Maggio 68. Quando saremo cinquecentomila

JEAN-JACQUES KUPIEC
Condividi
PDF

Version Française

Abbiamo il piacere e l’onore di pubblicare un nuovo ampio stralcio di un romanzo, autobiografico, scritto dal nostro caro amico Jean-Jacques Kupiec, che di mestiere è biologo ed epistemologo, peraltro di grande fama, ma che qui si cimenta, magnificamente, con la narrativa. Dopo aver raccontato episodi di un viaggio “di formazione” negli Usa, agli inizi degli anni Settanta, qui si rievoca il periodo precedente, in cui lui, ancora liceale, vive lo scoppio del Maggio 1968. Buona lettura, G. M.

Era febbraio, forse inizio marzo, alla fine di una delle prime manifestazioni dei CAL (Comités d’Action Lycéens – Comitati d’azione delle scuole superiori). Saremmo stati in duecento, a rompere tutto, a tenerci sottobraccio. La situazione era tesa, la prima fila si trovava di fronte ai poliziotti. Un cordone del CRS (Compagnies Républicaines de Sécurité – i celerini) schierato lungo rue Saint-Dominique ci bloccava la strada. I manifestanti li sbertucciavano, lanciavano bulloni, sogghignando sotto il loro naso. I CRS guardavano nella nostra direzione, impassibili, manganelli in mano. L’agitavano dolcemente, alcuni di loro, picchiettando meccanicamente il palmo della mano libera. Una delegazione era stata autorizzata a passare per consegnare al ministero della Pubblica istruzione la nostra petizione che chiedeva libertà di espressione nelle scuole superiori. Al suo ritorno, un compagno monta sulle spalle di un altro compagno e spiega che il ministero ha preso atto della petizione, che la nostra azione è solo il preludio ad altre mobilitazioni, una tappa in vista di ulteriori battaglie, che andranno portarte avanti, una tappa che ha permesso il rafforzamento del movimento, ma che ora, intanto, bisogna sciogliersi con calma. Cosa che avviene senza intoppi.

Mi ritrovai così in mezzo a un gruppo di manifestanti che andavano nella stessa direzione. Stavamo risalendo boulevard Saint-Germain verso il Quartiere Latino e, spontaneamente, avevamo iniziato a intonare lo slogan della manifestazione: “Abbasso i licei-caserma”! Non eravamo in tanti e gridavamo a squarciagola; trascinati dal rinnovato entusiasmo, diversi compagni scesero sulla carreggiata con l’intenzione di guidare il resto del gruppo. Mal gliene incolse. Furono bruscamente respinti da un altro compagno parecchio contrariato dalla svolta degli eventi:

No! Non sulla strada. Tornate sul marciapiede. Non vi rendete conto! Siete completamente irresponsabili o cosa?! Bisogna sapere come valutare il rapporto di forze. Siamo troppo pochi per tenere la strada contro gli sbirri. Quando a manifestare saremo in cinquecentomila allora ok potremo bloccare il traffico! Avanti! Risalite sul marciapiede!

Gridò, avventandosi contro di loro con la sicurezza del capetto che non dubita della sua legittimità a dare ordini e che proibisce di essere contraddetto. Putacaso i compagni irresponsabili non l’avessero capito, ribadì il suo proposito con un gesto ripetuto della mano, indicando prima la carreggiata poi il marciapiede, per far capire – non si poteva più esplicitamente – cosa dovevano fare.

Eravamo tutto sommato disciplinati e non fece fatica a convincerci della giustezza della sua analisi. I tre o quattro compagni che erano scesi sulla strada risalirono sul marciapiede, la coda tra le gambe, e il tentativo fallì. Tuttavia, questo incidente non diminuì minimamente l’entusiasmo e il buon umore del gruppo. Si sentì allora una voce beffarda sibilare: “Quando saremo a manifestare in cinquecentomila!” Proprio uno spasso, questo qua! E scoppiammo tutti a ridere, l’idea sembrava così assurda e irreale, anche nei nostri sogni più sfrenati.

Carrefour de l’Odéon 

La piccola truppa continuava a risalire il viale, ma s’andava progressivamente disfacendo, alcuni approfittando di un incrocio per prendere un’altra direzione, altri scappando per precipitarsi in una stazione della metropolitana o saltare su un autobus. Fu così che mi ritrovai solo sullo spartitraffico all’incrocio dell’Odéon. Mi risuonavano ancora in testa gli slogan gridati all’unisono con i compagni, il sentimento di condivisione, di esaltazione, di forza, che si prova manifestando, quando il singolo si fonde in un gruppo e crede di poter rovesciare l’ordine delle cose con la forza del collettivo. Regnava intorno l’atmosfera tranquilla di un tardo pomeriggio, una giornata come le altre. Un’impalpabile tristezza mi prese allora all’idea che la manifestazione fosse finita e che le cose continuassero a seguire il loro corso ordinario. Dovevano essere circa le sei, i passanti si fermavano all’edicola per comprare il giornale, altri si precipitavano nell’imboccatura della metro vicino alla statua, o ne uscivano. Sul marciapiede di fronte, nella parte del boulevard che s’estende su rue de l’École de Médecine, si vedevano persone sedute sulla pedana di un caffè, dietro una vetrata. Erano immersi in una luce cruda e bianca che li illuminava e li esponeva allo sguardo, come manichini nella vetrina di un negozio. Un enorme cartellone dipinto a mano, che rappresentava Jean-Pierre Léaud di fronte a una donna nuda di spalle, oscillava sul frontone di un cinema. Lo sguardo enigmatico di Léaud sembrava uscire dal quadro e dirigersi nella mia direzione. Sotto, si stava radunando un po’ di gente e la coda s’allungava sul marciapiede. Il traffico sul viale era intenso, gli autobus sfrecciavano con i passeggeri in piedi, sulla piattaforma posteriore, il vento in faccia persi nei loro pensieri. Alcuni guardavano verso i marciapiedi e per un istante i nostri sguardi s’incrociarono. Non avevo fretta di tornare, rimasi lì e mi guardai intorno senza cercare nulla di specifico, finché i miei occhi s’alzarono, attratti dalla statua che s’ergeva su un piedistallo, e alla quale non avevo prima prestato attenzione. Un uomo dalla corporatura imponente, dall’aspetto fiero, il viso grande che trasuda forza e determinazione, i capelli folti tirati all’indietro, l’indice della mano destra puntato all’estremità di un braccio teso, torreggiava su di me.

