Casanova e il Doge

PATRICK GUINAND
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Grazie. Grazie ad Albert Gardin, che a Venezia alcuni considerano e chiamano “il doge”.
Anni fa Gardin aveva curato la pubblicazione della traduzione dell’Iliade di Omero in veneziano, realizzata in ottava rima da Giacomo Casanova.
Oggi fa un’operazioine analoga, pubblicando il testo integrale e originale della celebre Confutazione della Storia del Governo Veneziano di Amelot de la Houssaie, sottotitolata Lettera al Doge in difesa della Repubblica di Venezia, dello stesso Casanova.
Famosa infatti per un fatto alquanto peculiare, che gli amanti della lingua e del pensiero avevano già colto nelle Memorie del maestro libertino, una capacità di passare senza mediazioni dal racconto erotico a considerazioni filosofiche o morali, sostenute da citazioni che dimostrano una potente erudizione, che vorremmo trovare oggi nei nostri polemisti.

E se la Storia della mia vita rimane l’opera maggiore di Casanova, l’abbondanza dei suoi scritti su tutti gli argomenti, la morale, la politica, la storia, la teologia, la teoria dei numeri o il romanzo utopico, non può lasciare indifferenti. Un “filosofo in azione”, “uno dei più grandi scrittori del XVIII secolo”, come lo definisce Philippe Sollers nel suo Il mirabile Casanova.


Casanova non si considerava uno scienziato o uno scrittore di professione, si lasciava guidare dalla sua “fantasia”, come ammette nel suo “Avviso al lettore”: “scrivendo m’ingolfai spesso in ardue materie, ed m’abbandonai alla fantasia, che mi guidava”, come per il suo “amore per la verità”, dovendo dire la sua parola su tutto, sul suicidio, sull’apostasia, sull’immortalità dell’anima, sulla posterità, sull’apparato gastro-intestinale, sulla cultura dei bachi da seta o la tintura scarlatta dei cotoni.

Riconosciuto buon oratore, cercava di scrivere non come si dovrebbe scrivere, ma come si parla. Scriveva una lingua parlata. Pensando che questa fosse più vicina alla verità degli artifici della retorica ufficiale. E se la seduzione e la conquista sfrenata di dame di ogni età e di ogni condizione, serve, governanti, suore, marchesi o contesse, erano la sua quotidianità, la storia della sua vita è la scrittura. La Confutazione ne è un perfetto esempio.

Cercando di essere riabilitato dalla Repubblica di Venezia dopo la sua fuga dai Piombi, Casanova cerca attraverso i mezzi della letteratura di sedurre il Doge o le autorità veneziane, e porre così fine al suo esilio. Per il Doge traduce Omero. Senza successo. Poi affronta un’opera di una certa notorietà, la Storia del Governo di Venezia, scritta un secolo prima da Sieur Amelot de la Houssaie.

La Houssaie era un personaggio piuttosto misterioso, di cui si sa poco, a parte una storia oscura con la figlia del suo editore e un rapporto della polizia che suggerisce che sarebbe un peccato condannarlo all’esilio perché potrebbe essere una spia perfetta. Fu infatti inviato dai gesuiti presso il rappresentante di Luigi XIV in Portogallo, negoziatore di alleanze matrimoniali tra famiglie regnanti, per poi fare carriera nei servizi diplomatici francesi in Europa. E in particolare come Segretario d’Ambasciata dell’Ambasciatore francese a Venezia intorno al 1670. Svolse anche lui attività letteraria, lasciando alcune tracce, come la traduzione de Il Principe di Machiavelli o dell’Uomo di Corte del gesuita spagnolo Baltasar Gracián, un’opera di grande finezza, una sorta di manuale per il successo nella società del XVII secolo. La sua Storia veneziana gli attirò l’ira della Serenissima, e l’Ambasciatore veneziano in Francia ne ottenne la condanna. La Houssaie, avendo offeso Venezia, dovette trascorrere sei settimane in detenzione alla Bastiglia. Va detto che, descrivendo minuziosamente i meccanismi di governo di Venezia, che all’epoca era ancora nell’ordine del mistero o del segreto, e filosofeggiando sulla sua decadenza, La Houssaie non si era fatto solo degli amici, divenendo vittima espiatoria perfetta di Casanova.

Un’opera di odio, dirà nella sua Confutazione, un intreccio di falsità che s’impegnerà a demolire una a una, valorizzando la Repubblica Veneta e il suo potere collettivo contro il potere unico e solitario del re di Francia.

