho più voglia. Prendo atto della sconfitta epocale dell’Italia e della sua società più rappresentativa e rimango in silenzio. Osservo una decadenza che fa male al cuore, che induce a riflettere, che spinge molte e molti di noi a provare nostalgia per i tempi dell’Avvocato e del Dottore, quando la Juve divideva in due il Paese ma era comunque rispettata e rispettabile. Oggi non saprei come definirla. So soltanto che non vedo alcuna passione nelle scelte di questa nuova dirigenza. Saranno i tempi nuovi, le esigenze di bilancio, lo strapotere degli emiri e dei petrodollari arabi: posso anche capirci, ma a tutto questo adattatevi voi. Io, romanticamente, cara la mia Signora, dico basta.

Juventus, una passione che non c’è più ultima modifica: 2022-12-10T18:29:57+01:00 da ROBERTO BERTONI BERNARDI
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