Delle statue, non è che m’importasse tanto. Fino ad allora non mi ero reso conto che la storia è di casa a Parigi, insensibile com’ero alla sua bellezza. Questa città era solo lo scenario in cui m’era stato dato di nascere e di cui ero un ragazzo di strada. I miei genitori, assorbiti dal lavoro, s’occupavano poco di me. Mio padre parlava male il francese. In Polonia, non era andato nei suoi studi molto oltre l’Heder e qualche corso di Tarbut seguito da dilettante. Si era coltivato frequentando organizzazioni giovanili, ma era una cosa limitata e ne era frustrato. Sosteneva che la vita era stata la sua università, e su questo aveva ragione, ma non l’aiutava a lenire la ferita.

Provava ammirazione per la Francia. Non lo diceva molto chiaramente e non tanto spesso, ma una volta accadde con insolita intensità. Non avevo ancora dieci anni. Quel giorno, l’accompagnai per una commissione e lui colse l’occasione per mostrarmi la statua di Place de la République. Andammo in un negozio di rue Amelot per cercare un pezzo di ricambio per una macchina da cucire, e dovemmo attraversare la piazza che non si era ancora trasformata in una lastra triste, piatta e grigia, come si trovano ora in tutte le città del mondo. Mio padre ci fece fare una deviazione verso la piccola spianata centrale dove sorge la statua, fiancheggiata da due giardini. Voleva osservare gli altorilievi che circondano il piedistallo e illustrare gli episodi della Rivoluzione francese. Lo vedo ancora con il suo sorriso e gli occhi illuminati. Mi guardava mentre mi spiegava di cosa si trattava. Capii che stava cercando di dirmi qualcosa d’importante, qualcosa di vicino al suo cuore. Non me l’aspettavo. Anch’io lo guardavo, ma ciò che contava di più era l’intento che mostrava nei miei confronti.

 Monumento a Georges Jacques Danton

“A DANTON – LA CITTÀ DI PARIGI – 1889” era inciso nella pietra. Esaminando ulteriormente la statua in Place de l’Odéon, mi resi conto che raffigura diversi personaggi. Danton si rivolge alla gente. Ai suoi piedi, due giovani rivoluzionari lo guardano con aria insieme rispettosa e dubbiosa. Ovviamente stanno cercando di capirlo. L’espressione di Danton è tragica ed enigmatica. Il suo volto è deformato da un dolore in cui si mescolano paura e tristezza.

Non mi turbava più di tanto, volevo tornarci adesso. Ma, al di fuori dei quartieri che si estendono tra Les Halles e Belleville, Parigi mi era sconosciuta. Da qualche tempo, tuttavia, mi mettevo a volte alla scoperta di nuovi territori. Vagare da solo, inaspettatamente mi dava un senso d’indipendenza. Avevo anche la sensazione confusa che potesse succedere qualcosa di grosso, senza sapere esattamente cosa, e andavo incontro a questo qualcosa per non rischiare di perdermelo, per così dire. Dopo aver dato un’occhiata alla mappa di Parigi posta all’ingresso della stazione della metro, capii come arrivarci e mi misi subito in cammino. Dopo aver attraversato boulevard Saint-Germain, preso rue de l’Ancienne Comédie, passato il “Procope” senza nemmeno accorgermene, ero arrivato all’angolo di rue Saint-André-des-Arts dove c’era un assembramento. Bisognava farsi largo tra gruppi di capelloni che sbarravano la strada, straripavano oltre i marciapiedi invadendo il selciato. Indossavano eskimo, jeans e, molti di loro, uno zaino. C’erano anche delle ragazze. Erano i famosi beatnik di cui avevamo sentito parlare. Servizi televisivi e articoli di riviste descrivevano giovani che si lasciavano tutto alle spalle, vagabondi nella strada. Rimasi sorpreso, un po’ spaventato di trovarmi lì in mezzo, ma anche attratto e affascinato. Che ci facevano lì? Di cosa vivevano? Chi erano? Da dove venivano? Ebbi il tempo di dare un’occhiata a rue Saint-André-des-Arts senza smettere di camminare. Il mio sguardo s’immerse per un attimo nel fondo della strada. Ovviamente era lì che stava succedendo, ma non volevo saperne di più.

Pont Neuf

Adesso percorrevo il Pont Neuf, il sole ancora ardente si posava dolcemente sulle alture della Senna, a ovest di Parigi. La giornata cercava di allungarsi ancora un po’. Le nuvole si stavano diradando e lasciavano macchie sparse nel cielo violaceo. Una chiatta scivolava nella penombra. S’udivano gli sciabordii dell’acqua che schiaffeggiavano i pilastri del ponte. Un vento fresco mi lisciava il viso. Avevo smesso di camminare. Avrei voluto che anche il tempo si fosse fermato. I gabbiani se la divertivano. Si levavano in volo per poi atterrare un po’ più in là sull’acqua, sotto la Passerelle des Arts. Presto si fece buio, la giornata era passata; si accesero i lampioni e le nicchie del ponte si trasformarono in isolotti rischiarati dove rifugiarsi per sfuggire al buio. Dall’altra parte della Senna La Samaritaine brillava nella notte. Fiumi di luce bianca filtravano dalle finestre e si riversavano sulla riva. Qualcuno in agguato in basso in Square du Vert-Galant mi stava osservando. Un’ombra svanì, i miei pensieri galleggiarono sull’acqua.

Rive droite, dopo aver costeggiato velocemente la rue du Pont-Neuf, il territorio tornava familiare. Provavo un senso di rilassamento come fossi un esploratore di ritorno da una pericolosa spedizione. A Les Halles, gli stand dei fiorai accoglievano i primi clienti sul marciapiede davanti a un padiglione. Gli altri mercatini non erano iniziati ma la strada era già ingombra di pile di casse scaricate da diavoli che giravano in tutte le direzioni.

Pointe Sainte-Eustache (oggi)

L’animazione raddoppiò a Pointe Saint-Eustache quando la chiesa suonò le sette. Rue Montorgueil, i commercianti di frutta e verdura gridavano per magnificare i loro prodotti e urlavano ai passanti. Li conoscevo tutti di vista. Non facevano che ripetere le stesse scenette. Si beccavano ad alta voce, si raccontavano storie, si lanciavano le stesse battute beote e chiamavano i clienti a testimoniare. Mi succedeva a volte mentre facevo la spesa. Non sapevo cosa rispondere e mi sentivo in imbarazzo.

Mia madre era all’angolo di rue Bachaumont, davanti al fruttivendolo. Sorrise quando mi vide e mi chiese di comprare del pane. Uscito dal fornaio, lei era sul marciapiede dall’altra parte della strada. Indossava il suo cappotto di pelle nera, che luccicava alla luce del negozio. Era molto bella, persa nei suoi pensieri. La raggiunsi e le presi la borsa della spesa, prima di tornare a casa insieme.

Qualche tempo dopo si tenne una riunione del comitato Vietnam. Non eravamo in tanti, appena una decina in una sala del sindacato alimentaristi, in rue du Renard. L’atmosfera era seria. A turno, gli studenti delle scuole superiori prendevano la parola per fare il punto della situazione, spiegando ciascuno cosa succedeva nella propria scuola, quali erano le prospettive di azione, ecc. Era noioso come una lezione, ma io ascoltavo attentamente, cercando di capire le sfumature di ciò che diceva ogni oratore. Prima che scoppiassero i fatti, al Lycée Turgot c’era al massimo una quindicina di militanti, compresa la dozzina di simpatizzanti che potevano mobilitarsi all’occasione. Marc, un trotzkista della JCR (Jeunesse Communiste Révolutionnaire) e Bernard che apparteneva alla tendenza di sinistra del PSU (Parti Socialiste Unifié) erano i più attivi. Da parte mia ero attratto dai trotzkisti ma non facevo parte di nessuna organizzazione. Per diversi anni partecipai ai cosiddetti movimenti “di massa”, aggregazioni più grandi dei partiti politici, come il CVN (Comitato nazionale Vietnam) o i CAL, ma non appartenevo a un partito. Ero quello che gli attivisti di Encartes chiamavano un “compagno di strada”. Qualcosa mi tratteneva dal fare come i miei amici che si erano uniti a un’organizzazione rinunciando a un pensiero critico. Da un giorno all’altro avevano cominciato a declamare la linea politica come si recita il catechismo. La storia della mia famiglia mi aveva reso immune al dogmatismo. La politica era molto presente in casa, i miei genitori erano ex militanti comunisti. Sin dalla nascita, avevo sentito discorsi che glorificavano la rivoluzione sovietica. Questi discorsi non erano necessariamente rivolti a me, ma li ascoltavo attentamente e ci credevo come un bambino crede a quello che dicono i genitori. Adoravo mio padre e quello che diceva era vangelo. Eppure, molto presto, il dubbio si era instillato in me. Mi era capitato di chiedergli perché, se il comunismo era così giusto e così perfetto, non tutti erano comunisti. Era la prima volta che inserivo una distanza tra lui e me. La sua risposta era impercettibile e incomprensibile, ma era mio padre e io sostenevo la sua utopia di un mondo egualitario.

Il mercato dei fiori

Qualcosa mi faceva dubitare, che non so spiegare e che forse non aveva spiegazione. Un’altra volta avevo chiesto a mia sorella: “Come possiamo esserne sicuri? La mia domanda riguardava ancora il comunismo, ma assumeva un significato più generale. Lei rispose che si poteva esserne assolutamente certi, che non c’erano dubbi possibili.

Alla fine dell’incontro, Marc mi aveva detto che si stava preparando un’azione importante, senza che nessuno sapesse di che si trattasse, e che me l’avrebbe fatto sapere. Il mercoledì successivo eravamo in cinque alla ricreazione delle dieci in cortile, nascosti dietro un pilone.

Ci vediamo stasera alle cinque davanti alla scuola. L’obiettivo della manifestazione è ancora segreto ma posso dirvi che sarà spettacolare! Stiamo per sferrare un colpo!

sparò Marco.

Nel pomeriggio non avevo lezione e rimasi a casa. Avevo compiti che avevo rimandato. Era diventata un’abitudine da tempo. Avevo tirato un po’ i remi in barca. La scuola era micidiale e non sopportavo più la disciplina. La parola d’ordine dei CAL – “No ai licei-caserma! – rimbombò terribilmente.

