Il nulla e il niente

Il nichilismo, la negazione di ogni valore, è la malattia di cui soffre il nostro tempo. Ma dobbiamo arrenderci a esso? A questo interrogativo offre un’interessante risposta “Etica, religione e letteratura nel tempo del nichilismo. Un percorso kierkegaardiano” di Nicolò Germano.
GIULIO DE NADAI
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Il nichilismo, la negazione di ogni valore, è la malattia di cui soffre il nostro tempo. Ma dobbiamo arrenderci a esso? A questo interrogativo offre un’interessante risposta Etica, religione e letteratura nel tempo del nichilismo. Un percorso kierkegaardiano il primo libro di Nicolò Germano, uscito di recente per i tipi delle Edizioni dell’Orso.
È singolare – questa la prima osservazione di Germano – che a Kierkegaard sia riservato un ruolo marginale nelle varie storie della filosofia del nichilismo date alle stampe. Guardando solo a Nietzsche quale grande profeta e analista del fenomeno, si tende a dimenticare che il filosofo danese è stato il primo ad aver tratteggiato una fenomenologia esistenziale del nichilismo attraverso la narrazione letteraria, e ad averne proposto, col discorso prettamente filosofico e col poetare lirico, una possibile via di salvezza nell’esperienza mistica

Franz Kafka ritratto da Jan Hladík, 1978

Data la ricchezza del pensatore, dunque, ecco più forte ancora l’urgenza che Germano ha sentito propria: render giustizia, in questa storia, a Kierkegaard; il che significa riscrivere sotto una luce nuova questa storia filosofica, pensando daccapo il nihil. Un compito non facile, che impone l’obbligo di confronti teoretici impegnativi specie con Hegel e Severino, ma, come lo stesso Kierkegaard avrebbe voluto, svolto non mai in spirito di difesa, bensì di attacco. 

Il saggio che qui presentiamo brevemente non è però un semplice “ritorno a Kierkegaard”. La sua più importante intenzione è, nell’indagine del nihil, riuscire a pensare concretamente la possibilità della vita alla luce del positivo. È in tal senso che Germano ha inteso richiamarsi ad Alberto Caracciolo, in particolare all’opposizione tra “niente” e “Nulla” che il filosofo si è impegnato a teorizzare dagli scritti giovanili sino a quelli più tardi. Ed è proprio sulla scorta di tali meditazioni che Germano avanza un’interpretazione dell’opera kafkiana. Partendo dall’assunto che lo scrittore si sentiva vicino al pensiero del filosofo danese, Germano è in grado di percepire il diverso fremito delle pagine kafkiane, una volta concesso a esse di restituirci lo spirito religioso che recano in seno. 

Kierkegaard allo scrittoio in una rappresentazione del pittore Luplau Janssen

La riflessione sul nihil deve esordire in modo concreto, fuggendo le astrazioni; se possibile, non domandandosi anzitutto cosa sia il nichilismo, ma piuttosto chi sia il nichilista, e tramutando la domanda in autentica riflessione, chiamando in causa noi stessi che poniamo la domanda. Il nichilismo è una presenza insidiosa e ambigua, giacché può nascondersi nell’azione apparentemente più innocente come pure nelle intenzioni più apparentemente luminose. È il caso di un’etica che aspira alla perfezione dell’agire, ma che, in verità, nasconde il rifiuto del mondo così com’è, impossibile da conciliare con l’ideale astratto. Oppure è il caso di una letteratura che, nonostante l’imponente produzione degli ultimi due secoli, manca di convinzione nel suo raccontare, perché è sconsolata dallo spettacolo del mondo al punto da non ricordare nemmeno più quando esso ha iniziato a deluderla. 

L’uomo non può fare a meno di chiedersi il perché di questa desolazione. Ma il mondo tace di un silenzio ancor più desolante che, anzi, si fa sempre più angoscioso man a mano che lo s’incontra. Più sorgono domande che ne chiedono conto, più il silenzio si fa insostenibile, assordante. Quantomeno, il perseverare dell’assenza delle risposte concede, se così ci piace, il tempo per la riflessione. Correggere, riassumere tutte le interrogazioni in un unico distillato essenziale. Nella speranza che, ponendo infine la domanda, possa più facilmente seguire la risposta. Così si formula, con Leibniz, la domanda metafisica per eccellenza che – Germano ha premura di insistere – è il prezioso concentrato, verità più profonda e guida di ogni domandare: perché l’essere e non piuttosto il niente? 

Kierkegaard al caffè, schizzo ad olio di Christian Olavius, 1843

Come affrontare questo angoscioso domandare, che è l’inizio della filosofia stessa? Si può tentare con convinzione di venire assolutamente a capo di ciò di cui non si viene a capo. È possibile provare a spendersi in un profluvio di argomenti, abbarbicarsi in un castello concettuale. Ma il vero intento non sarebbe piuttosto quello di nascondere nelle segrete di questo castello l’angoscia e dimenticarsi di essa, gettando via le chiavi della sua cella e augurandosi che non scappi e che non si ripresenti mai più? Si può davvero, un po’ come i bambini quando, per capriccio, si tappano le orecchie e alzano la voce, far tacere quel silenzio assordante? Eludere la domanda è in fondo riconoscere la forza del silenzio che sottrae consistenza alle cose, che abbassa il bene sullo stesso piano del male. 

Che fare, dunque? Anzitutto, chiedersi se non stiamo urtando dolorosamente e inutilmente contro un equivoco. Forse esistono almeno due modi per intendere questo silenzio, questo niente. Alberto Caracciolo suggerisce che c’è un “niente”, il quale “è tanto poco mistero che non è nemmeno l’inizio di un pensare e di un problema”, e un “Nulla fremente”, che paradossalmente tanto trabocca da indurci al domandare sempre e nuovamente. In questa prospettiva, la domanda diventa essa stessa testimonianza che questo Nulla non è mortificante, ma anzi vivificante.  

Se nel linguaggio c’è una dimensione del discorso che si mantiene in rapporto con il silenzio, questa è quella della preghiera e della poesia. Queste forme di espressione non intendono fissare ed esaurire i rapporti semantici (non intendono risolvere la domanda), non intendono dire una volta per tutte come le cose sono. Esse vogliono non tanto dire qualcosa, ma semplicemente dire, cantare la pienezza di un significato che, nonostante tutto, per assurdo, c’è. In questo modo, questo dire non è ciò che si pone a riempimento del silenzio, non è ciò che lo vuole cancellare, ma è ciò che riceve dal Nulla la positività che scaturisce dal suo fremere. Muovendo dalla dimensione poetica, dunque, Germano suggerisce che la letteratura (e il nostro dire di ogni giorno) può ritrovare la sua ragion d’essere, accogliendo nel suo raccontare il silenzio. Nonostante tutto – insiste Germano – “eppure dire”. Volgendosi al mondo, accorgersi che l’angoscia è scomparsa, o meglio, si è trasformata in meraviglia, perché questo mondo “eppur si muove”. 

Kafka ha la consapevolezza di aver cercato di afferrare “l’ultimo lembo del mantello” dell’ebraismo, l’ultima presenza della preghiera in questo vecchio mondo. Ed è proprio in vista di questo fatto che Germano legge il Processo alla luce del religioso: la porta davanti alla quale si trova il contadino, nella parabola “Davanti alla Legge”, altro non è che la domanda metafisica che non termina mai di riproporsi, il presentarsi del Nulla di fronte all’uomo. Non è attraverso il presentare ragioni che il contadino otterrà una risposta da questo Nulla: esso rimarrà sempre lì, inaggirabile, ad attenderlo. Il segreto del Nulla, non comunicabile, è in questo silenzio: l’assenza di una risposta definitiva, che spinge l’uomo a domandare. Ma, allora, non è solo l’uomo a porre la domanda. È il Nulla stesso a interrogare, a chiamare l’uomo, a spingerlo a intendere la domanda metafisica come riflessione sulla propria esistenza. Cos’è questo arrivo del contadino davanti alla porta? Qual è la condizione di noi tutti, quella che Kafka sentiva sua, se dopo tutto il nostro peregrinare e domandare, ci ritroviamo sempre e comunque di fronte alla porta invalicabile? “La meta di Kafka è un dopo che è anche un prima, un risultato carico di antico, dell’antico più immemorabile: “io sono fine o principio” […] Nella fine è sommamente presente l’inizio; il “puro cominciamento” […]. Kafka come ri-velzione dell’Apocalisse: “Io sono l’Alfa e l’Omega, il Primo e l’Ultimo”. 

Così ogni uomo chiamato dal Nulla ad accogliere e ad assumere la responsabilità come fine del tutto, eppure inizio del tutto, continuando perpetuamente a rispondere con fede alla domanda che, sotto mille spoglie diverse, batterà ancora e sempre all’uscio della sua casa: “perché l’essere e non piuttosto il niente?”.

Il nulla e il niente ultima modifica: 2022-12-28T19:58:48+01:00 da GIULIO DE NADAI
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