Che si tratti del sistema giudiziario, del sistema elettorale o monetario, dell’amministrazione, della funzione del Doge, della Storia di Venezia, e, per estensione, della Storia d’Europa, eloquenza, lingua propria dei veneziani, costumi coniugali, superstizione, arte della tavola, o ruolo e funzionamento del Bucintoro, Casanova non lascia passare nulla, e, nella prima parte, in oltre duecentocinquanta pagine, contrasta tutte le incongruenze del Sieur Amelot. 

Casanova era volentieri combattivo con le parole, crudele quando necessario nelle sue argomentazioni, e la sua ben documentata raccolta degli errori di La Houssaie è spietata. Un esempio di riordino storico, e di filosofia politica.

Evidenziando di sfuggita l’incompetenza di La Houssaie in fatto di traduzione, dallo spagnolo come dall’italiano, quella di Gracián o quella di un’opera allora di riferimento, una Storia italiana del Concilio di Trento, secondo lui piena di difetti, se la prende pure con i falsi storici e i traduttori incompetenti che tradiscono la Storia, quella di Venezia, quella dell’Antichità, come quella di Francia.

Deliziandosi, a fronte dell’arroganza, già tipicamente francese, incarnata da Amelot, questo “spirito forte” (questo loro spirito forte) rivendicato dai Francesi, a rintracciare in un florilegio di aneddoti e riferimenti incredibili, di infinite note a fondo pagina, al limite dell’overdose, costituendo di per sé un’opera nell’opera, la grandezza e la bassezza della Storia di Francia, mal collocata secondo lui a dare lezione a Venezia. E con un lapsus, che dice di non poter evitare, coinvolge Voltaire. Voltaire e le sue deboli traduzioni “alla lettera” di Amleto o di Dante, Voltaire e le sue critiche ai “Welches” (I Welci), il Popolo all’origine della Francia, che accusa di “probabilismo”, un peccato in teologia, ma ridicolo procedimento in Storia; Voltaire, che si permette non senza ironia di nominare Voltario, poiché costui si faceva chiamare Voltarius, Voltaire sarà il bersaglio principale della seconda e terza parte della Confutazione. Come se La Houssaie fosse diventato il pretesto per un dialogo a distanza con l’illustre francese esule in Svizzera. “Voltario, che con un poco di modestia, e contegno, potrebbe occupare nella stima degli uomini il grado più eminente”, ha detto, ” con queste sue frivolezze si fa dileggiare”. Casanova ammirava Voltaire, la sua lotta per la ragione e la tolleranza, e se salvava le sue opere drammatiche dal fiasco, come Mahomet ou le fanatisme, difficilmente tollerava le semplificazioni o i luoghi comuni del maestro ed era spietato in fatto di Storia o di poesia.

Durante il loro famoso incontro alle “Délices”, proprietà di Voltaire a Ginevra, come racconta nella Storia della mia vita (volume 6. capitolo X), scoppiò una memorabile discussione sull’Ariosto. Voltaire aveva dichiarato la sua preferenza per il Tasso rispetto all’Ariosto; Casanova gli rimproverò di non saper leggere correttamente l’italiano, di essere certamente mal informato dai suoi amici, e, come prova, cominciò a recitare davanti all’aeropago di amici e ammiratori del filosofo le ultime 36 strofe del XXIII Canto dell’Orlando Furioso. Innegabile successo dello spettacolo! Oltre alla sua prodigiosa memoria (conosceva a memoria, dice, le 51 canzoni dell’Orlando), questa esibizione del veneziano è rimasta famosa negli annali.

Con la Confutazione Casanova regola i conti con Voltaire. E s’indigna quando “il Signor Voltario”, “la stella di Ferney”, si permette di dare giudizi radicali sui Governi d’Europa, o di definire quello di Venezia in sole sei parole: “Tutto per noi niente per voi”, di chiamare Erodoto un “principe della menzogna”, di demolire la religione senza sfumature, e l’accusa di cupidigia nel suo discorso ateista, di sciocchezza nelle sue dimostrazioni storiche, e infine di delirio nella sua megalomania.

Come Amelot, che da incaricato d’affari a Venezia non imparò nulla (Amelot fu incaricato d’affari della Francia nella mia Patria, ma non imparò nulla), Voltaire sarebbe dunque solo uno scrittore famoso, ma superficiale. Audace!