Ascoltavo dischi sdraiato sul letto facendomi una canna. Avrei voluto una ragazza che li ascoltasse con me, ma di ragazze non ce n’erano. Avevo già avuto rapporti con ragazze in Inghilterra. C’ero stato diverse volte in vacanza. Nei locali, la sera, s’andava piuttosto bene, ce n’erano tante che cercavano anche loro quello. Bastava invitarle, dopo il primo ballo, se non avevano intenzione di sedersi, sapevamo che era fatta. Si continuava a ballare, uno addosso all’altra, tra raggi luminosi di tutti i colori. Ci si baciava. Le lingue si cercavano, si trovavano, si scontravano. Tra due canzoni, presi la mano della ragazza e c’incamminammo verso un angolo immerso nell’oscurità. Si lasciò andare e mi seguì. Ci mettemmo a sedere in disparte per stare tranquilli. Seduti sulla panca, riprendemmo ad abbracciarci e ricominciammo.

A volte uscivamo dal locale e ci dirigevamo verso il parco o in spiaggia. Lì, sdraiati al buio, rifacevamo tutto da capo.

Lycée Victor-Hugo

A Parigi era più complicato avere contatti con le ragazze perché le scuole superiori non erano miste. Non avevo ancora mai provato all’uscita del Lycée Victor-Hugo. Diversi amici raccontavano le loro imprese e pensai di andare a dare un’occhiata. Intanto fantasticavo. Inventavo storie salaci che non raccontavo a nessuno. Ma, a volte, potevo anche essere segretamente romantico. Costruivo scenari incredibili che mi avrebbero permesso di incontrare il Grande Amore. La mia immaginazione non conosceva limiti. Una donna poteva diventare, a sua insaputa, l’eroina di una storia straordinaria in cui giravamo il mondo, avevamo un figlio, ripetutamente ci separavamo per poi ritrovarci insieme.

Alain ora non c’è più. Viveva a cinque minuti da casa mia. Ci vedevamo spesso. Da me o da lui. Avevamo la stessa età ed eravamo amici da sempre. I nostri genitori si conoscevano bene. I nostri padri si erano conosciuti a Bergen-Belsen, da dove erano stati rimpatriati insieme a Parigi nel 1945. Una cosa che crea un legame. Io e Alain, saranno stati quattrocento i colpi che abbiamo fatto insieme. Setacciavamo le strade di Les Halles. Rubavamo. Nel reparto alimentari del negozio del Louvre c’era una fila di ceste piene di caramelle d’ogni tipo. Ci passavamo davanti lasciando scorrere le mani per riempirci le tasche. Un giorno siamo stati beccati. Avevamo rubato anche un quaderno dalla cartoleria. Mia madre doveva portarci al museo e io volevo usarlo per prendere appunti. Un ispettore e una donna ci avevano afferrato per il bavero mentre uscivamo dal negozio e ci avevano condotto senza tante cerimonie in un ufficio nel seminterrato. Lì durò un bel po’, il tempo per chiederci le carte d’identità, redigere i verbali e farceli firmare. Alla fine ci lasciarono andare ma ero terrorizzato all’idea che avvertissero i miei genitori. Per diverse settimane avevo sorvegliato la posta per intercettare una possibile lettera.

Ascoltavamo insieme i dischi col mangiadischi di mia sorella, che avevo preso io quando se n’era andata dopo il suo matrimonio. Avremo suonato venti volte di seguito “Around Around”, versione degli Stones, che conoscevamo a memoria senza capirne il testo. L’avevo comprato al Monoprix Réaumur-Sébastopol, dove passavo ore davanti al piccolo scaffale dei dischi a guardare le copertine. Per forza la commessa mi conosceva, ma non disse nulla. La trovavo eccitante. Avevo proposto ad Alain di venire con me alla manifestazione ma lui m’aveva risposto che aveva altro da fare.

Alle cinque in punto, noi cinque eravamo davanti al liceo e prendemmo subito la direzione della metro. Non conoscevamo ancora l’obiettivo della protesta. Non c’era stata nessuna convocazione pubblica e nessun percorso dichiarato. I militanti del JCR e alcuni pablisti (un’altra corrente trotzkista che prendeva il nome dal suo fondatore, Michalis Raptis detto Pablo) furono le menti dell’operazione. Eccellevano nell’organizzare azioni spettacolari. Quel giorno inventarono una sofisticata strategia per sfuggire alla sorveglianza della polizia. Marc ci aveva spiegato il piano nel vagone della metropolitana. Tutti i partecipanti all’azione furono contemporaneamente sparpagliati in piccoli gruppi. In ogni gruppo c’era un leader, in questo caso Marc era il nostro leader. Ma non dovevamo andare direttamente dove avrebbe avuto luogo la manifestazione. Dovevamo attraversare diversi punti intermedi di appuntamento fissati in diverse stazioni della metropolitana. A ogni incontro intermedio, uno degli organizzatori indicava discretamente ai capigruppo il successivo punto d’incontro intermedio. Avevamo zigzagato nella metropolitana per più di un’ora e, allo stesso tempo, decine di piccoli gruppi stavano facendo la stessa cosa in tutte le direzioni. Lo scopo di questa ingegnosa manovra era impedire ai poliziotti in borghese che, ovviamente, dovevano spiarci, di indovinare dove stavamo andando.

A quel tempo, il prestigio della rivoluzione cubana era immenso e il libro di Che Guevara Guerra di guerriglia era la lettura obbligata di ogni aspirante persona di sinistra. Il Che spiegava come “un ramoscello può incendiare l’intera pianura”. Secondo la sua concezione della guerra rivoluzionaria, era necessario istituire piccoli centri di lotta armata, “focolai”, nelle aree rurali dei paesi latinoamericani. Questi “focolai” dovevano iniziare praticando la guerriglia per sfibrare le forze armate del governo in carica. Questa guerriglia servirà da esempio al popolo, indicherà loro la via da seguire e diverrà il punto di partenza per un’insurrezione generale che porterà alla vittoria della rivoluzione. Ne avevamo discusso e Marc aveva fatto il parallelo con la situazione in Francia. Anche noi avremmo praticato una forma di guerriglia, consistente nell’alimentare un’agitazione, che avrebbe dovuto finire per innescare uno sciopero generale rivoluzionario. Quello che stavamo facendo quel giorno ne era parte. Le mobilitazioni contro la guerra del Vietnam o contro i licei-caserma dovevano essere il preludio alla contestazione globale del potere. E, per quanto improbabile possa sembrare, funzionò! Potevamo pure essere un gruppo di allegri novellini, novizi della politica e in tutti i campi della vita, ma il nostro attivismo avrebbe portato, sei settimane dopo, a uno sciopero generale di dimensioni senza precedenti che scosse il potere gollista.

