Noi, piccoli granelli di una bella storia

Rendiamo omaggio a Filippo Maone, scomparso l’ultimo dell’anno, pubblicando un suo testo nel quale racconta la sua esperienza giovanile nel Circolo di cultura Francesco De Santis, a Napoli, negli anni Cinquanta e Sessanta.
FILIPPO MAONE
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“Filippo Maone – scrive Famiano Crucianelli in una comunicazione inviata ad amici e compagni – è mancato sabato sera 31 dicembre, in seguito a un ictus per il quale era stato ricoverato al Policlinico di Roma una settimana fa.
È un lutto grave per il manifesto, di cui è stato uno dei fondatori, e cui la rivista prima, e poi il quotidiano, devono moltissimo. È Filippo infatti che ne è stato, in ambedue i casi, il geniale editore, quello che ha reso ambedue le pubblicazioni un significativo successo, unico nell’editoria: prima di tutto perché si partiva da un ridicolo patrimonio di qualche decina di mila lire raccolte fra i militanti, e però divennero un esempio di innovazione tecnologica e giornalistica.
Lo ricorderemo mercoldì 4 gennaio, ore 11, all’aula magna della Facoltà Valdese, via Pietro Cossa 44 (dietro Piazza Cavour).”


Anni fa, ormai, Filippo Maone m’inviò un testo, in cui raccontava in prima persona l’esperienza del Circolo di cultura Francesco De Sanctis, a Napoli, negli anni a cavallo tra i Cinquanta e i Sessanta, di cui fece parte con entusiasmo e impegno, prima di trasferirsi a Roma, dove in seguito sarebbe stato tra i fondatori de
il manifesto.
Ci teneva che lo leggessi. Ne parlammo poi a lungo, arricchendo il suo racconto con tanti altri dettagli in risposta alle mie domande e alle tante curiosità su una storia che si svolgeva a Napoli, con molti riferimenti al Vomero, e che avevo letto con particolare partecipazione essendo la città e il quartiere dove era nato e vissuto in gioventù mio padre.
È il nostro omaggio a Filippo, la condivisione con i nostri lettori di questo suo testo, che, come gli dissi, è bello, coinvolgente, molto bene scritto, ricco di informazioni e notazioni preziose, e che dice molto di lui, della sua vita di militante, d’intellettuale, di uomo curioso, colto ed elegante, ineguagliabile tessitore di relazioni politiche e culturali nel segno dell’amicizia.
[g. m.]

Se ripenso alla Napoli di quegli anni, a cavallo fra i Cinquanta e i Sessanta, quando nacque il Circolo di cultura “Francesco De Sanctis”, mi viene da dire che mai come allora i campi della cultura e della politica, per loro natura sempre in reciproca interferenza, parvero addirittura fondersi in un’unica area di pensiero e di azione. L’impegno come studio, e viceversa. Parlo naturalmente a titolo personale, ma credo di non sbagliare a ritenere che fu così per la grande maggioranza di quei compagni d’avventure, e in particolare per i miei coetanei allora ventenni. Eravamo giovani accomunati dal bisogno, che presto divenne una scelta, di non rinchiuderci nel privato, come invece l’ambiente circostante ci spingeva a fare. E l’ambiente circostante era, in primo luogo, quello della piccola e media borghesia, e della sua scuola, in cui quasi tutti noi eravamo nati e cresciuti e dove imperava (salve pochissime eccezioni, e fortunate,  per chi come me ne poté godere) una mentalità retriva più che semplicemente conservatrice. Non sopportavamo la generale indifferenza verso ciò che accadeva fuori dalle proprie case, dove scorreva in grande disordine la vita di una città straziata da antiche piaghe sociali sulle quali, a renderle più brucianti, erano cadute le bombe della seconda guerra mondiale, che sembrava fumassero ancora, a più di quindici anni di distanza, essendone visibili gli effetti ad ogni passo, non solo nei miseri vicoli ma anche nelle zone cosiddette residenziali. Diverso nelle forme, ma sostanzialmente identico per le conseguenze, e in fondo più spregevole, ci appariva l’atteggiamento di tanti intellettuali approdati, dopo il fascismo, a una accogliente, tranquillizzante sponda clerico-liberale. Da lì, a debita distanza dalla realtà dei poveri quartieri popolari, come dagli affanni di chi non si risparmiava nel partecipare ai movimenti di lotta per cambiarne i destini, quei professionisti della dissimulazione cercavano di nascondere il loro disimpegno, spacciando per amore dell’autonomia della cultura una più prosaica difesa di piccoli e grandi privilegi.

