Una mostra di Graziano Arici alla Fondazione Querini Stampalia

FRANCO MIRACCO
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Il 16 dicembre, alle 17, sarà inaugurata una grande mostra di Graziano Arici alla Fondazione Querini Stampalia di Venezia. Durerà fino a tutto aprile 2023. Saranno esposte più di quattrocento foto scattate in questi ultimi anni, saranno proiettate quasi mille fotografie e quattro video.
Riproponiamo l’articolo scritto da Franco Miracco in occasione della mostra di Arici, lo scorso autunno, ad Arles, Now is the Winter of our Discontent,ospitata dal Musée Réattu, anticipatrice di quella in programma a Venezia
.

Graziano Arici è fotografo di mondi: come può esserlo un grande fotografo. Innanzitutto i mondi approdati a Venezia da quasi due secoli (mondi salvati nel suo fantastico Archivio), e che abbiamo conosciuto osservando le maree salvifiche dell’arte che fecero di Venezia un santuario dell’arte moderna e contemporanea. Arici c’è sempre stato in quelle maree di scrittori, poeti, pittori, scultori, registi di cinema e di teatro, di musicisti e attori, di donne e uomini cacciati dal paradiso ma che prima di andarsene vollero assaggiare più e più volte il frutto proibito chiamato Venezia. E quei “peccatori”, tutta gente con il potere distintivo dell’arte e della cultura, possiamo vederli e rivederli nel mondo visibile creato da Arici il fotografo e l’archivista. Da quei mondi è venuto un segmento preziosissimo, esposto per molti mesi e fino a qualche giorno fa ad Arles, nel Musée Réattu. Now is the Winter of our Discontent, una mostra di quasi cinquecento immagini, cui Libération ha dedicato ben due pagine volendo dire di un successo che “si è imposto con un’impresa fotografica tanto originale quanto immensa”.

Si sa già che quella formidabile testimonianza del lavoro di Arici arriverà fra qualche mese alla Querini Stampalia, istituzione che non smentisce mai il valore della sua presenza culturale e delle sue diverse attività in ambito artistico, sia in campo nazionale che internazionale. Tanto è vero che è alla nostra Querini che Arici ha donato il proprio Archivio con molto più di un milione di foto.

A questo proposito, è giusto si sappia che il rischio corso da Venezia, ove non ci fosse stata la Querini, di perdere lo storico patrimonio fotografico raccolto da Arici è stato più che reale. Basti pensare che la paginata di Libération era intitolata “Veni Vidi Arici”, come a voler suggerire che la romana Arles, dove Graziano risiede da più di quindici anni, sarebbe stata il luogo più indicato per l’archivio ariciano.

Per i pochi che lo ignorassero, da molti decenni Arles è la madre indiscussa di ciò che di buono e di grande si fa in campo fotografico: mostre indimenticabili, convegni, seminari, laboratori, eccetera. Van Gogh a parte con i suoi immortali luoghi arlesiani. È convenzione consolidata che chi scrive di fotografia debba (ancora?) ricorrere a Walter Benjamin e al suo obbligante L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, perché è lì che si certifica la crisi definitiva dei vecchi fondamenti artistici quali “creatività, empatia, disimpegno del tempo, ricreazione, condivisione del vissuto altrui, illusione e godimento artistico”, obiettivo ottenuto dalla fotografia e dal film. Solo che per un fotografo di mondi molteplici e quindi diversi, non sintetizzabili tra loro, un fotografo arricchito da più “vite parallele”, c’è tanto di più, e di cui parla in catalogo Ariane-Esther Carmignac, che aggiunge:

La partecipazione del fotografo a più agenzie (a iniziare da Grazia Neri e Sygma e poi Black Archives, Rosebud e Rosebud 2 che lui ha contribuito a fondare) gli ha permesso di formare una riserva di immagini, le quali, come raccolta sempre aggiornata dal fotografo, vanno naturalmente ad aumentare, grazie ai diversi momenti della sua carriera fotografica, un archivio personale diventato poco a poco, per il semplice trascorrere del tempo e per merito di un suo costante lavoro di ricerca, un archivio storico.

Un’infinità di immagini dunque, non escluse quelle “rubate” con il cellulare o colorate dalle polaroid. La grande mostra arlesiana, che già annuncia quella della Querini Stampalia, è un dispiegarsi, come si è detto, di mondi molteplici e spesso sconosciuti, colti tra bellezza e verità, tra riflessioni immediatamente sociali, di denuncia, e l’apparente indifferenza del reporter. Fotografie che ti danno l’estraneità più che sensibile dovuta a un occhio fuggitivo, immagini che svelano la voglia di scuotere o di affidare allo sguardo dell’osservatore frammenti di un “cuore di tenebre”, che tormenta non poco nel corso di viaggi o di soste in mondi irrimediabilmente spalancati sul caos, sul nulla. 

Al posto dei saggi di Benjamin, forse è più coerente con il lavoro di Graziano Arici, fotografo di mondi e colpevolmente di archivi, una pagina di un quaderno di Franz Kafka.

La distruzione di questo mondo sarebbe il nostro compito solo se: primo, questo mondo fosse cattivo, cioè in contrasto col nostro spirito; secondo, se noi fossimo in grado di distruggerlo (…), questo mondo è il nostro stesso smarrimento, ma come tale è, esso medesimo, un’entità indistruttibile, o meglio: qualcosa che può essere distrutto solo col portarlo sino in fondo, non col rinunciarvi, dove occorre osservare, peraltro, che anche il portarlo sino in fondo non può essere altro che un seguito di distrazioni, sempre però nell’ambito del mondo stesso.

Ma il compito dei grandi fotografi non è forse quello di farci capire il senso del nostro sentirci in contrasto con il mondo “cattivo”, col mondo che ci rovescia addosso “il nostro stesso smarrimento” e questo col portare “sino in fondo” l’esperienza di questo mondo, magari rifugiandoci creativamente nelle “distrazioni”? Infatti, le fotografie di Arici sono implacabili “distrazioni”; appunto, per davvero inquietanti. D’altra parte, la sua mostra, i suoi antichi e recenti archivi, li ha presentati così: E ora l’inverno del nostro scontento. 

Una mostra di Graziano Arici alla Fondazione Querini Stampalia ultima modifica: 2022-12-13T18:01:05+01:00 da FRANCO MIRACCO
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