Ma non andiamo troppo veloci nel corso degli eventi, siamo ancora solo al 20 marzo.

Al terzo appuntamento intermedio furono date istruzioni a tutti i gruppi di convergere verso la stazione della metropolitana di Havre-Caumartin, da dove partimmo in circa trecento verso le 18.30. Era calata la notte. Senza perder tempo, ci riunimmo e cominciammo a percorrere rue Auber. Camminavamo con passo deciso e gli slogan che gridavamo riecheggiavano nel buio come venissero dal nulla. Il nostro grido di battaglia non era “Pace in Vietnam”, come belavano i pacifisti d’ogni risma e gli stalinisti del Partito comunista, ma “FNL vaincra! [FLN vincerà!]” Eravamo i rivoluzionari. Per noi il Vietnam era “la trincea avanzata del proletariato mondiale” nella lotta contro l’imperialismo statunitense, una lotta che era anche la nostra e quella di tutti i popoli del mondo. Non ricordo di aver gridato quella sera il famoso e un po’ folcloristico “Oh! Oh! Ho Chi Minh! Che! Che! Guevara!”. In file serrate, spalla a spalla, tenendoci stretti per le braccia, improvvisamente cominciammo a correre verso l’angolo di Rue Scribe. Lì, compagni armati di mazze stavano sfondando tutte le vetrine dell’agenzia American Express davanti alla quale eravamo bloccati. Si sentiva lo schianto delle vetrate, che andavano in frantumi e cadevano a terra una dopo l’altra. Avemmo appena il tempo di renderci conto della situazione. La rapina fu rapida e ben riuscita. Dopo appena due minuti, tutte le vetrine erano sul pavimento e ci precipitammo verso Place de l’Opéra, per entrare nella metropolitana dalla scala principale. Lì si ripetè il rituale di fine manifestazione. Ancor prima che scendessimo tutti nell’atrio della stazione, uno degli organizzatori salì sulle spalle di un altro compagno per fare il punto sull’azione e dare direttive per i giorni successivi. Bisognava galvanizzarci prima che ci sciogliessimo in modo da conservare un po’ di energia collettiva e da poterla dispiegare nella mobilitazione successiva:

Compagni! Oggi abbiamo fatto un salto di qualità nella mobilitazione a sostegno dell’eroico popolo vietnamita. Abbiamo colpito l’imperialismo americano attaccando l’American Express. Non è un simbolo, è uno strumento al servizio della sua politica di dominio del mondo. Non ci fermeremo qui!

Poi applausi, “sì-sì!” entusiastici e “FNL vincerà!” cantato in coro. Il compagno che ci arringava era visibilmente molto soddisfatto. Dopo qualche istante, però, allungò il braccio sinistro e abbassò più volte la mano, le dita tese, per farci cenno di stare zitti, poi parlò di nuovo: “Sì! Oggi è stata solo una prima azione, ce ne saranno altre, ve lo prometto, domani, dopodomani, o nei giorni che seguiranno. Vi chiedo di restare mobilitati e di tenervi pronti. Ma ora dobbiamo disperderci pacificamente, prima che arrivi la polizia. »

Intorno a noi la gente passava indifferente o accelerava il passo per non partecipare, neppure passivamente, alla manifestazione. C’era, tuttavia, chi mostrava interesse. Una giovane donna dal viso intelligente afferrò un volantino e lo scorse rapidamente, per poi fermarsi. Rimase lì e ascoltò molto attentamente. Si capiva dall’intensità del suo sguardo che avrebbe voluto unirsi a noi.

Ero uscito dalla metropolitana per tornare a casa a piedi. Appena rientrato a casa, sento la voce di mio padre: “So dov’eri. Ne hanno appena parlato alla radio. Ci saranno arresti! Pensi di essere intelligente! Vi arresteranno tutti!” Nelle ore successive ci furono in effetti sei arresti tra i vertici del Cvn, ma questo non ebbe effetto deterrente, anzi. Il ciclo provocazione-repressione-mobilitazione non fece che intensificarsi. Due giorni dopo, diverse centinaia di studenti di Nanterre occuparono gli uffici del rettore dell’università per chiedere la liberazione dei compagni arrestati. Intanto veniva creato il “movimento 22 marzo” che ebbe un ruolo importante nell’accelerazione degli eventi.

Le manifestazioni continuarono. L’impazienza non faceva che aumentare. L’atmosfera era esplosiva. Dopo l’attentato a Rudi Dutschke, ci furono disordini in Germania, uno dopo l’altro, le capitali europee venivano conquistate dalla protesta, e apparve un nuovo slogan: “Berlino! Varsavia, Roma, Parigi! “. La pianura era pronta a prendere fuoco.

Sedici anni, il 30 aprile 1968! Che cosa fai quando compi sedici anni il 30 aprile 1968? Niente di che. Per fortuna i compagni del sindacato (Confédération générale du travail CGT) e i comunisti avevano convocato una manifestazione il giorno dopo e avevamo deciso di andarci, Philippe, Jean-Pierre e io.