Tra le compagne e i compagni di liceo e d’università, in buon numero figli e nipoti di quelle classi, vedevamo in radice la stessa filosofia di vita, anche se in una versione un po’ più decente. Non mi riferisco tanto alla moltitudine dei meno riflessivi, lontanissimi dai nostri assilli, ma proprio a quelli che ci sembravano i migliori, i più sensibili e intelligenti, i quali amavano assumere un’aria di forte scetticismo verso ogni tipo di battaglia o impresa collettiva, preferendo muoversi in un mondo fatto di relazioni intimistiche, fino a crogiolarsi in una sorta di spleen esistenziale. Ma oltre (e dietro) ai disagi e ai turbamenti propri dell’età della maturazione, che non ci erano affatto estranei, tanto che in quell’humus stringemmo profonde e durature amicizie, c’era qualcosa di riconducibile al ceppo d’origine che non ci piaceva per niente: una consolidata resistenza a non confondersi con il popolo, con l’aggravante di ritenersi appartenenti a un’aristocrazia dello spirito.

Insomma: che l’“individualismo” praticato, e predicato, da tante persone perbene mascherasse tutt’altri princìpi, più simili a materiali interessi di classe che a elevati ideali, divenne per noi una convinzione fatta di ragione e di sentimenti, una specie di forma mentis. A cui eravamo predisposti, alcuni fin da piccoli, per avere ricevuto già in famiglia una educazione progressista e anticonformista, come nel mio caso; altri per l’apertura di nuovi orizzonti, negli anni del liceo, ad opera di una minoranza di docenti particolarmente illuminati; altri ancora solo per virtù proprie, attraverso percorsi ben più faticosi e tormentati.

 Si può capire da queste approssimative premesse con quanto slancio e quante aspettative ci tuffammo nel progetto di riunire, e mettere poi in “circolo”, il massimo delle energie intellettuali disponibili a mobilitarsi per costruire insieme qualche argine al dilagare delle ideologie dominanti. Non basta però riandare a quelle inquietudini, diffuse ma pur sempre soggettive, per descrivere il contesto in cui nacque il “De Sanctis”. Occorrerebbe per ciò una accurata ricostruzione di quel periodo della storia napoletana, con i dovuti rimandi non solo nazionali ma anche a più larghi scenari. Questo sarebbe un lavoro da storici di professione, per il quale mi mancano preparazione e strumenti. I miei richiami a quella cornice si limiteranno perciò a brevissimi cenni, e solo in quanto funzionali a illuminare meglio la mia personale esperienza e, in misura minore, quella del collettivo in cui ero inserito.

Il mio racconto non può che cominciare da Giuseppe Di Lillo, che fu il primo motore e l’anima di quella iniziativa. Io lo frequentavo da tempo, almeno dal 1954, perché tra i miei 15 e 18 anni, nelle estati tra il V ginnasio e il III liceo, da lui ero stato aiutato a superare alcune ricorrenti zoppicature scolastiche. Di Lillo aveva conosciuto mio padre parecchi anni prima, ma non c’era stato il tempo per consolidare un forte rapporto d’amicizia a cui sarebbero stati quasi certamente portati dalle tante affinità. Innanzitutto la comune origine meridionale, di un profondo Sud, lui della Lucania e mio padre calabrese. E poi gli studi classici, assorbiti e coltivati fin da piccoli, dalle prime classi medie, con uno sconfinato desiderio di conoscenza, vista come l’unica via d’uscita dalla miserabile povertà dei loro paesi, ma anche con la naturalezza tipica di chi ha dentro di sé il respiro della campagna, della grande madre terra, e i suoi ritmi millenari, e perciò quasi il marchio fisico di una civiltà antica. Altra somiglianza: Di Lillo e mio padre erano arrivati al Pci nella tormenta del conflitto mondiale, a conclusione di un cammino iniziato tra il ’37 e il ’38, nel pieno della guerra civile spagnola, quando cominciò a bruciare l’Europa, con il decisivo concorso delle truppe e delle bombe di Mussolini e di Hitler, che si erano affrettati a correre in aiuto del generale Franco, nella sostanziale inerzia delle democrazie occidentali. Per una piccola minoranza di menti inquiete l’incendio iberico ebbe un effetto rivelatore della vera essenza del regime fascista, nel cui universo totalizzante, e stordente, era cresciuta un’intera generazione. In questi termini me ne parlarono, in contesti diversi, sia mio padre – ai miei dodici anni, non appena gli sembrò che potessi cogliere l’essenziale – sia Di Lillo, quando, un po’ più maturo ma sempre giovincello, lo interrogavo con insistenza sull’argomento, spinto da un’incontenibile curiosità. Non so se mi fa velo l’affetto, ma per quel che ricordo non c’era in loro un’intenzione autoassolutoria. Anzi, traspariva un senso di colpa per non aver saputo prevedere le conseguenze a cui avrebbe portato il fascismo, e una gran pena per aver vissuto la giovinezza nel buio di una cappa ideologica affumicata dai peggiori veleni, che ne distorceva le aspirazioni, e impediva di capire in quanto contrasto con le loro personali idealità di partenza li conducesse inavvertitamente.

Infine, analogo fu il modo di considerare la relazione tra l’attività politica e la professione. Sia mio padre sia Di Lillo si impegnarono al massimo, senza risparmio, nel movimento dei lavoratori e nel partito comunista, nel quale assunsero incarichi di rilevante responsabilità, l’uno soprattutto nel settore agrario, e in particolare nell’Alleanza dei contadini del Mezzogiorno, e l’altro nelle istituzioni, come consigliere comunale di Napoli. Ma resistettero sempre alle pressioni, nel caso di mio padre insistenti, di lasciare l’insegnamento e dedicarsi completamente al lavoro di partito. E in quel rifiuto non era difficile leggere una doppia motivazione che li accomunava: per un verso, un’istintiva contrarietà a diventare funzionari, trasformando in mestiere retribuito quel che nel loro intimo era sentito come un impegno di lavoro volontario, da praticare a prescindere da ogni obbligo “contrattuale”; e, in secondo luogo, l’attaccamento alla scuola, una vera e propria passione, che poteva avvertire chiunque stesse loro accanto,  per l’esercizio intellettuale a cui essa obbligava e per il contatto vitale, che si rinnovava di anno in anno, con sempre nuove leve di studenti.

Posso dirlo per dirette esperienze. La prima in famiglia, avendo fatto appena in tempo a essere toccato dal metodo educativo e didattico di mio padre, che utilizzava ogni occasione per entrare in comunicazione con me, adattandosi ai diversi progressivi livelli in cui gli sembrava che io potessi recepire e rispondere, e poi verificando sempre, in successive tappe, se c’era riuscito. Non lo faceva solo per me: avevo l’impressione netta che gli piaceva. E gli piaceva solo perché ero suo figlio? il particolare, c’è da credere, non poteva lasciarlo indifferente. Ma so per certo che quella stessa attitudine, variamente modulata, era caratteristica del suo insegnamento scolastico, come mi raccontarono alcuni suoi allievi da me conosciuti diversi anni dopo (tra cui due eccezionali talenti artistici: il geniale gallerista Lucio Amelio e il celebre fotografo Luciano D’Alessandro).

Ebbi poi la fortuna di frequentare “in esclusiva” il professore Di Lillo, che avevo intravisto appena tredicenne alla morte di mio padre, nel marzo del ’52, e conobbi bene due o tre anni dopo. In questo caso, la prova di quel che ho detto a proposito della straordinaria vena pedagogica, più che didattica, di quei due uomini di lettere venuti dal Sud, fu per me ancora più evidente, non essendoci tra noi, a confondere i piani, alcun incrocio di parentela. Fu lui a proporsi di darmi lezioni private – gratuitamente, c’è bisogno di dirlo? – avendo saputo, mi pare da mio zio libraio, che ero stato rimandato a settembre in alcune materie. La cosa ebbe a ripetersi, tranne l’anno del primo liceo, dal V ginnasio alla maturità, perché io ero un ragazzo fortemente irrequieto e il mio rapporto con la scuola ne risentiva abbastanza. La radice stava in una conflittualità di base con quasi tutto il corpo docente, che in genere mi teneva in una certa considerazione ma mal sopportava il mio antagonismo, talvolta molto evidente, e finiva col decidersi che era bene punirmi più di quanto giustificassero le mie insufficienze. Basta dire che alla fine del secondo liceo fui rinviato in ben cinque materie, tra le quali c’erano anche l’educazione fisica e la religione! I professori stessi si mostrarono perplessi per quelle scelte, tant’è che alla sessione d’ottobre mi promossero con ottimi voti senza neanche esaminarmi. E quanto alle altre tre materie più importanti – fisica, italiano e greco – solo per la prima meritavo davvero la bocciatura. Non voglio con ciò negare che studiavo meno di quanto avrei dovuto. Ne ero consapevole già allora, benché non fossi disposto ad ammetterlo. Il fatto è che mi facevo distrarre e investire in forme disordinate da troppi richiami esterni alla scuola. Richiami d’ogni genere, di varia natura e importanza, che in prevalenza mi trasportavano in campi non privi di semi culturali, e dunque contribuivano per vie traverse alla mia formazione, fornendomi per di più, quasi sempre, gli strumenti per recuperare in volata buona parte dello studio trascurato. E che bastasse poco per mettermi in carreggiata Di Lillo lo capì, e me lo fece capire, subito. Così mi diventò simpatico in partenza.

Per me l’incontro con lui fu come arrivare in quota, all’aperto, alla fine di un sentiero infestato da erbe urticanti. Di Lillo aveva la capacità di farti allargare lo sguardo, e di aiutarti così a placare le inquietudini più spinose. Circa le sue eccezionali doti d’insegnante cedo la parola al suo allievo e mio caro amico Vittorio Albergamo, che  in queste pagine le descrive come meglio non si potrebbe. Ma speciali erano anche altri aspetti non secondari della sua ricchissima personalità. Io, per esempio, fui molto colpito – più dopo qualche tempo, a rifletterci, che sul momento – dal fatto che Di Lillo non fece mai nulla, neanche d’istinto, che potesse portarmi a confonderlo con una figura paterna. E Dio sa se ne avevo bisogno. Anzi, a render chiari i ruoli, cercava spesso di infilare nei discorsi che facevamo un accenno a mio padre, rivelandomi alcuni fatti a me sconosciuti, relativi soprattutto al suo modo di stare con i compagni o di parlare in pubblico. Una sorpresa assoluta fu poi il modo come mi trattava: se non proprio da pari a pari, l’atteggiamento era da amico, nonostante la grande differenza d’età. Parlavamo di tutto e, certo, mi correggeva se gli sembrava che stessi sbagliando. Ma solo dopo avermi ascoltato. Era questo il metodo che gli consentiva di mettersi in sintonia con gli studenti. E che gli permise di vedere in poco tempo che le mie lacune non erano di base ma di natura, per così dire, comportamentale.

E infine va detto che Di Lillo non era solo un uomo di cultura. Era anche un poeta. Io allora non lo sapevo e lui non mi parlò mai di quel che scriveva. Ma arrivati all’ultima estate di quel periodo,  proprio alla fine del nostro sodalizio “scolastico”, mi dette un foglio con dei versi da leggere, senza dirmi però di chi erano. Lo scoprii solo dopo la sua morte, quando la moglie regalò agli amici più stretti le fotocopie di alcune sue poesie, una delle quali mi riportò con emozione alla circostanza in cui l’avevo già letta.

A metà del 1957 finì il mio liceo. Avevo 18 anni. Oggi posso dire che ero cresciuto in fretta, sia pure attraverso percorsi non proprio lineari. Entrai all’Università che ero già pronto a camminare in quei nuovi spazi, diciamo così, della mente. A me parve allora che la maturità scolastica, per coincidenza, fosse arrivata al momento di un cambio d’epoca. E anche con il senno del poi penso che non fosse una sensazione sbagliata. Ero animato da una gran voglia di non assistervi passivamente, per cui mi arrovellavo su cosa fare. Mi iscrissi al partito comunista. Proprio al partito, non alla Federazione giovanile, come veniva consigliato ai miei coetanei. Non ero attratto da quella che mi appariva come una nave scuola, primo gradino di una carriera.

Allora vigeva ancora la regola che nel partito si poteva entrare solo con la presentazione firmata di due suoi membri. Nel mio caso furono Giorgio Formiggini e Maurizio Valenzi, che mi conoscevano fin da piccolo. (Breve parentesi. Molti, non solo a Napoli, sanno chi è stato Valenzi. Quasi nessuno invece conosce il nome di Formiggini, intellettuale di rara finezza, vittima delle leggi razziali come tutti i suoi familiari ebrei, nipote di un famoso editore modenese che ne soffrì più d’ogni altro, gappista a Roma e poi impegnato interamente nella battaglia politica. Giorgio fu per me uno straordinario amico, a cui devo moltissimo, ma fu soprattutto un uomo di eccezionale livello morale, un militante politico capace di enormi sacrifici e di generosità sorprendenti e in molte direzioni, che avrebbe meritato un biografo con ben altra attitudine a scavare nella ricchezza della sua umanità e a coglierne le profonde virtù di quella mostrata da Aldo De Jaco nel libro a lui dedicato).

Partecipavo alle attività della sezione Vomero. Ma soprattutto mi impegnai presto nella politica universitaria e fui candidato fin dal primo anno alle elezioni per l’organismo rappresentativo degli studenti (Orun). A Napoli noi comunisti presentavamo una nostra lista (“Rinnovamento universitario”), mentre in quasi tutte le altre sedi i nostri compagni avevano trovato un’intesa per confluire nell’Unione goliardica italiana (Ugi), tendente in maggioranza al Psi e al moderato riformismo dei partiti laici di governo. L’esponente locale più in vista di quel raggruppamento si chiamava Lino Jannuzzi, uno studente fuoricorso da almeno dieci anni, che si distingueva per una spiccata vena “intrallazzatoria” (divenne poi, a fine anni Sessanta parlamentare del Psi e più recentemente senatore berlusconiano). Non fu questo il motivo principale, ma si spiega anche così la nostra resistenza a farci intrappolare nell’Ugi. “Rinnovamento” conquistò tre seggi su un totale che mi pare fosse tra i quaranta e i cinquanta e io risultai il primo dei non eletti. Ma entrai lo stesso nel consiglio per la rinuncia di Mariano D’Antonio che, se non erro, cercava un ambito di impegno più vicino agli studi di economia scelti. Mariano era diventato molto noto in città soprattutto perché uno o due anni prima, quando era un liceale minorenne (frequentava il Vico ed era uno dei tantissimi brillanti allievi di Di Lillo) fu addirittura arrestato e trattenuto in carcere per alcuni giorni semplicemente per avere organizzato uno sciopero studentesco, molto partecipato ma del tutto pacifico. All’Orun feci coppia fissa con Salvatore Bisogni (mi sfugge il nome del terzo compagno), che studiava alla facoltà d’Architettura già da qualche anno e perciò mi aiutò molto con la sua esperienza. Che mi fu particolarmente utile quando, per un certo periodo, nello scontro tra l’Ugi e l’Intesa (il gruppo di maggioranza relativa, che si richiamava alla Democrazia cristiana e che allora era guidato da Pasquale Nonno, a lungo presidente di una Giunta composita), e non avendo ancora nessuno il coraggio di allearsi, sdoganandola, con la forte minoranza della destra di ispirazione fascista, io fui eletto presidente dell’Assemblea. Toccai in quell’occasione con mano quanto il mondo universitario, nel suo complesso e con poche eccezioni, in particolare nel Sud, fosse una componente decisiva del blocco sociale su cui poggiava la struttura di potere delle classi dominanti, conservatrici o addirittura, come a Napoli, reazionarie.

Sentivo perciò il bisogno di altri contatti, che mi facessero respirare un’aria più pulita. Mentre davo con sostanziale regolarità, ma senza entusiasmo, gli esami alla facoltà di giurisprudenza, cominciai persino a frequentare i corsi del Centro universitario teatrale, che su di me esercitava un fascino straordinario. Lì ebbi per compagni alcuni “allievi” di  spiccato talento, che poi infatti divennero, in tempi piuttosto brevi, attori eccellenti. Come, ad esempio, Stefano Satta Flores e Mariano Rigillo. Il forte richiamo dell’impegno politico e altre attività assorbenti mi tolsero il tempo, e l’energia, per concentrarmi come avrei dovuto nel Cut, che perciò abbandonai con rammarico a metà del primo anno. Ma continuo ancora a pensare (illudendomi, probabilmente) che non mi mancassero i numeri per proseguire senza infamia lungo quella strada.

Tra le “attività assorbenti” non includo i tanti mestieri precari che cercavo o accettavo solo per ricavarne qualche lira. Ce ne sono invece da considerare almeno due che influirono notevolmente sulla mia vita. La prima fu il lavoro a L’Unità, dove mi presentai un giorno a chiedere se potevo dare una mano e se mi permettevano di fare un po’ di pratica giornalistica. La redazione di Napoli aveva sede in un palazzo fatiscente di Angiporto Galleria, al centro della città.  Era diretta da Renzo Lapiccirella, un uomo di grande levatura culturale e di rara sensibilità umana. Non vado oltre, anche se potrei trattenermi a lungo, perché c’è una persona, uno scrittore, che lo conosceva meglio di me e che gli ha dedicato pagine molte belle, all’interno di un racconto denso e appassionante pubblicato da Einaudi negli anni Novanta. Si tratta di Ermanno Rea (altro mio carissimo amico) e del suo Mistero napoletano,  a cui indirizzo chiunque volesse saperne di più su quella non comune figura di medico prestato alla politica.

Lapiccirella – che sapeva chi ero e non solo perché era stato amico di mio padre – mi accolse naturalmente con simpatia e gentilezza. E mi disse subito che non c’erano difficoltà a mettermi alla prova. Ma fu pure molto franco nel descrivermi le difficoltà che avrei incontrato, da tutti i punti di vista, così da togliermi dalla testa ogni eventuale ingenua illusione. Mi trattenne a colloquio per circa mezz’ora. Il tono della voce, le espressioni dello sguardo, la calma che sapeva trasmettere, dettero alle sue parole – non posso dimenticarlo – un suono totalmente diverso dalle solite frasi fatte che si dicono in circostanze del genere. In più mi fece capire, con aria severa, che sarebbe stato “particolarmente” esigente con me. E lo fu davvero, ma dimostrando contemporaneamente di esserlo ancora di più con se stesso. Mi sorprese, ad esempio, che “perdesse tempo”, soprattutto nei primi mesi, non solo a  correggermi anche i pezzetti di dieci righe, ma a spiegarmi perché, dove e come aveva corretto. Se si accorgeva che una notizia d’agenzia era stata copiata, anche in minima parte, si arrabbiava e obbligava a riscriverla. Ma aveva pazienza e sapeva come dimostrare apprezzamento, senza mai “esagerare” in complimenti. Il metodo era di dare fiducia, forzando anche le comprensibili esitazioni del destinatario. Una volta, ad esempio, mi mandò ad Aversa (glielo aveva proposto il caporedattore Giulio Formato, un ex-operaio cresciuto sul campo), per un servizio sul crollo di una vecchia palazzina sotto la quale erano morti due bambini. Non avevo ancora vent’anni e si può comprendere con quanta apprensione scrissi quell’articolo, considerando l’angoscia che mi portavo dentro per la tragedia a cui, si può dire, avevo assistito; e come mi sentii sollevato quando Lapiccirella mi disse che era ben fatto e che bastavano solo due piccole correzioni, per poi mandarlo a Roma e  concordare che fosse pubblicato, con tanto di firma, non nella cronaca locale ma sulla prima pagina dell’edizione nazionale.

Fu un periodo ricco di conoscenze per me, alcune rinsaldate altre del tutto nuove. Tra le prime ripenso ad Andrea Geremicca e Aldo De Jaco, che affiancarono in tempi diversi Renzo e Giulio  nell’organico della redazione, della quale divennero in successione i responsabili dopo il trasferimento a Roma, non precisamente volontario, di Lapiccirella; e c’era Paolo Ricci, un protagonista indimenticabile della vita culturale napoletana del dopoguerra, per molti anni collaboratore fisso come critico d’arte, in una versione comprensiva anche di cinema e teatro.

