Nel fuoco del verso

Sulla poesia di Luca Campana.
EZIO SETTEMBRI
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Devo molto a Luca Campana. I lettori siano indulgenti verso le notazioni personali di questo mio intervento, dedicato a un amico, un compagno di studi universitari a Macerata. Avrei dovuto scrivere su di lui già da tempo, per costeggiare l’uscita del saggio su Michelstaedter, La stella che sorge dal mare (“Il Poligrafo”, 2019), che ha preceduto l’esplosione dei suoi versi con la plaquette Pietrapelle (“Nervi Edizioni”, 2020) e la raccolta Fioriture invernali (“Interno Libri Edizioni”, 2021). Produzione in versi che è testimonianza di un poeta fatto fin dagli esordi, con una cifra e un timbro ben riconoscibili, come del resto poeti e studiosi come Mirella Vercelli, Dario Talarico e Guido Garufi hanno già rilevato. Nel momento, per me, di misurarmi con la scrittura in versi, e lasciare in secondo piano lo scandaglio critico, sento di dover partire dai versi di Luca, che ha messo a frutto i suoi studi per giungere a un verso scarno, affilato, non privo di quei preziosismi derivanti da una cultura vastissima, da uno studio assiduo pluridecennale, ma in equilibrio con una scrittura mai iperletteraria, un preziosismo mai decorativo. Per sua stessa ammissione Campana punta molto alla essenzialità del dettato, alla sintesi, lavorando molto in “levare” sui testi, e senza che la riduzione del corpo della scrittura a pietra grezza sia un procedimento doloroso, ma il suo esatto contrario. 

Campana ha saputo innestare sul vasto bagaglio di studi del proprio laboratorio, la biografia personale, dall’esperienza in un istituto scolastico carcerario a Mantova (Pietrapelle), fino ai ricordi d’infanzia, l’incontro con gli alunni affetti da autismo e il periodo del lockdown (Fioriture invernali). Da notare, infatti, nella plaquette d’esordio, la reiterazione nella sfera semantica della recinzione, del sequestro, ma nel fertile ossimoro che si crea tra un muro che diviene anche soglia:

Nient’altro che un riflesso, il tarlo
di un’altra involontaria consuetudine
scoperta fra le costole e il soffitto
del sonno perso, sperperato
fino al midollo di evidenza
e ruvido cemento senza crepa
del solo chiodo fisso: questo
stare, questo aspettare
il segno di una soglia
confitta nella luce opaca
di mattini in cui si nasconde
inaccessibile di là dai muri
il mondo.

In un recente dialogo Luca mi raccontava del suo disagio rispetto alle cerimonie di premiazione, avendo incontrato Fioriture invernali riconoscimenti prestigiosi nell’ambiente letterario. Si è definito un montanaro cresciuto all’ombra del magistero di Michelstaedter, che si teneva lontano dagli “ornamenti dell’oscurità”. Non posso che concordare con Garufi sull’indole portata ad una “silenziosa e interna argomentazione” dal momento che peculiarità di Luca è sempre stata, fin dal periodo universitario nelle Marche, l’approfondimento appassionato dei poeti amati e dei testi filosofici. Tale passione teoretica lo ha spinto, nella parentesi dell’insegnamento a Mantova, a conseguire una laurea triennale in Filosofia a Padova, come allievo su tutti del grande filosofo e traduttore Franco Volpi. Sono riferimenti utili innanzitutto per considerare quanto l’isolamento quasi insofferente di mode e salotti letterari (anche virtuali) possa aver influito sul laboratorio fono-simbolico e ritmico, sull’eleganza estrema della forma che non esclude il ricorso a un lessico peregrino, pur nel lucidissimo labor limae che affili i versi fino a “Renderli linea. Taglio” di un suo verso programmatico. In secondo luogo, per ascrivere la poetica di Campana a un filone novecentista ben lontano dal vociare neoavanguardista o dalla ricerca del fenomeno letterario, anche social, da cui la poesia attuale non è affatto esente. Per il Nostro l’attraversamento dell’inverno-inferno della Storia, teorizzato negli anni Ottanta da Remo Pagnanelli (già nei titoli di Scarabicchi, di Viaggio d’inverno di Bertolucci, anticipando Sguardo dalla finestra d’inverno di Benzoni e Residenze invernali della Anedda, solo per citarne alcuni), e vissuto da Campana come tramonto dell’Occidente, può solo compiersi in una forma che attinga innanzitutto dagli amati poeti di lingua tedesca (Rilke, Trakl, Celan), senza dimenticare l’impianto argomentativo del Leopardi della Ginestra, pilastro ineludibile della resistenza del poeta al degrado contemporaneo. Ed è forse proprio dall’estremo realismo di Leopardi, come ha sottolineato il Nostro in una recente intervista, che bisogna partire per interpretare dei versi nei quali Campana non si sottrae mai a una componente materica, a una violenza consustanziale alla vita stessa. Con l’assenza del titolo, nelle sue poesie, l’autore sembra voler abolire lo spazio della rappresentazione (forse non è improprio parlare, per un cultore dell’arte contemporanea, di opera d’arte che esce fuori da sé stessa). Di certo Campana non drammatizza il dolore, né tuttavia si limita ad offrire un referto del reale; la sua compartecipazione al divenire del mondo sembra voler cogliere il sacro nel tempo e nello spazio dei ricordi d’infanzia, così come in quell’ “accadere nonostante tutto” (dalla postfazione dell’autore stesso) che giace al fondo delle sue esperienze di insegnante o di testimone nell’inferno della pandemia. Alcuni testi che compongono la terza sezione, dedicata ai suoi alunni, sono del tutto distanti dalla retorica hollywoodiana che accompagna l’incontro con l’autistico in quanto diverso. Così come lo sforzo di decifrare la storia di un ragazzo dal corpo ricoperto di cicatrici, non ha nulla di epifanico:

La montagna invernale ti somiglia,

anche lei non prepara il suo sonno,

gli va incontro indifesa.

Allora ogni ora è come un laccio

torto a legare un cappio intorno al vuoto,

a un corpo dissipato, al sangue fuoriuscito

che una neve più lieve,

più lenta,

spirata da un est di pulsioni espiate 

fino al cristallo

ricopre di una pelle nuova: sognante e levigata

in ogni cicatrice che la veste.

La resistenza si fonda dunque in Campana nel mettere a nudo la vita con il ripetersi ciclico delle stagioni e dei suoi riti ancestrali, o nel cogliere l’essenza di un sodalizio con i compagni di studi universitari, nella poesia che segue, tutta costruita sui titoli delle raccolte di Pagnanelli (Dopo, Atelier d’inverno, Preparativi per la villeggiatura), quasi un nume tutelare che attraversa le vicende maceratesi in una dialettica tra movimento (“prepararsi”, “esercizio”, “allenavi”) e stasi (“terra macerata”, “cerchio già chiuso d’asfalto”), sia nello spazio che nel tempo, come in una sorta di organica immanenza:

Prepararsi alla villeggiatura è un esercizio lungo:
noi due lo iniziammo in una specie di retrobottega
che aveva il fascino di un atelier invernale, il disordine
un po’ crepuscolare degli oggetti riposti casualmente
dopo un’intensa, trascorsa attività. Stringevi in mano
una sponda di terra macerata, solo tua, da percorrere.
Ti allenavi a resistere, ti misuravi in ogni metro,
in ogni decimo rubato a una distanza che da sempre, 
per destino, ci avanzava. Prepararsi alla villeggiatura
è stato questo: il tempo, non più l’avversario da battere
in un cerchio già chiuso d’asfalto, ma un sentiero tentato
nella neve del dopo, una preistoria lucida di possibilità
nello spazio di qualche respiro, non seguendo
che il più antico dei ritmi, non sentendo che il peso
del più scarno dei corpi, uno scheletro di solo senso.

Luca Campana (da Interno poesia)

Una resistenza che Campana conduce in un laboratorio sì sorvegliato (le poesie di Pietrapelle provengono dall’esperienza mantovana anteriore al 2016; una prima redazione di In te sta la mia infanzia, pubblicata nel 2021, venne declamata dall’autore in occasione del Premio Sibilla Aleramo a Civitanova Marche nel 2016), ma senza estenuare oltremisura la forma, come dimostra la convivenza di testi legati ad “occasioni” antecedenti, con la sezione dedicata al periodo della pandemia, quantomai fertile in un poeta che sembra condividere il precetto di Scarabicchi secondo cui “il peggior tempo della storia è il miglior tempo per la poesia”. Da qui il senso del fecondo ossimoro di Campana come esposto nei versi seguenti, che contengono una evidente dichiarazione di poetica:

Servono calcolo e precisione
per procurarsi legna da ardere:
saper scegliere i rami, gli alberi,
radici che scendano abbastanza
perché la pianta rifiorisca
in un decennio o due.
Mio nonno tagliava tronchi con l’accetta
per ore, li faceva a pezzi,
li ordinava in cataste millimetriche
Quando ero intento ai miei fogli di scuola
non c’era un angolo in casa
in cui non arrivasse il rumore attutito
del ferro che penetra nel legno tenero:
la sospensione, breve,
poi il fendente inferto, la spaccatura netta
nella polpa.
Incideva così un suo verso continuo,
nodoso e ruvido come il suo corpo.
Incastonava lì le ombre che a ogni colpo
si allungavano, l’obliquo 
durare delle cose.

I versi di Campana si offrono dunque al lettore affinati nel laminatoio, privi di ogni elemento decorativo, ma, secondo la stessa ammissione del poeta, senza sofferenza, come se la lunga ricerca, l’interna contemplazione ed argomentazione, scaturisse naturalmente, per procedimento intuitivo e violento, nel fuoco del canto.

Fioriture invernali
di Luca Campana
Interno libri Edizioni,
2021 Prezzo: Euro 13,00

Immagine di copertina: Jade Rectangles, di Jorey Hurley

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Nel fuoco del verso ultima modifica: 2022-12-30T19:08:45+01:00 da EZIO SETTEMBRI
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