Conoscevo Philippe fin dalla scuola elementare. In CE1, l’insegnante, un tipo alto baffuto di cui anch’io conservo bei ricordi, aveva istituito un purgatorio in fondo alla classe. Tre banchi disposti uno dietro l’altro servivano a isolare gli alunni che chiacchieravano troppo. Una volta in purgatorio, dovevi aspettare che un altro studente desse fastidio e fosse relegato lì. L’abitante più anziano del purgatorio riprendeva allora il suo posto tra i bravi ragazzi, ai primi banchi. Eravamo studenti bravi, va detto, ma Philippe e io avevamo una fastidiosa tendenza alla chiacchiera, difficile da controllare, che ci portava all’esilio in fondo alla classe per poter espiare questo peccato capitale. Il che non produceva l’effetto sperato: l’esclusione ci aveva avvicinati e ci aveva permesso di conoscerci meglio. Invece di sprofondare in un silenzio espiatorio, c’imbarcavamo in interminabili chiacchiere, continuando nel parco giochi e per strada sulla via di casa. Più chiacchieravamo, più trovavamo un interesse reciproco e il nostro rapporto cresceva d’intensità. Avevamo finito per diventare inseparabili; ci invitavamo regolarmente a trascorrere il giovedì pomeriggio a casa mia o a casa sua.

Il caso vuole che Philippe sia nato come me il 30 aprile 1952. Questa coincidenza aveva creato un ulteriore legame che aveva ulteriormente rafforzato la nostra amicizia. Con l’avvicinarsi del compleanno, mi raccontava di tutti i regali che avrebbe ricevuto, dai suoi genitori, dai suoi zii, zie, cugini, cugini. Sapeva già che uno zio gli avrebbe regalato un orologio e lo sognava in anticipo. In confronto, la mia famiglia era piuttosto piccola. Eravamo solo in quattro: mio padre, mia madre, mia sorella e io. Nel grande giorno mia madre mi aveva regalato un franco, invece dei soliti dieci centesimi, cosa che mi aveva riempito di felicità. Lo mostrai a Philippe. Uscendo da scuola, mi fermai dal fornaio, come al solito, per comprarmi caramelle per un franco. Mia madre s’arrabbiò e me lo disse chiaramente. Avrebbe preferito che non spendessi tutto il franco, che mettessi da parte i soldi e che risparmiassi. Aggiunse che nella vita è importante essere previdenti. Non sai mai cosa può succedere. Il fine settimana successivo, durante la cena di compleanno, ricevetti il mio vero regalo: un grande libro illustrato sulla vita degli indiani d’America.

La facciata del lycée Turgot in rue de Turbigo

Alle medie non eravamo più nella stessa classe e la nostra relazione s’interruppe per diversi anni, per poi ricominciare in prima superiore. Eravamo entrambi nel club del ping-pong del liceo e giocavamo sempre insieme. Le nostre interminabili discussioni ricominciarono, mentre ci tiravamo la pallina. A volte andavamo anche a suonare nella sala Globe, nel seminterrato dell’Eldorado, in Boulevard de Strasbourg. Prendevamo un tavolo per un’ora e ordinavamo due gassose. Le nostre partite erano agguerrite. Il più delle volte mi batteva, ma a volte riuscivo ad avere la meglio. Per me era il segno di un possibile rovesciamento dell’equilibrio di potere, secondo lui un semplice incidente che non metteva in discussione la sua superiorità. Aveva ragione. Aveva una padronanza molto migliore dello smash, di dritto come di rovescio, che gli dava un enorme vantaggio. 

La discussione si fece più politica quando Jean-Pierre si unì a noi. Erano nella stessa classe e Philippe l’aveva invitato. Non avevo mai conosciuto un ebreo sefardita. Quello che raccontava era piuttosto straordinario. L’ascoltavo con le orecchie aperte. Aveva solo tre anni quando la sua famiglia lasciò la Tunisia, ma, nonostante la giovane età, disse di essere stato profondamente colpito. Era impregnato dei suoi cieli blu, ci diceva, della luce, del bianco delle città. Ne sentiva la mancanza. La Tunisia era un paradiso perduto, l’esilio a Parigi una disgrazia, una caduta nel grigiore, nella tristezza, nell’indigenza. Da parte mia, i sentimenti nei confronti della Polonia erano molto diversi. A dire il vero, non ne avevo proprio. I miei genitori non ne avevano alcuna nostalgia e io non ne sapevo nulla. Mia madre continuava a dire che Parigi è la città più bella del mondo, che viverci è un privilegio. 

Discutevamo tra noi facendo lunghe passeggiate che duravano interi pomeriggi. Philippe era già allora serio e misurato, mentre io peccavo già di leggerezza e la mia voglia di radicalismo era sfrenata. Lui era a favore di un socialismo moderato, rispettoso delle regole democratiche, mentre io sostenevo che la dittatura del proletariato fosse una necessità per il trionfo della rivoluzione. Aveva preso contatto con la Gioventù socialista mentre io iniziavo a partecipare ai movimenti di estrema sinistra. Secondo un rituale consolidato, c’incontravamo sempre davanti al cancello della scuola in Rue Turbigo e camminavamo instancabilmente per le stesse strade nei paraggi, in una direzione e poi nell’altra, più volte di seguito. Trascinati dalle nostre discussioni, non abbiamo mai visto passare il tempo. La Rivoluzione russa, la scissione del Partito socialista al congresso di Tour nel 1920, il Fronte popolare, la guerra civile spagnola e la Rivoluzione francese erano tutti temi utilizzati da uno o dall’altro di noi per sostenere le nostre argomentazioni. Jean-Pierre ascoltava con attenzione. Un giorno intervenne dicendo che era abbastanza d’accordo con me.

