Simpatia per il turista

PAUL ROSENBERG
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Consentitemi di presentarmi…*
Sono un turista. Più precisamente, sono stato un turista, qui a Venezia, più volte. Non riesco, quindi, a fare a meno di riconoscere molti degli sguardi che vedo sui volti delle persone mentre mi aggiro per Venezia ora: sono qui per la settima volta in vita mia e finalmente ci resto abbastanza a lungo da non sentirmi più come “solo” un turista. Il che non vuol dire che mi senta un residente. Pur soggiornando qui per diversi mesi, non pretendo certo di sapere davvero cosa significhi vivere qui a tempo pieno, o essere nato qui, o aver vissuto qui ed essere andato a vivere altrove. Tuttavia, questo è certo, amo e ci tengo a Venezia come fosse casa mia.

Ma torniamo ai turisti. Riconosco lo sguardo di meraviglia e gioia che vedi sui volti delle persone mentre guardano la città. Molto probabilmente sono qui per la prima volta, ed è una sensazione davvero unica, persino sconcertante. Non credo di dovermi soffermare sul perché. Lo sappiamo tutti. Anche i miei amici che vivono qui mi dicono che non si stancano mai del ventaglio quasi infinito di panorami, suoni, odori e sensazioni della città. È una meraviglia e per molti turisti un sogno che si avvera.

Riconosco anche lo sguardo sui volti di chi è appena arrivato in città, trascinandosi dietro i bagagli e cercando di dare un senso alle mappe che hanno in mano e alle indicazioni su dove si trovano, spesso sfiniti da quello che può essere un tragitto difficile. Posso capirlo. I miei viaggi qui non sono stati tutti facili. La prima volta che venni a Venezia non avevo ancora dieci anni (nel 1976). Ricordo ancora mio padre che arrancava su per le scale strette del nostro hotel con i nostri bagagli fino alla nostra stanza al quarto piano, poi il giorno dopo cominciò a piovere e non smise tutto il tempo che fummo qui. La mia visita successiva a Venezia avvenne quasi quarant’anni dopo, e i controllori del traffico aereo Italiano andarono in sciopero proprio mentre stavamo per lasciare Boston. Atterrammo così a Zurigo, noleggiammo un’auto, direzione Italia, finendo a Mestre a tarda notte. L’anno successivo mia moglie e io finimmo all’aeroporto di Parigi per restarci otto ore dopo un volo notturno insonne, poi in fila al controllo passaporti all’aeroporto di Venezia per ben più di un’ora. Quando scendemmo dall’Alilaguna e iniziammo a cercare dove dovevamo pernottare la situazione era già molto meno che ideale.

Poi ci sono i genitori che portano i figli piccoli a Venezia per le vacanze. Lo sguardo nei loro volti è singolare, immediatamente riconoscibile a qualsiasi genitore abbia dovuto fare i conti con ragazzi stanchi, annoiati e a disagio. Deve essere straordinariamente difficile fare il turista a Venezia quando ci sono di mezzo i bambini. Può darsi sia questo che contribuisce a spiegare il successo dei tanti negozi di dolciumi, gelaterie e pizzerie da asporto. In quale altro modo soddisfare i bambini in un posto così strano? Sarde in saor e una bottiglia del miglior vino non fanno per loro, anche se è quello che vuoi se non la ragione per cui sei venuto fin qui.

E vogliamo parlare della pioggia? Ha piovuto ogni fine settimana dacché sono arrivato qui per questo soggiorno, solo per diventare splendidamente sereno e soleggiato di lunedì. Sono incredibilmente fortunato; non solo sono qui per restarci abbastanza a lungo, ma sono già stato qui diverse volte e so che tornerò di nuovo. Il tempo non mi fa sentire che mi manca qualcosa. Ma pensando a chi ha programmato il viaggio dei propri sogni a Venezia – e per molti visitatori che vengono da lontano potrebbe essere l’unica possibilità di farlo adesso – deve essere una vera prova di volontà sfruttare al meglio ciò che si ha quando si è finalmente a Venezia solo per scoprire che piove. Certo, a volte è solo una pioggia leggera, e sì, non fa così freddo come molti dei luoghi da cui proviene tanta gente. Ma in una notte come ieri sera, per esempio, quando non solo fa freddo ma piove a dirotto, beh, per alcuni deve essere almeno un po’ uno strazio.

Nelle mie successive visite a Venezia, da solo, mi piaceva girovagare, o come diceva un mio amico a proposito della mountain bike, “fare una brusca svolta a sinistra dal sentiero e vedere cosa s’incontra”. Da solo, senza orari e nessuna meta specifica dove andare, era pura gioia perdersi nelle calli e negli angoli bui e stretti, cercando di ricordare punti di riferimento e mantenere l’orientamento. C’era un indicibile sensazione di trionfo quando riescivo a finire dove speravo di finire senza consultare una mappa, e per molti versi quella sensazione la provo ancor oggi.

Tutto questo, però, riguarda me. Va detto che quel tipo di vagabondaggio non è per tutti, e questo è un altro aspetto di cui mi rendo conto mentre cammino per la città: quello sguardo di frustrazione, di chi cerca di trovare il posto dove voler andare e dover continuare a girare a vuoto perché ti sei perso. Le mappe non ti spiegano, per esempio, che ci sono diverse calli con lo stesso nome, ma che si trovano in sestieri diversi della città. Sono cascato io stesso nella trappola alla mia terza visita, cercando la casa di un amico che mi aveva invitato a cena. Alla fine dovetti ingoiare il mio orgoglio e chiamarlo, solo per sentirmi dire: “no, intendevo la calle del —– dall’altra parte del ponte di Rialto!” Ah. Se rimani e cammini per un po’, inizia ad avere un senso, ma pure alla mia terza visita sono finito nella trappola.

Riconosco anche la tensione quando una persona è impegnata nella ricerca e l’altra sta visibilmente perdendo la pazienza. È uno sguardo che vedo spesso. Per alcuni può essere esasperante. Aggiungeteci i bambini, la pioggia e gli innumerevoli ristoranti che sembrano avere tutti lo stesso menu… e nessun menu per bambini… A volte pizza da asporto, gelato e ritorno in albergo possono essere l’opzione migliore.

Ma questo è uno dei tanti paradossi di Venezia. È un posto meraviglioso in cui vivere e un posto terribilmente difficile in cui vivere. Allo stesso modo può essere un sogno visitarla, ma anche un po’ un incubo. Questo pensiero mi riporta alla mia prima visita qui da bambino. Come ho detto, non fece che piovere quasi tutto il tempo, e davvero non ricordo molto del breve soggiorno della mia famiglia a Venezia. Tuttavia, la prima notte fu serena e bella, e ricordo molto chiaramente di aver guardato fuori dalla finestra della nostra vecchia camera d’albergo, con la luce della luna che si rifletteva sul Canal Grande. Aprendo la finestra, sentivamo i gondolieri cantare da basso, e mia madre si sedette, mi abbracciò e disse: “Penso che t’innamorerai di Venezia”. Ci sono voluti altri quarant’anni perché ciò accadesse, ma nessuno di noi due all’epoca sapeva quanto avesse ragione.

Quindi, piacere di averti conosciuto. Non ti farò indovinare il mio nome**. E benvenuto a Venezia.

*Please allow me to introduce myself
**Pleased to meet you / Hope you guessed my name, oh yeah
[“Sympathy for the Devil”, The Rolling Stones]

Simpatia per il turista ultima modifica: 2022-12-17T13:03:21+01:00 da PAUL ROSENBERG
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