Senza figli, senza futuro. Ma il trend si può invertire

L’allarme demografico in Italia si fa sempre più preoccupante, si legge in “La trappola demografica” di Luca Cifoni e Diodato Pirone, ma è ancora possibile mettere in campo azioni per frenare e perfino rovesciare la tendenza.
VITTORIO FILIPPI
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Perché dovrebbe preoccupare l’idea di essere dodici milioni in meno da qui a mezzo secolo? O l’incontestabile constatazione che vi sono cento neonati per 170 settantenni? Questi allarmi demografici risuonano periodicamente, anzi sempre più spesso e anche forti, ma rischiano di diventare una specie di rumore di fondo perfino noioso a cui ci si abitua.

Va ricordato che lo scorso anno in Italia sono nati 399 mila bambini, un numero lontanissimo dal milione e più di nascite del 1964, l’annus mirabilis della nostra demografia. Ma anche l’anno in cui, con grande gioia dei bambini, appariva la Nutella e il debito pubblico raggiungeva il suo punto più basso in rapporto al Pil. Il discorso è oggi rigorosamente matematico: si fanno sempre meno figli rispetto al passato e soprattutto – a causa dell’onda lunga (pluridecennale) della denatalità – sono ormai pochi i genitori potenziali. Si è creata insomma una “trappola demografica”, cioè una spirale lacaniana che porta con sé una economia più debole, imprese poco innovative, pensioni insostenibili, carenza di lavoratori, scuole chiuse e territori desertificati (soprattutto nel Mezzogiorno). Insomma un declino a tutto tondo, ben spiegato dai giornalisti Luca Cifoni e Diodato Pirone nel libro La trappola delle culle. Perché non fare figli è un problema per l’Italia e come uscirne (Rubbettino, 2022).

Nella prima parte del volume gli autori analizzano lo scenario in cui il nostro Paese detiene i primati europei di bassa natalità e di invecchiamento longevo:

Il dibattito pubblico italiano sulla natalità si basa, in larga parte, su considerazioni estemporanee e luoghi comuni. Non tiene conto, quasi mai, di un dato di fatto scomodo, cioè che la sceltadelle italiane e degli italiani di avere pochi figli – spontanea o meno che sia – si inserisce in un quadro in cui le nascite si riducono da sole, in automatico,

dato che il crollo demografico avvenuto tra gli anni settanta e ottanta ha decimato le generazioni delle donne in età feconda.

Nella seconda parte del libro sono elencate nove azioni da intraprendere per provare a invertire la tendenza. Queste azioni non si esauriscono nelle politiche pubbliche ed anzi dovrebbero coinvolgere tutta la società partendo possibilmente dal basso, come dimostra il successo dell’esperienza di Bolzano, che ha oggi una fecondità “francese”. Per cui occorre innanzitutto rimuovere il blocco culturale che impedisce di percepire la natalità come un valore civile, laico e moderno. Gli autori propongono di trovare le parole giuste per parlarne in modo adeguato all’Italia di oggi: “Un linguaggio né di destra né di sinistra, laico, non inquinato da retaggi ideologici e luoghi comuni”, insomma un linguaggio “universalmente accettato perché pragmatico e realista”. 

Certo, è poi essenziale il ruolo delle politiche natalistiche pubbliche, che devono però essere stabili, semplici e sufficienti: tre criteri quasi sempre assenti. Ma anche le imprese possono favorire la genitorialità dei propri dipendenti, con tanto di certificazione (il Family Audit, marchio registrato della Provincia di Trento) che attesti l’uso di buone pratiche aziendali nel conciliare vita e lavoro.

Senza dimenticarci infine del ruolo dell’immigrazione, dato che

quella migratoria è l’unica variabile demografica che in tempi relativamente rapidi può modificare le tendenze in atto, mentre cambiamenti delle scelte riproduttive dell’intera popolazione richiedono un orizzonte più esteso.

Il che significa che le politiche migratorie devono abbandonare la logica degli ingressi “in via transitoria”, tenendo conto che l’Italia non è oggi considerata una meta molto attrattiva per i migranti.

Sappiamo che fare figli significa – lato sensu – investire nel futuro e “fare” futuro. Ma una “trappola delle culle” sta anche nello stato d’animo, nell’umore collettivo che c’è oggi nella società: per il Censis (si veda l’ultimo Rapporto di qualche giorno fa) l’Italia vive in uno “stato di latenza post-populista e malinconica” e inoltre “smarrisce ogni responsabilità collettiva di futuro”. Se questo è il mood diffuso (e deprimente), sarà però davvero improbo riaffollare significativamente le culle e, attraverso queste, credere nel futuro.

Senza figli, senza futuro. Ma il trend si può invertire ultima modifica: 2022-12-12T16:55:03+01:00 da VITTORIO FILIPPI
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