C’era gente in Place de la République. il corteo del Primo Maggio era vietato dal 1954 in seguito a tafferugli. Erano lì, i proletari, che marciavano dietro i loro striscioni, per specialità e per settore: quelli della Renault, i metalmeccanici, i portuali, i postali, i ferrovieri… Erano circondati dai pesi massimi del servizio d’ordine della CGT che bloccavano l’ingresso in piazza, e formavano una barriera stagna che separava due mondi: quello dei lavoratori e quello degli studenti di sinistra. Alcune centinaia di loro si erano raggruppate e stavano marciando in rue du Temple. Speravano di poter passare e confondersi con le masse lavoratrici. Lì c’erano militanti di tutte le organizzazioni, impegnati in una feroce competizione per imporre ognuno i propri slogan. Li gridavano più forte possibile, distribuivano volantini e vendevano i loro giornali. Vivaci discussioni nascevano tra gli appartenenti a gruppi rivali o con chi osservava indeciso, nella speranza di fare proseliti.

Questi gruppi erano il risultato di molteplici scontri ideologici su questioni dottrinali e di ripetuti scismi, e formavano uno scenario complesso. Due grandi movimenti coesistevano: i trotzkisti e i maoisti. Caratterizzati da una propensione alla scissione, i trotzkisti avevano dato vita a una miriade di gruppi. I più importanti erano il JCR, lontano antenato del NPA (Nuovo Partito Anticapitalista), i pablisti che in seguito fondarono l’effimera AMR (Alliance Marxiste Révolutionnaire), la VO (Voix Ouvrière), ora ribattezzata LO (Lutte Ouvrière), e la FER (Fédération des Étudiants Révolutionnaires), corrispondente all’attuale PCI (Partito Comunista Internazionalista).

I trotzkisti credevano nel mito di Trotsky come difensore del vero comunismo, di fronte alla perversione staliniana e all’usurpazione del potere da parte della burocrazia, portando la rivoluzione sovietica fuori strada. I maoisti, comunemente chiamati “filocinesi”, erano raggruppati nell’UJCML (Unione della Gioventù Comunista Marxista-Leninista). Seguivano la linea del fratello maggiore cinese, rimproverando il PCF (Partito Comunista Francese) di non di essere stalinista, anzi di essere corrotto dal revisionismo kruscioviano. Ce n’erano molti all’École Normale Supérieure, luogo eminente dell’intellighenzia francese.  Negli anni successivi, probabilmente cercando di sfuggire al proprio dogmatismo, diedero vita al “mao-spontex”, una miscela bastarda e insolita di maoismo e spirito libertario degli anni Settanta, movimenti come il GP (Gauche Prolétarienne) o il VLR (Vive La Révolution) che lanciarono un famoso slogan: “Cosa vogliamo? Vogliamo TUTTO”. 

L’adesione a una di queste organizzazioni non dipendeva da una reale adesione alle tesi che essa difendeva. Dipendeva in larga misura dal suo intrinseco potenziale di seduzione e da circostanze contingenti. I trotzkisti erano già insediati al Lycée Turgot e avevano creato un comitato per il Vietnam. Mi ci ero unito senza fare domande. Ma avevo anche già una simpatia spontanea per il trotzkismo. La parola “trotzkista” non significa nulla di per sé. È incomprensibile se non si è studiato a fondo la Rivoluzione d’Ottobre. Ma evocava nelle mie orecchie qualcosa di deliziosamente sovversivo. In confronto, il termine “filocinese”, nonostante il suo esotismo, aveva poco appeal. Ciò era in parte dovuto al dogmatismo stalinista dei maoisti, ma non era questo il punto. Il termine “filocinese”, a differenza di “trotzkista”, era troppo esplicito e privo di mistero. Era noioso. Era troppo facile capire cosa significasse. E il suffisso “filo” era davvero inappropriato! Volevamo essere per qualcosa, no? 

C’era quindi molta competizione tra questi gruppi. Tutti sostenevano di stare creando il nuovo partito della classe operaia, chiamato a sostituire il PCF che era sprofondato nel riformismo, rinunciando alla dittatura del proletariato e pretendendo d’ora in poi di prendere il potere attraverso le elezioni. I pablisti non avevano perso, maJCR aveva preso il sopravvento ed era riuscito a emergere in prima linea nel movimento trotzkista. Forse che la Jeunesse communiste révolutionnaire (JCR) doveva il suo successo alla rilevanza della sua linea politica? No, non era propriamente originale. Anche in questo caso, la forza di attrazione del significante giocava un ruolo determinante. “Pablista” non era attraente. Ricordava troppo monaci belgi reclusi in un’abbazia. D’altra parte, “JCR” aveva un enorme potenziale nascosto che il profano non poteva sospettare. Infatti, “J – C – R” non veniva pronunciato separando ogni lettera, ma “Jkre” come un’unica parola con l’accento sulla “e” finale. Jkre!  L’inventore di questa onomatopea non è noto, ma evidentemente ebbe una grande intuizione. Era una di quelle parole magiche che ebbero un successo immediato, come schmilblick o glop. In quegli anni diverse migliaia di studenti entusiasti delle scuole superiori e delle università aderirono al JCR, proclamando con gioia: “Sono nel Jkre! 

