Le quattro vite di Rolando

Ennio Pouchard, che ha firmato e firma diversi articoli di critica artistica per la nostra rivista, ha appena pubblicato la propria biografia, un libro non solo di piacevole lettura ma anche di suggerimento su come affrontare la vita all’insegna innanzitutto della curiosità, e poi dell’apertura verso gli altri e verso il nuovo.
SILVIO TESTA
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Novantaquattro anni vissuti intensamente. Del resto, ha due nomi, Ennio e Rolando (il terzo, Mario, che c’è e non c’è, è un “incidente” capitato alla nascita); due cognomi, Pouchard e volendo anche Puchar, per gli eventi che hanno caratterizzato quella terra eternamente di confine come la sua Istria, dove è nato e dove sono passati veneziani, francesi, austriaci, slavi, piegando per politica o per mera semplicità i nomi delle città e delle persone alle loro lingue.

E come se non bastasse ha vissuto anche tre vite! Perfino quattro se consideriamo l’infanzia e la giovinezza anch’esse come una vita a parte, soprattutto se a dividerle dalle altre c’è la tragica esperienza dell’abbandono forzato della città natale, Pola italiana, passata nel 1947 alla Jugoslavia.

1943. Ennio Pouchard, a quindici anni, mentre è in corso la guerra

Stiamo parlando, i lettori di ytali l’avranno già capito, di Ennio Pouchard, che per la nostra rivista on line ha firmato e firma diversi articoli di critica artistica, e che ha appena pubblicato per Mazzanti Libri la propria biografia, dal titolo Rolando e… Una vita dall’Istria al Mondo, un libro non solo di piacevole lettura ma anche di suggerimento su come affrontare la vita all’insegna innanzitutto della curiosità, e poi dell’apertura verso gli altri e verso il nuovo.

Infinite le persone citate, incontrate e raccontate nell’autobiografia, nomi noti e non noti, personaggi pubblici e privati, ma chi emerge è lui, perché è per arrivare a conoscersi che Pouchard ha scritto, e non certo per vanità o sopravalutazione di se stesso. Lo dice in modo esplicito:

E in che deve consistere la mia cogitatio per appagarmi? Ecco: in un ininterrotto grattare nel passato, per analizzarlo e giudicarlo, da inquisitore, testimone e giudice di me stesso. Non è tempo perso: devo o no mettermi a nudo per sapere chi sono?

29 maggio 1947. Con la nonna Caterina, dopo aver lasciato Pola imbarcati sul Toscana.

Pouchard, dunque, nasce a Pola nel 1928, da famiglia discendente da un sergente napoleonico dal cognome trasformato in Puchar sotto l’Austria, in seguito riadottato. E poi viene chiamato Ennio, ma di secondo nome Mario e non Rolando, come voleva il padre, per una distrazione al battesimo. All’officiante il primo nome venne detto giusto, ma al momento del secondo il padre ebbe un dubbio, un’esitazione, e si rivolse sottovoce per chiedere conferma a un conoscente di nome Mario a cui il giorno prima aveva confidato le sue intenzioni. «Mario…». E il prete, solenne, assegnò il nome: “Bene, Marius”!

Per chi non conosca l’Istria (e naturalmente la Dalmazia) il simpatico siparietto potrà sembrare strano, ma per me che sono di origini dalmate non c’è davvero nulla da stupirsi: in quelle terre, all’epoca del “Rebaltòn” (il crollo dell’impero Asburgico) e giù di lì, la gente era davvero così, particolare, svagata, ironica, sapida, fuori dagli schemi, direi goldoniana, se non fosse che per spiegarlo c’è di meglio di papà Goldoni, detto naturalmente con tutto il rispetto: intendo i racconti dei giornalisti triestini Lino Carpinteri e Mariano Faraguna che si aprono con Le Maldobrìe, dalla combinazione dell’italiano “male” con lo sloveno “dobro” (bene). Leggere per credere.

Delle quattro vite del nostro, per propensione personale sono stato più coinvolto dal racconto dell’infanzia a Pola, con l’approccio al fascismo visto con gli occhi di un bambino, con le ristrettezze e le tragedie della guerra, con lo sfollamento, con la breve occupazione di Pola da parte dei partigiani slavi dopo l’armistizio, per fortuna presto sostituiti dagli inglesi fino alla definitiva cessione della città alla Jugoslavia.