E così dopo questa seconda parte di duecentotrenta pagine, dove si confrontano visioni di Venezia e visioni di Francia, come ad esempio il Carnevale di Venezia, denigrato da Amelot, posto in parallelo con i Saturnali e altre feste dei pazzi alla francese, Casanova nella sua terza parte, dopo un discorso sul suicidio, posto sotto la tutela del suo caro Orazio, che pure conosceva a memoria e citava in abbondanza in ogni buona occasione, prenderà di mira principalmente Voltaire. Perché Voltaire aveva fatto, nel suo Dizionario Filosofico, una “Voltarata”, una bagatella in più su questo argomento, “una Voltarata, una delle solite burle, che questo grand’uomo fa di tempo in tempo al Mondo suo divoto”. E Casanova voleva ridare un po’ di serietà al tema così serio e filosofico del suicidio.

Proseguirà quindi con una traduzione del Discours aux Welches, del detto Signor Voltario, satira di Voltaire contro la sua stessa nazione, che Casanova non può che qualificare come discorso fanatico (“Quello discorso, ch’è un vero sogno della mente d’un fanatico, orgoglioso, e pedante, è tutto ripieno di spropositi, e non si può dire male peggio di cosi.”). E si concederà alcune osservazioni incisive, scritte questa volta in francese. Addirittura dedicandogli un sonetto (in italiano) che vorrebbe vedere inciso sulla tomba di Maria Francesco Aruetto, detto Voltaire, nato a Parigi nell’anno di grazia 1694, dopo la sua morte.

Giusto per rimettere le cose a posto, Casanova aggiunge un Discorso sulla letteratura, dove gli Antichi sono sotto i riflettori, Cicerone, Demostene, Livio, Tacito, Epicuro, Socrate, Tucidide, Pausania, Strabone, Plinio, Luciano o Senofonte, e tanti altri, che seguirà, da buon conoscitore delle procedure e delle memorie degli avvocati, con un’apostille, scritta in francese, Voltaire, oh sacrilegio, avendo trattato Orazio di “falso, vizioso, dissoluto, adulatore di Augusto, codardo , assassino, ecc.” Lo finirà quindi con un’ultima frecciata, trattando il grande Voltaire, i suoi anatemi e le sue predizioni, non più da “Nemico dei Fanatici”, come amava definirsi, ma definitivamente e contraddittoriamente da Nemico, e da Fanatico.

Nel suo insieme come nei dettagli, il colpo è radicale. Ma davvero, quando è troppo è troppo, davanti a tanta disinvoltura volteriana, Casanova, lo dice in scusa ai suoi lettori, non poteva tacere. I voltairiani apprezzeranno! Comunque, piaccia o meno, la sfida intellettuale proposta dal giustiziere veneziano è una delizia.

E lascerà sempre di sfuggita uno di quegli aforismi di cui ha il segreto, su cui possiamo ancora oggi meditare: “Mi sembra che i Profeti abbiano avuto ragione a voler essere Poeti, ma che i Poeti abbiano avuto torto a voler essere Profeti”.

Poi sarà la volta di un codicillo, in italiano, dove ritorna su Amelot de la Houssaie e alla sua incoerenza. Gli ultimi pensieri andranno al teatro italiano, e ad Arlecchino, a cui spetterà l’ultima parola.

La Confutazione comporterà a Casanova un’indulgenza della città veneta. E un possibile ritorno. Ma pochi anni dopo non resistette alla stesura di un nuovo pamphlet, questa volta contro la nobiltà veneziana, Né amori né donne ovvero la stalla ripulita, e fu quindi definitivamente bandito dalla sua adorata patria.

La scrittura rimane. 

Il castello del conte di Waldstein a Dux e la lapide, in basso, in memoria di Casanova davanti alla piccola chiesa dove era il cimitero con la tomba di Casanova.

A Dux, in Boemia, ritiratosi alla fine della sua vita come bibliotecario al castello del conte di Waldstein, dirà di scrivere tredici ore al giorno, dall’alba alla sera. Fino alla sua morte nel 1798. Grazie ai suoi “capitolari” accumulati nel corso della sua vita, vi scriverà principalmente le sue famose Memorie. Più di tremila pagine in francese che lo faranno restare negli spiriti del suo secolo e di quelli successivi. A scapito del resto della sua opera.

La Confutazione, pubblicata nel 1769 è già lontana, trent’anni prima. Ma non meritava l’oblio. Grazie ancora a Gardin. Nella sua presentazione del libro, il doge Albert Gardin parla di un’opera destinata agli amanti di Venezia. È giusto! Ma oltre alla dichiarata passione di Casanova per Venezia, la sua Confutazione ha tutte le qualità per entrare nel pantheon delle opere di critica e polemica letterarie. Prova incontestabile, se ce ne fosse bisogno, del ruolo essenziale della scrittura. Della letteratura.

Casanova e il Doge ultima modifica: 2022-12-15T16:17:15+01:00 da PATRICK GUINAND
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