La nouvelle avant garde, organo della Jeunesse communiste révolutionnaire, 1968

Fermi sul marciapiede davanti a La Toile d’Avion, all’angolo tra Place de la République e Rue du Temple, osservavamo la scena. Era facile riconoscere i “filocinesi”. Stavano mettendo in scena uno spettacolo. Raggruppati in file serrate, cantavano “Marx! Engels! Lenin! Stalin! Mao!”, sventolando il libretto rosso tenuto stretto in mano, tra pollice e indice. Molti di loro indossavano eleganti tute o giacche blu con colletto alla Mao, con un berretto a punta ricamato con una stella rossa. I trotzkisti non erano da meno e, raggruppati un po’ più avanti lungo l’altro lato della strada, sotto un enorme ritratto di Trotzky serigrafato in nero su sfondo rosso, rispondevano ai filocinesi e cercavano, come meglio potevano, di superarli gridando “Viva la quattro!”, gettando la mano in avanti, con il pollice piegato, lasciando visibili solo quattro dita, in riferimento alla Quarta Internazionale fondata da Trotsky per fare la rivoluzione mondiale. Nelle loro file, invece delle tute blu, c’erano molte giacche di velluto, pizzetti e occhiali rotondi.   

Eravamo ormai sulla strada. I lavoratori attraversarono la piazza, indifferenti a ciò che accadeva al di fuori del corteo sindacale. Di tanto in tanto, uno di loro girava la testa dall’altra parte e lanciava uno sguardo vago in direzione delle sinistre, che invece erano ansiose di sfondare il muro ostile che impediva loro di avanzare e di unirsi agli operai per illuminarli, rivelare loro il tradimento del PCF, spiegare loro che la loro missione storica era quella di prendere il potere, abolire il lavoro salariato ed emancipare l’intera umanità. 

Davanti, i filocinesi si scaldavano sempre di più. Sui loro volti si disegnavano smorfie, gli occhi colmi di disprezzo per i revisionisti che avevano di fronte e ruttavano apoftegmi in lode di Mao e della Rivoluzione culturale. Ben presto entrarono in contatto con il servizio d’ordine della CGT. Non c’era più spazio tra loro e dietro di loro la pressione aumentava, non faceva che aumentare. -Fummo trascinati, compressi, schiacciati dalla folla. Gli slogan si facevano sempre più forti, quando all’improvviso ci fu un fuggi fuggi. I cgtisti finalmente mollarono la presa, si aprì un varco in cui si precipitarono i filocinesi. Ne seguì una colluttazione. Da entrambe le parti si sferrarono pugni e calci. Ma non durò a lungo, il momento fu breve perché il servizio d’ordine della CGT ricevette rapidamente rinforzi e riuscì a ripristinare la situazione. Riordinando i ranghi, e ora anche con più fermezza, lanciò persino una controffensiva, avanzando e incalzando i gruppi di sinistra senza pietà. Si trattava di un’invasione, visto da questo lato. I ranghi si erano sfaldati, la massa aveva perso compattezza e coesione. Ci ritirammo, scappammo, ci fu chi inciampò e cadde a terra. Ci eravamo rifugiati sul marciapiede poco più avanti, sul lato di rue Notre-Dame de Nazareth. Jean-Pierre, altezzoso, disse scuotendo la testa:

Canaglie di stalinisti! Ci hanno fregato per bene! 

Ma non sembrava troppo angosciato. L’espressione del suo volto cambiò rapidamente. Aveva un’aria allegra e un sorrisetto di soddisfazione. Philippe se ne venne fuori con tono teatrale, imitando un fagotto, stirando il viso e spalancando gli occhi: 

Cavolo! Pensavo che m’avrebbero schiacciato! Ma le manifestazioni sono pericolose. Dio mio! Cavolo!

Poi scattò qualcosa. Facemmo un passetto di lato. Non lo sapevamo ancora, ma negli anni successivi sarebbe cresciuta e avrebbe cambiato i nostri destini. Era una bella giornata a Parigi. L’aria era dolce e leggera, e quando a Parigi c’è bel tempo e l’aria è dolce e leggera, lo spirito s’accende e tutto può accadere. Questo mese di maggio si preannunciava bellissimo. Ci scambiammo gli sguardi e all’improvviso scoppiammo in un’enorme e incoercibile risata. Esuberanti, gioiosi, spensierati, ci lasciammo trasportare da un’ebbrezza che non riuscivamo più a controllare. Non so chi iniziò per primo, ci lanciammo in una corsa frenetica, saltando e gridando come matti in mezzo alla strada, fino a Rue Turbigo. Con il fiatone, continuammo a ridere, a darci spintoni, a scambiarci pacche. Avevamo iniziato a intuirlo, stava diventando ovvio. 

Cosa volevamo? NIENTE!

Oso parlare del maggio ’68? Altri, molti dei quali molto competenti, l’hanno già fatto. Lodare o denigrare. Ci sarebbe qualcosa da spiegare o da raccontare che potrebbe essere sfuggito alla loro sagacia, a tutte queste analisi così fini, così sottili, così penetranti? Pretendere di aggiungere qualcosa d’importante che non sia già stato rivelato sembrerà molto vano. Lo so. Tuttavia, alcuni episodi a cui partecipai non sono mai stati riportati. Ve lo racconterò. Lo farò con modestia. Con umiltà. Promesso. Le generazioni future non avranno altra fonte di conoscenza del maggio ’68 che lo studio dei libri di storia, nei quali s’ometterà di parlarne, se non lo faccio io ora. Il mio obiettivo, come avrete capito, non è quello di discettare sulle cause o sulla natura degli eventi, ma di descrivere quelli a cui presi parte, rimanendo il più aderente possibile ai fatti e dando solo le informazioni di contesto necessarie alla loro comprensione. La mia visione sarà scientifica, fredda, precisa, distanziata…

Maggio 68. Quando saremo cinquecentomila ultima modifica: 2022-12-20T20:02:38+01:00 da JEAN-JACQUES KUPIEC
Iscriviti alla newsletter di ytali.
Sostienici
DONA IL TUO 5 PER MILLE A YTALI
Aggiungi la tua firma e il codice fiscale 94097630274 nel riquadro SOSTEGNO DEGLI ENTI DEL TERZO SETTORE della tua dichiarazione dei redditi.
Grazie!

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento