Richiedere la cittadinanza del mondo

Nelle Ballate di Christian Sinicco.
LUCA MOZZACHIODI
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Ballate di Lagosta, recentemente pubblicato da Donzelli e che espande una plaquette giovanile, è un libro intenso; sbilanciandoci potremmo dire quello che darà all’autore triestino un suo posto stabile e un timbro riconoscibile nel folto panorama della poesia italiana. Anche per questa ragione, in un programma che a più riprese l’editore ha annunciato di voler recuperare per affrontare seriamente autori della generazione di Sinicco (oggi fra i quaranta e i cinquant’anni), questo testo non poteva mancare. Si tratta senz’altro di una raccolta profondamente legata alla geografia dei luoghi dove il poeta vive: Trieste, la costa istriana e dalmata, e naturalmente l’isola di Lagosta e quelle vicine. 

Non solo la scelta dell’ambientazione ma tutto il tono della raccolta contribuisce a fare di Sinicco in un senso alto un rappresentante, magari in una particolare forma di reviviscenza tutta da indagare per il XXI secolo, della poesia mitteleuropea. I molti viaggi dell’autore, la sua posizione di frontiera rendono il verso della poesia La cittadinanza di Ambroz «posso richiedere la cittadinanza del mondo» più un programma di poetica che una mera iperbole. Vero è che di questo mondo di cui aspira ad essere cittadino questo poeta non ha smesso di additare le storture e le ingiustizie e non di rado i suoi versi lunghi, alternati però a volte con versi brevi dal sapore gnomico come nella bella poesia conclusiva, si aprono a contenere quella che non può che essere chiamata indignazione, spesso in forma interrogativa: («questa dimmi è la nostra società/questo dimmi fa parte della crescita?»).

Se in Alter le visione del collasso della civiltà era spiata attraverso gli occhi di un sé giovane e poi le lenti di un androide, qua è l’uomo maturo che, circondato certo di amici e di affetti, testimonia ciò che vede. Ballate di Lagosta è anche un libro di memoria, una memoria che è innanzitutto la memoria delle guerre degli anni Novanta nei Balcani ma che, in una visione velatamente pessimistica, si mescolano a resti, memorie e rievocazioni di conflitti e dominazioni anteriori, come in La canzone di Spalato.

III.
all’alba
credi di sapere cosa sia la guerra
con la birra della tradizione, la Karlovačko
ancora sulla panchina; credi alle donne
dal viso a patata sugli scagni, ai clochard
di marmo, agli occhi di Diocleziano
rannicchiati tra il cardo e il decumanus di un pub
nelle sue catacombe; e i cardinali
di questa disseminazione
non è che parlino
a levarsi è l’omelia
dei datteri schiacciati dalle scarpe,
la puzza dei calli del contadino
nella sala d’attesa della stazione,
il dolce nell’odore
dei fichi in decomposizione,
o al fresco delle palme
il fuck off o il fuck in shit
del turista del tempio di Giove.

La metafora del canto, o piuttosto l’equivalenza tra canto e poesia, in una forma di trobadorismo assolutamente postmoderno che include anche il rap (si veda il Rap di Martino per Catarina) e che si estende fino al salmo (Il Salmo di Marijana alla figlia Sara), percorre l’intero libro e sostiene l’ipotesi di fondo sul significato della scrittura poetica: trovare le parole per definire il proprio tempo.

Accanto all’indignazione che talvolta, come dicevano i latini, «facit versus», c’è però anche un senso di pietà tra le pagine di questa raccolta: è certo la pietà di chi vede e racconta attimi di vita vissuta da sé o dagli altri con partecipazione, ma è anche una forma di religiosità, talora marcatamente arcaica e tradizionale che richiama le usanze popolari croate e balcaniche in generale, la vita di piccole comunità insulari, la presenza di eremi e luoghi di ritiro spirituale.

Indubbiamente il poeta ci presenta tutto questo come un valore, soprattutto se connesso alle figure positive di Marija e Marijana, ricorrente nel libro come entità protettiva ma insieme liberatoria, capace di innalzare la tradizione a un livello più alto, emancipativo e di restituire a gesti, apparentemente vuoti o rituali, come quelli della processione, un nuovo significato:

Ballata di Marija
fiorì la madre tra il finocchio e i suoi angeli gialli
fioriscono in processione a due a due uomini e donne
è fiorita la valle prima di quel suono di campane
il 15 agosto si staglia da secoli nelle pietre, ora e sempre
sul sagrato e poi giù per le case e le scale
sulla bella di notte c’è ancora il tramonto di ieri
e di tanto in tanto il paese chiama Marija,
i pistilli ubriachi, le semenze di tomba
i campi di Lastovo il colibrì li ricorda
come covo di pirati – pare che nulla cambi
così con la squilla ti batti il petto
e il mare è il suo sarcofago e il ritmo
quale giorno sia, smemorato arrivi alla chiesa
quanti giorni sei stato nei sogni e ti sei fatto sorprendere?
è questa la sveglia: lo sanno il prete,
i cesari, la campana e la valle
e il medioevo alle spalle inanella i vitigni
se la processione andasse più su
penderesti dalla forca dei perdimenti nel forte francese
Marija non lo sa, e mi ha accolto lo stesso
Marija è vestita di porpora e si prepara alla festa
è una madre fiorita nel cuore di un’isola
petali di bouganville la processione calpesta
scendendo al cimitero, salendo di nuovo alla chiesa
Marija è in ogni mattina e intona l’universo nei salmi
come il cemento della strada si è sparsa nel punto delle cose
è la voce del mio silenzio finalmente rapita
con una viola tra i capelli e sulle rughe.     

