Pelé, l’immensità e il silenzio

ROBERTO BERTONI BERNARDI
Condividi
PDF

Edson Arantes do Nascimento non ha bisogno nemmeno del nomignolo che gli venne affibbiato a dieci anni per essere ricordato. Può sembrare incredibile, infatti, ma inizialmente il nostro detestava quel soprannome, Pelé, che lo ha reso invece celebre in ogni angolo del pianeta. Glielo attribuì, per sfregio, un compagno di scuola, evidentemente ignaro della sorte che quell’appellativo avrebbe avuto nei decenni successivi. Edson, questa è la storia, chiamava Pilé il celebre portiere Bilé, da qui lo scherno e uno sfregio gratuito per cui, all’inizio, si arrabbiava tantissimo. Oggi, ovunque nel mondo, si piange Pelé come ultima espressione del calcio epico, mito, simbolo di una Nazione disperata che, tuttavia, nel pallone ha sempre trovato il proprio momento di gloria. Tutto, del resto, nella vita di O Rei è nato dal dolore.

Nato a Três Corções il 23 ottobre del ’40, non aveva ancora dieci anni quando assistette alla tragedia collettiva della sconfitta del Brasile ai Mondiali del ’50. Fu quel giorno, mentre nel Paese si verificavano infarti e suicidi, che quel bambino si inginocchiò in lacrime di fronte a un crocifisso e giurò solennemente che, prima o poi, sarebbe stato lui a condurre la Nazionale alla vittoria. Se ci pensate, è il sogno di ogni bambino, ma nel suo caso quella speranza si intrecciava con il bisogno di un Paese a pezzi di risollevarsi dopo la tragedia (perché tale fu, al punto che venne accantonata la maglia bianca con inserti blu in favore della mitica casacca verdeoro) e con un talento ineguagliabile, talmente sconfinato che a soli diciassette anni venne convocato dal c.t. Feola per i Mondiali di Svezia.

Attenzione, tuttavia, a pensare che quella cavalcata per i carioca sia stata tutte e rose e fiori. Basti pensare alla forza degli avversari e alla loro vigoria atletica, costantemente esibita ed esaltata dalla stampa, soprattutto alla vigilia della finale, quando gli svedesi venivano descritti come ragazzi forti, atletici e positivi, simboli di benessere e coesione sociale, mentre dei brasiliani veniva messa in risalto la scarsa prestanza fisica, per non parlare poi dei loro difetti. Perché Pelé, di cui chiunque di noi ha ammirato la rovesciata divenuta iconica o i guizzi che costituiscono ormai il racconto di un’epoca, incarna soprattutto una grande storia di riscatto sociale attraverso la meraviglia dello sport. I brasiliani che vinsero in Svezia la loro prima Coppa Rimet, difatti, venivano dalle favelas. Avevano conosciuto la fame, le privazioni e innumerevoli sofferenze, la polvere delle strade sterrate e lo strazio che la miseria reca sempre con sé. Avevano imparato a giocare applicando la ginga al calcio, danzando come ballerini dove di felicità ce n’era ben poca; erano consapevoli di rappresentare l’unico sorriso per la propria gente e volevano regalargliela tutta la gioia che non avevano mai conosciuto.

Chi non lo capisce, si fermi pure qui. Perché in Brasile il calcio costituisce una religione neanche troppo laica, un po’ come in tutto il Sudamerica, ed è vero ciò che affermava l’argentino Jorge Luis Borges, ossia che “ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per la strada, lì ricomincia la storia del calcio”. Il calcio dei palloni fatti di stracci, il calcio giocato a piedi nudi, il calcio del talento naturale, un calcio in purezza, pasoliniano, senza sovrastrutture; un calcio che, forse, non esiste più neanche da quelle parti, anche se talvolta, di fronte a certi lampi di meraviglia, vogliamo illuderci che qualcosa sia rimasto, che una stilla di splendore abbia resistito allo strapotere del mercato, che un bambino o una bambina particolarmente in gamba possa ripercorrere il sentiero di idoli destinati all’eternità.

Ha scritto su O Rei Gianni Rivera:

Se non ci fosse stato il calcio lo avrebbe sicuramente inventato.

Tre titoli mondiali, un record unico e probabilmente ineguagliabile, oltre mille gol, un ruolo politico mai negato, un amore viscerale per la maglia del Santos, la chiusura della carriera nei Cosmos di New York, leggenda già quando giocava, fenomeno planetario che si trova in tutti i libri di storia, proprio come i Beatles e il mega-raduno di Woodstock: non servono le statistiche per spiegarne la grandezza. Eppure, quando pensiamo a Pelé, non ci viene in mente solo la sua dimensione rock, il suo essere indubbiamente una star, la sua potenza evocativa e diremmo quasi la mistica di un personaggio unico nel suo genere. Ci viene in mente anche il sorriso gentile di un ragazzo che vinceva senza mai umiliare gli avversari, che vedeva orizzonti sconosciuti a noi comuni mortali, che era capace di rimanere sospeso nel cielo per un tempo indefinito, che sapeva far tutto e faceva sembrare tutto incredibilmente semplice.

Scrissi una volta alla mia professoressa di matematica che, di fronte a lei, in una materia a me particolarmente ostica, mi sentivo come Burgnich all’Azteca, quando il nostro saltò ma O Rei dimostrò al mondo intero che era in grado di volare. Quel capolavoro senza tempo fu per molti la scoperta del limite, l’accettazione di se stessi, l’inchino di fronte a una classe che è quasi impossibile descrivere a parole. È stato un simbolo di riscatto collettivo: dire calcio e dire Pelé era la stessa cosa, e bastava quel nome per far esplodere la magia nel cuore di chiunque.

Ora ci piace immaginarlo lassù, abbracciato a Diego. Gli altri, con tutto il rispetto, facciano un passo indietro. Solo loro due, infatti, hanno saputo prendere per mano le masse, offrendo agli ultimi una speranza, ai deboli un’illusione, agli emarginati l’idea che, almeno per novanta minuti, anche per loro fosse stata prevista un po’ di felicità. Vogliamo saperli insieme, alle porte del Paradiso, nuovamente bambini, prima della fama, della maglia numero 10, della rivalità, dei riflettori. Vogliamo credere che lassù siano di nuovo i fanciulli che correvano appresso a una palla di pezza, scalzi, ubriacando di dribbling compagni e avversari e distillando magia a piene mani. E vogliamo credere anche alla fine si abbraccino, proprio come si faceva al campetto di terra della parrocchia o del quartiere, quando bastava un gol, un intervento in difesa, una parata o anche solo la condivisione di un attimo di bellezza collettiva per sentirsi eroi. Di fronte a Pelé non ci resta che un senso di profonda gratitudine. Per rispettarne l’immensità, per ascoltare il silenzio che ci scuote l’anima. 

Pelé, l’immensità e il silenzio ultima modifica: 2022-12-30T10:22:35+01:00 da ROBERTO BERTONI BERNARDI
Iscriviti alla newsletter di ytali.
Sostienici
DONA IL TUO 5 PER MILLE A YTALI
Aggiungi la tua firma e il codice fiscale 94097630274 nel riquadro SOSTEGNO DEGLI ENTI DEL TERZO SETTORE della tua dichiarazione dei redditi.
Grazie!

VAI AL PROSSIMO ARTICOLO:

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento