Vedo nero

GIOVANNI LEONE
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Se dovessi abbinare l’Italia a un colore sarebbe il nero. Non per il rischio di un ritorno al fascismo dopo la vittoria di Giorgia Meloni, di rigurgiti in questo senso ce ne sono ma altrove, la Meloni promuove politiche di destra ma non si vedono all’orizzonte rischi di svolte autoritarie e antidemocratiche, l’Italia repubblicana ha sviluppato gli anticorpi necessari. sufficienti.

Il nero non è neanche quello del riflesso dei nostri tempi, bui per la diffusa conflittualità che s’insinua in ogni aspetto delle nostra vita quotidiana e sul piano globale ci ha portato sull’orlo di un nuovo conflitto mondiale l’ennesimo ma questa volta nucleare, né quello per la palese incapacità della politica nostrana di mettersi al passo con la realtà in materia di diritti civili (sembrano passati anni luce da quando una forte spinta sociale costrinse con referendum negli anni Settanta all’approvazione delle leggi sul divorzio e l’aborto) e neanche quello della pelle dei tanti ragazzi di colore che si ostinano a volerci lavare il parabrezza o che c’importunano con la loro povertà e chiedendo l’elemosina.

No, il nero che vedo è quello per cui pochi giorni fa siamo saliti in alto sul podio a farci appuntare la medaglia d’oro per l’ammontare dell’evasione fiscale dell’IVA (26 miliardi di euro su 93 complessivi nella UE), seguiti da Francia e Germania, insomma il club esclusivo delle grandi potenze economiche europee. Non consola saperci al terzo posto sul piano percentuale (20,8 per cento) insieme a paesi economicamente deboli come la Romania (35,7 per cento) e Malta (24,1 per cento) distanziati enormemente dai paesi più “virtuosi” come Finlandia (1,3 per cento), Estonia (due per cento) e Svezia (due per cento).

Il nero c’è sempre stato, si dirà ed è vero. C’è quello della pancia vuota dell’ambulante abusivo in strada caso (molto diffuso specialmente nel meridione e in provincia) o quello legato ai diritti negati, allo sfruttamento di migranti/immigrati da paesi più poveri del nostro, lavoratori di cui abbiamo un disperato bisogno ma che sfruttiamo ignobilmente: sia che si parli delle badanti, delle donne pulizie, di operai in fabbrica o nei campi costoro non vengono messi in regola e imboccano la via di un futuro che, quando sono fortunati, darà loro la pensione sociale. C’è poi un’altra forma di nero particolarmente odiosa, quella della pancia piena e dell’ingordigia legata la mondo della finanza e delle grandi operazioni creative tributarie. Infine, ed è a questo che mi riferisco, c’è il nero diffuso specialmente nelle aree più ricche del paese, uno scenario che sta cambiando.

Robert Rauschenberg, Untitled, ca. 1951 · SFMOMA

Fino a qualche tempo fa si proponeva al cliente/committente di non considerare e far così risparmiare l’IVA (21 per cento), offerta questa che è conveniente specialmente per chi la fa dato che applicare o meno l’IVA a lui non cambia nulla trattandosi di una partita di giro, non fatturare gli porta invece vantaggi che non condivide, derivanti dal mancato pagamento delle imposte su quel reddito. Oggi non è più così, lavorare in nero non è più un’offerta ma un obbligo imposto all’acquirente beni o servizi, altrimenti si preferisce rinunciare al lavoro perché l’imperativo è contenere il fatturato e il reddito stando entro scaglioni di reddito IRPEF convenienti. A Venezia ad esempio è diventato impossibile trovare un impiantista, un idraulico, un elettricista, un imbianchino, un muratore, quindi, quando ne agganci uno fai di tutto per non lasciartelo scappare e in questo di tutto c’è l’accondiscendenza all’evasione in assenza della quale scompare la disponibilità a fare il lavoro, tanto di lavoro ce n’è in abbondanza, alla faccia di crisi economica e disoccupazione.

Per non parlare di categorie previlegiate come i tassisti che rilasciano ricevute non fiscali e spesso rifiutano le carte di credito. In questo panorama s’innesta l’innalzamento della soglia dei pagamenti in contanti dopo averci educati a utilizzarli, si dovrebbe intervenire sulle commissioni e agevolare ancora di più il loro uso invece si fa esattamente il contrario. Questo è il primo problema dell’economia italiana, a breve distanza segue poi la scarsa capacità operativa degli uffici pubblici nonostante la cosiddetta “semplificazione” abbinata al libero mercato e alla concorrenza, il risultato è che paghiamo quotidianamente dei costi sociali altissimi: i professionisti sono costretti ad accollarsi responsabilità notevoli con le asseverazioni e di contro non ottengono servizi migliori dagli uffici pubblici alleggeriti del carico di lavoro; siamo bombardati di offerte e telefonate moleste che il registro delle opposizioni è incapace di arginare alla faccia del rispetto della privacy; lo sport nazionale è ormai lo slalom, non per l’avvicinarsi delle olimpiadi lombardo-venete ma quello in cui ci cimentiamo quotidianamente tra password, account, app, etc. e diavolerie del genere. La semplificazione ci ha complicato la vita e non ha dato contributi significativi alla lotta all’evasione.

Ecco perché vedo nero.

Vedo nero ultima modifica: 2022-12-12T11:41:24+01:00 da GIOVANNI LEONE
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