Siniša, una punizione da lassù

ROBERTO BERTONI BERNARDI
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Di Siniša Mihajlović conservo molte immagini e altrettanti ricordi. Con il suo addio, se ne va un altro pezzo della mia infanzia, forse l’ultimo, col suo carico di ricordi e di speranze. Se ne va un fuoriclasse, certo, capace di emozionare con il suo sinistro magico che trasformava le punizioni in sentenze. Ma se ne va soprattutto uno degli ultimi uomini veri in un calcio ormai egemonizzato da figure senza epica e senza dolore, senza drammi e senza passione civile. Siniša no, ne aveva da vendere, anche se le sue idee politiche non avevano nulla a che fare con le mie.

Figlio di quella Jugoslavia sprofondata, nei primi anni Novanta, in una guerra civile senza sconti, fra stragi, spargimenti di sangue, un odio diffuso e una violenza che non si vedeva in Europa dalla Seconda guerra mondiale, Siniša, nato a Vukovar da madre croata e padre serbo, fieramente nazionalista, amico personale della “Tigre” Arkan, attestato su posizioni talvolta alquanto discutibili, aveva il merito di non tirarsi indietro. Non era uno cui si potesse imporre di chiedere permesso prima di esprimere le proprie idee, non nascondeva mai la sua visione del mondo, non restava in silenzio e non esitava a schierarsi.

Difendeva la sua terra con passione e orgoglio, lui che ricordava i bombardamenti, la sofferenza della sua gente, la tragedia degli amici di un tempo che rivolgevano le armi gli uni contro gli altri e che di quell’orrore ne aveva fatto la sua forza. Quello di Siniša era, infatti, uno strazio esibito con pudore, solo di rado, utilizzato piuttosto per dare il meglio in campo e il massimo in panchina, con la capacità di leadership che gli era propria.

Difensore centrale di altissimo livello, era un incubo per i migliori attaccanti di una Serie A nettamente superiore rispetto a quella attuale, un punto di riferimento per i compagni, un idolo per i tifosi, un cecchino senza pari sui calci da fermo, al punto che durante un Lazio – Sampdoria realizzò su punizione addirittura una tripletta, e uno dei personaggi più amati e seguiti in un ambiente che troppo spesso tende a esaltare e rinnegare le persone con estrema facilità.

Quando penso a Siniša, mi tornano in mente quegli anni, una stagione felice e forse irripetibile, in cui ogni sogno sembrava destinato ad avverarsi, primo fra tutti quello dell’Europa unita, e avevamo il mondo in casa, con i più forti calciatori del pianeta che facevano a gara per venire a giocare alle nostre latitudini. Mi torna in mente il bar sport cui davamo vita da bambini, a scuola e nel bar di fronte, con i nostri sfottò, le nostre maglie sportive indosso, le nostre partite interminabili, i nostri goffi tentativi di imitare un fenomeno e la meraviglia di un calcio in cui anche l’impossibile sembrava possibile.

Ricordo che raccontai tutto questo in un tema scolastico, alle elementari, e ripenso con nostalgia a quel clima da sabato del villaggio di cui oggi s’è persa traccia. Non so se i bambini e le bambine di adesso sappiano chi sia stato Mihajlović e cosa abbia rappresentato per un’intera generazione. So che sta a noi raccontarglielo, far vedere loro i suoi gol più belli e, soprattutto, esaltarne senza retorica la grandezza e la forza d’animo.

Si è battuto fino all’ultimo contro la maledetta malattia che lo ha stroncato, con dignità e amore per la vita. Non ha mai smesso di trasmettere positività e serenità: ai suoi ragazzi e a tutte e tutti noi. Stasera vorrei che un bambino o una bambina prendesse un pallone, fosse anche composto da stracci, e cominciasse a calciarlo con tutta la forza e la precisione di cui è capace contro un muro. Siniša, da lassù, ne sarebbe felice. 

Siniša, una punizione da lassù ultima modifica: 2022-12-16T22:21:34+01:00 da ROBERTO BERTONI BERNARDI
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