“Un tempo nel tempo”: i sentieri poetici che riportano a casa

L’auto antologia dell’opera di Marco Munaro dal 1983 al 2021
MARCO MOLINARI
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Marco Munaro, poeta e saggista, nella sua amata Rovigo, ha tradotto il suo impegno smisurato per la parola in versi non solo nella scrittura, ma anche nell’organizzazione costante di eventi e iniziative con l’unico scopo di diffondere, far conoscere e apprezzare questa forma d’arte sempre più ai margini nella nostra società. L’impresa più rilevante e impegnativa, insieme a un gruppo di amici, è stata quella di aver dato vita all’associazione per la poesia “Il Ponte del Sale” che, fra le sue attività principali, gestisce l’omonima casa editrice, che fra poco compirà vent’anni ed è oggi divenuta fra le più importanti realtà editoriali in Italia nell’ambito della poesia.

Munaro ha da poco pubblicato un’auto antologia dell’intera sua opera poetica, che va dal 1983 al 2021, intitolata “Un tempo nel tempo”, Giuliano Ladolfi Editore. Un titolo così emblematico esprime in modo radicale quell’amore per l’atto creativo che caratterizza sin da subito la produzione in proprio. Già nella prima raccolta, “Cinque sassi” (1993), sulle orme del suo autore di riferimento e mentore Andrea Zanzotto, è palese il sacro rispetto per le parole, per le combinazioni che si possono ottenere spostandole all’interno del verso (si veda il titolo di un testo: Lascia aporta l’aperta), per la metrica, per le rime e i ritmi che stemperano i drammi quotidiani dentro il gioco dell’invenzione. Non si tratta, è bene dirlo, di esercizi da erudito o di carattere sperimentale, bensì di uno stupore sincero che sorge spontaneo dalla pratica della scrittura, dalla consapevolezza di quanto le sue regole e i suoi luoghi imprescindibili siano affini alla vita, anzi la migliorano e la rendono unica. All’alba del suo fare poesia, Munaro, come gli immensi cantori del passato, compone una sorta di invocazione alle Muse:

I versi. Quelli amici, gli sconosciuti, gli altri:

i non ancora usciti. Tutti insieme

si danno la caccia, insieme mi danno la caccia.

E riposano – ognuno riposa – dentro il loro

perenne essere detti e indicibili sempre. (…)”

Fra i temi che da lì prendono l’abbrivio, vi è naturalmente quello della memoria, che non è solamente pescare nel passato immagini e momenti significativi, ma che per l’autore è anche oblio e viaggio nel favoloso, riportando dalla propria infanzia e adolescenza le storie e le leggende che le hanno alimentate, quelle sentite dai genitori e nonni e quelle che circolavano nei paesi del basso Veneto dove ha vissuto prima di stabilirsi a Rovigo. Nascono così “Le falistre” (scritte dal 1983 al 1991, pubblicate in un primo momento come sezione di “Cinque sassi” e uscite, riviste e ampliate, come raccolta autonoma nel 2021 per MC edizioni), poesie del ricordo, che, come i minuscoli coriandoli di ghiaccio, si sono sparsi nel corso degli anni. “Falistra” nel dialetto alto polesano della madre del poeta, significa favilla o piccolissimo fiocco di neve; il rimando al fuoco e al ghiaccio mette insieme il focolare familiare e l’aspra natura esterna, simboli primordiali che Munaro esplora ed elabora nel suo dettato lirico e insieme realistico. 

Per formazione culturale e per il suo ruolo di insegnante delle scuole superiori, Munaro ha sempre coltivato il rapporto con la poesia greca e latina, affascinato da quelle civiltà che hanno nel mare, il Mare Mediterraneo, lo scenario dei miti e dei poemi che sono giunti fino a noi. In “Ionio e altri mari” (poesie scritte dal 1983 al 1993), l’autore ha voluto percorrere quei mari solcati dagli eroi e ne ha tratto una sorta di diario, parte in prosa poetica, parte in versi, dove i riferimenti storici e letterali si alternano alla realtà odierna. Egli si confronta con gli arcipelaghi greci e la Corsica, con la loro natura scabra e petrosa, con le vestigia del passato e con il turismo di massa. Tutto intorno il mare, l’unico forse a rimanere immutato; l’unico che, pur con le ferite inferte dagli uomini, conserva nel profondo l’ombra delle imbarcazioni e l’eco delle grida dei personaggi del mito, i protagonisti dell’epica che ci ha plasmato e reso gli abitanti del terzo millennio di questa penisola bagnata da quelle acque colme di storia:

Tuffiamoci qui dove l’acqua è un turchese

e ha in testa una corona di rocce

tempestata di pini e c’è una grotta

(oltre il faro) che è

come una grande mastella sfondata

e si arriva alla casa sommersa

in cui vivevano le sirene.

Qui l’infinito è curvo è un segmento

e ogni vertice (vieni) si può toccare.”

Si perviene all’inizio del nuovo millennio che vede l’uscita di “Vaso blu con narcisi” (2001). Sono riportate alcune poesie in cui la natura si erge come protagonista. È una natura che si impone attraverso i suoi colori penetranti, le sue reminiscenze che rimandano agli autori amati (oltre a Zanzotto, Rebellato, su su fino a Dante a cui Il Ponte del Sale ha dedicato un originale commentario e a Virgilio tradotto con l’amico e sodale Maretti Tregiardini), il suo essere ancora per poco, e solo in alcuni luoghi abbandonati, uno spazio non addomesticato, dove il poeta può entrare in contatto con lo spirito libero e le fantasie delle fiabe. Immerso in questo elemento primordiale, può nascere l’invenzione di “Ma me mi”, poesia centrale nella produzione di Munaro. Una sorta di ballata che coniuga l’esperienza della memoria con un ritornello giocoso che facendo uso di particelle pronominali, combinate e scambiate con altri monosillabi, dà vita a una filastrocca, in cui la lingua risuona di infiniti richiami: la lallazione dei neonati, le ninne-nanne, i balbettii dell’angoscia e della paura. Emerge la passione dell’autore per un verso sonoro e musicale, che giunge a esiti originali con un dosaggio sapiente di rime, assonanze, ripetizioni e combinazioni, senza dimenticare l’inserimento di parole o intere frasi in dialetto.

E siamo alla raccolta “Nel corpo vivo dell’aria” (2009), dove gli elementi che abbiamo sopra menzionato ritornano: c’è la natura che trova la sua consacrazione negli assolati scorci di un viaggio in Sardegna, e c’è la memoria che si unisce al paesaggio famigliare dei Colli Euganei. Il poeta ci regala un’escursione su e giù per i fianchi delle colline che lambiscono Padova, in una serie di prose in cui si mischiano ricordi d’infanzia, suggestioni petrarchesche e l’attualità di una natura saccheggiata. L’antologia ricomprende naturalmente i momenti più alti della raccolta, tra cui una traduzione da Rimbaud, dal francese al dialetto materno di Castelmassa. Tra questi, è da annoverare anche il ciclo di poesie sotto il titolo “Sei e dieci”, un dialogo con il figlio bambino che, soprattutto nel finale, si impossessa delle figure del mito e incastona l’intimo rapporto nella cornice di leggenda, che si porge:

(…) se non con la musica

che i tuoi passi e i tuoi salti

nel divenire e nell’essere fanno

nel corpo vivo dell’aria.”

Ma debitrice del mito, reinventato e vissuto come continua incursione e apparizione nella realtà, è la raccolta del 2014, “Berenice”. Si tratta di una nuova tappa del percorso di Munaro, dove emerge un rapporto con il mondo classico non statico, ma sempre presente nella fantasia e nel sogno, come pure nella quotidianità. Le immense figure mitiche sono ancora con noi, non solo nell’universo delle costellazioni che hanno preso da loro il nome, Berenice e Orione, ma anche come fugaci visioni che fanno capolino fra tanti luoghi simbolo della vita, che sono parte della biografia di ciascuno o evocano l’incontro con artisti che hanno lasciato su noi la loro impronta.

Concludiamo con la recente raccolta “Ruggine e oro” del 2020. La possiamo definire un ritorno a casa, inteso come omaggio alla città in cui l’autore vive, Rovigo, con le sue vie antiche e le sue acque; ma il significato si allarga nel considerare casa il luogo dell’amicizia, del calore che si sprigiona nel confronto con altri fratelli e sorelle nella poesia e nell’arte, legati dall’amore delle radici, dell’utopia, della bellezza. Munaro si congeda calando il suo personale ponte, dichiarando cos’è per lui poesia:

“La poesia è la lingua della realtà, memoria e oblio delle cose.

La poesia è musica gesto voce colore grido sguardo silenzio.

È la fioritura di un luogo, il profumo di un fiore che non ha nome.

La poesia è storia mito favola canto, ciò che alla fine l’uomo lascerà alle specie future. (…)”

Un tempo nel tempo – Poesie (1983-2021)
di Marco Munaro
Giuliano Ladolfi Editore, 2021
Collana “Opale”
Prezzo: euro 15,00

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“Un tempo nel tempo”: i sentieri poetici che riportano a casa ultima modifica: 2022-12-16T23:02:45+01:00 da MARCO MOLINARI
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