La poesia di Sinicco è aliena da brusche rotture a livello sintattico, metrico e metaforico. Ciò a tutto vantaggio di un dettato che scorre nonostante la difficoltà delle immagini e dà l’idea di una certa coerenza narrativa      (molte delle “canzoni” possono essere lette sia come sequenze di un intero che come frammenti), ma anche della estrema necessità della concatenazione delle raffigurazioni, esempio non comune anche tra i grandi di una tradizione di poesia che si vuole anche politica e alla quale sicuramente questo autore ambisce ad appartenere. È proprio perché si controlla e non cede quasi mai all’impeto verbale che un verso come il suo, esametrico più che prosastico, potrebbe invece bene ospitare che possiamo credergli e che non «buca la pagina», come diceva Fortini, con le sue accensioni, come nella bellissima Fine della processione.     

entriamo in un piccolo cimitero e penso in una lingua non mia
parole che sembrano dure come i discorsi del prete:
recitano una parte che si ripete nella totale amnesia
poi si arriva ai Signore pietà, Cristo pietà, chiusi da questa parete
di uomini e donne scesi dalla sommità del paese e dalla chiesa
e sogno una grande processione che chiami l’Europa, quando suona
una campanella, il prete tira la sua corda tesa
più e più volte, e seguita con una preghiera, questa volta atona –
intanto la marea che entra nel Mediterraneo si insanguina
come un’aorta spinge il sangue di Cristo tra tutte le capitali
e per un attimo credo che l’orazione duri tutta la mattina –
fissando le lapidi di pietra e i fiori avvolti dai giornali
ci dividiamo come un unico corpo tra le tombe, e io non so più pregare:
per alcuni è un cammino di conoscenza, per altri solo di speranza
e il cimitero è così affollato che non si trova un angolo per amare

Ascoltai leggere questi versi alcuni anni fa e già alla prima lettura mi fecero una grandissima impressione, sia perché nel procedere di sintassi e metro si coglie quasi visivamente il senso di una energia montante che si sfoga mestamente sia perché, e a distanza di tempo la lettura del volume intero sembra darmi ragione, vi figurano i due poli essenziali della cultura di Sinicco: Mediterraneo ed Europa. Lunghissima è la teoria dei nomi che qui potrebbero essere fatti e che hanno caricato nel corso dei secoli di una fortissima valenza critica e ideologica questa endiadi (che si tratti di una di quelle che Jameson ha definito allegorie nazionali che tanta parte hanno nel formare l’attitudine culturale nei confronti della geopolitica oggi?) uno su tutti quello di Predrag Matvejević cui questi canti sembrano talora alludere.

Non tutto però è canto spiegato, verso la fine del volume, in due sezioni che si rispondono: Partenze e ritorni e ma voi non fermate il loro canto, prevale una tensione allegorica e lo stesso canto passa, da essere l’azione propria del poeta, a significare una più generale testimonianza dell’esistenza capace di congiungere viventi e trapassati, anche se solo appunto in un lampo del pensiero, come accade in La casa delle rondini. Esiste, in questa seconda chiave del libro, una dimensione insulare (molti testi, si è detto, sono ambientati in isole della Dalmazia) che è anche una protezione rispetto al lato violento della storicità: lì vive Marjia e con essa un amore esperito come positiva riaffermazione di vitalità e progettualità (I ritmi del tempo), ma insieme in qualche modo l’insularità confina lo sguardo e rende fragile e flebile la stessa speranza affidata alla poesia, che rischia di soccombere allo stesso orrore e allo stesso indifferenziato sterminio che denuncia.

l’isola è un uomo
il suo cuore l’estasi e la sua lingua
estesa ovunque, liquida,
ma dopo la tempesta
i colori dell’erba sono bruciati,
il paesaggio si è raffreddato
e ha spinto un vento ignoto
il ciclone dell’inverno tra le barche
e nessuno ricorda
le parole disperse sul cielo nero,
i nomi morti nel Mediterraneo

Non ci sono, in conclusione, verdetti finali in Sinicco, nemmeno sull’efficacia della poesia, né immediati fili tematici e ideologici da poter seguire e dunque solo il tempo e i libri futuri potranno suggerire qualcosa di più che le ipotesi che ho qui tentato. Si direbbe che a questo poeta maturo non si confacciano tanto una maniera o un sistema riconoscibile di riferimenti, quanto una ricchezza che si esplica nei diversi registri tenuti nel libro e in una accorta architettura nell’accostamento dei testi dalla vocazione politica mai esibita, e dunque mai estetizzante o pretestuosa, che ci fa pensare che questa raccolta possa davvero porsi come un’opera cardine del decennio.

Ballate di Lagosta
di Christian Sinicco 
Donzelli editore, 2022
Prezzo: euro 15,00

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immagine di copertina: Christian Sinicco in una fotografia da Notturni Diversi

Richiedere la cittadinanza del mondo ultima modifica: 2022-12-13T13:59:44+01:00 da LUCA MOZZACHIODI
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