18 giugno 2018. Pola, l’Arena e il campanile di Sant’Antonio in vista sullo sfondo, con la moglie Elsa, nel giorno del novantesimo compleanno.

Se a qualcuno degli italiani balenò l’idea di rimanere a Pola, fu la strage di Vergarolla, il 18 agosto del 1946, a consigliare l’abbandono della città e la via dell’esodo. La racconta Pouchard verso la fine del libro: lo scoppio, doloso, di diverse mine cui erano stati tolti i detonatori sulla spiaggia affollata di bagnanti. Oltre cento le vittime, di cui solo 65 identificate, tra le quali più di un terzo bambini. La più grande strage terroristica d’Italia, di cui poco o nulla la gente oggi sa.

Fuggito con la famiglia in Italia, ecco la seconda vita: quella nella Marina militare, dopo il conseguimento all’Accademia Navale di Livorno del grado di guardiamarina. Il racconto della crociera addestrativa con la nave scuola Vespucci ha la freschezza della gioventù. Mediterraneo, Dublino, La Coruňa, Tangeri. «Questa sera sono di umore nero… da due ore c’è sul cassero una musichetta che fa tremare le gambe, ci sono delle simpatiche figliole, comprese due che mi hanno fatto passare le ore più belle di questa breve permanenza… E io sono di controllo in sala nautica, per controllare tutti i cronometri di bordo, registrare i dati dei termometri asciutti e bagnati, e dei termografi, barografi, igrografi, anemometri». Si può ben comprendere…

1953. In Florida, a Pensacola, in attesa di decollo sull’aerosilurante Grumman Avenger, soprannominato dai piloti “turley” (tacchino)

In Marina Pouchard consegue negli Stati Uniti il diploma di pilota da portaerei, con avventure on the road tra Pensacola, Foley in Alabama, Corpus Christi in Texas, titolo che dopo dieci anni, abbandonata la divisa, lo introduce alla terza vita, quella di pilota e poi di dirigente dell’Alitalia. Vive a Napoli, a Roma, vive a Parigi, toccherà Milano, Torino, vivrà a Venezia, a Reggio Emilia, infine a Treviso “… in un quarto piano dal quale a Ponente si vedono solo alberi con tramonti favolosi, verso il Nord il Monte Civetta e dal mio bagno le albe”.

Proprio a Roma, negli anni Settanta del Novecento, Pouchard si affaccia alla quarta vita, ma ancora non lo sa, seguendo nel tempo libero dall’Alitalia l’impulso di dedicarsi ad attività creative, poesie, libri d’autore, grafica. “Era una furia che non potevo trattenere”. Studia l’arte, qualcuno gli chiede un articolo su Miró, del quale attende con ansia la pubblicazione. “Fu un lampo per me, perché significava l’apertura di una nuova strada”.

1953. Con la sua Studebaker a Pensacola, Florida.

Nei fine settimana vive a Venezia, dove incontra e conosce Pizzinato, Vedova, il gallerista Gianni De Marco, Virgilio Guidi e quanti altri, troppi da citare tutti. Tra questi, però, anche Marcello Pirro. Quanti veneziani lo ricorderanno tra Campo Santa Margherita e Corte de la Madonna, dove abitava, proprio dietro Campiello dei Squelini dove su un muro un suo mosaico ancora lo celebra. Fu proprio lui ad aprirgli davvero la strada dell’arte, aiutandolo a stampare una cartella di serigrafie che interpretassero delle sue poesie, affidate a Guidi, Roberto Crippa, Salvatore Messina, ovviamente lo stesso Pirro.

Da lì, lasciata poi l’Alitalia, si apre a cascata la vita del poeta, dell’artista, del critico, del curatore di mostre, costellata di incontri coi grandi nomi della cultura italiana e internazionale, quella che conosciamo anche attraverso i suoi scritti, ultimo appunto l’autobiografia, che nelle pagine finali è permeata da una vena di malinconia nel ricordare il tempo passato, gli amici scomparsi, le emozioni e le riflessioni della gioventù, alle quali torna quasi a chiudere un cerchio.

Le quattro vite di Rolando ultima modifica: 2022-12-12T15:34:29+01:00 da SILVIO TESTA
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