 Tra le seconde ce ne fu una, in particolare, che lasciò su di me un segno profondo. Fu la conoscenza di una compagna di straordinario interesse, una donna lontanissima da tutti i più comuni canoni femminili di allora, intelligente e anticonformista, carica di una tensione che la faceva apparire nervosa e di una luce da cui traspariva un tormentato sottofondo artistico. Si chiamava Francesca Spada, era una giornalista che lavorava da tempo a “L’Unità” ed era anche la moglie di Renzo Lapiccirella. A differenza dell’ambiente di partito, dove  Francesca non era amata per niente, anzi era tenuta ai margini e circondata pure da varie maldicenze, io ero fortemente incuriosito da quella persona che rompeva molti schemi, duri a morire anche nel campo progressista. E perciò prestavo grande attenzione a quel che diceva e agli atteggiamenti che assumeva nelle occasioni più diverse, a partire dalle riunioni di redazione. Tuttavia la cordialità non bastò a farci diventare veramente amici. C’era tra di noi troppa distanza d’età e soprattutto di pensieri, di urgenze, di assilli. Quando, un paio d’anni dopo, Francesca Spada si suicidò, io ne rimasi sconvolto. Ricordo che provai a ricomporre nella mia mente il film dei nostri incontri e a ricostruire le scene vissute con distrazione al momento in cui si erano svolte. E le fui riconoscente nel mio intimo per avermi obbligato a fare i conti con un bel po’ di questioni fuori dai miei ordinari riferimenti, e aiutato a capire quanto gli esseri umani siano più complicati delle loro ideologie. Pensieri dolorosi che si sono riacutizzati a distanza di trentacinque anni, alla lettura del già citato Mistero napoletano. Un libro che sullo sfondo delle vicende del partito comunista a Napoli nei primi quindici anni del dopoguerra, mette al centro della narrazione proprio la figura di Francesca Spada, rievocata da Ermanno Rea con l’amore di un amico che le fu a lungo vicino.

L’Unità ebbe un ruolo fondamentale nella mia formazione, perché fu una fonte continua  di occasioni per esperienze in vari campi: politico, sociale, professionale, umano. Nel tempo trascorso in quella redazione capii molte cose del partito, della sua organizzazione, del gruppo dirigente; conobbi le realtà operaie, nelle fabbriche e nei quartieri, e i quadri sindacali che le rappresentavano; imparai le principali regole del giornalismo; intrecciai belle amicizie con altri giovani che avevano intrapreso la stessa strada, anche a Paese Sera, il quotidiano “fratello”, come  Dario Natoli, Eleonora Puntillo, Lina Tamburrino e tanti altri; entrai in contatto con non poche personalità di rilievo, donne e uomini di cultura che mi dettero nuova materia di riflessione, sia per quel che dicevano sia per il loro modo d’essere, come il celebre matematico Renato Caccioppoli.

L’iniziazione al giornalismo si interruppe quando Gerardo Marotta mi propose di andare a fare pratica nel suo studio legale. L’idea mi piacque. Ingenuamente pensai, in un primo momento, di potermi dividere tra i due impegni, ma ben presto fui costretto a scegliere, e prevalse quello che aveva una diretta attinenza con i miei studi universitari, che nel frattempo procedevano e anche abbastanza bene. Gerardo Marotta era già allora una personalità importante. Era stato uno dei primi studenti a raccogliere l’appello del rettore Adolfo Omodeo, che nel settembre del 1943, dopo l’armistizio e prima delle Quattro giornate, ebbe il coraggio di parlare in pubblico, sulle scale di accesso all’Università, chiamando soprattutto i giovani alla lotta antifascista e alla resistenza contro l’occupazione tedesca. Cresciuto poi nel solco del pensiero illuminista, e in continuità ideale con la fallita rivoluzione napoletana del 1799, che aveva tentato di trapiantarne radici e frutti nel mondo arretrato del Sud d’Italia, Marotta ha sempre cercato ogni strada per rendere dura la vita alle forze della conservazione. Ad attenderlo, nel dopoguerra, non trovò schieramento più conseguente di quello raccolto intorno al partito comunista. Nel quale militò fino al 1954, quando – ci tornerò più avanti – ne fu espulso per avere criticato fortemente, insieme a un gruppo di intellettuali, la linea ufficiale sul tema della rinascita del Mezzogiorno. La sua reazione, come peraltro quella di tutti gli altri dissidenti, non fu di cercare all’esterno una nuova postazione “partitica” da cui proseguire la battaglia sconfitta all’interno, ma di ridurre l’impegno pubblico all’attività professionale, nel suo caso forense, senza mai tuttavia spegnere le luci dell’interesse e della passione per la politica. Marotta era un avvocato ben noto, e da quel momento si tuffò con tutte le energie nel lavoro dello studio, che ne ricevette uno straordinario impulso, anche sotto il profilo del rendimento economico. Che lui destinava pressoché interamente all’acquisto di libri, in quantità superiore a ogni immaginazione, e a porre le basi dell’Istituto italiano per gli studi filosofici. Così nacque nella nostra città, per iniziativa privata, anzi si può dire individuale, quella che poi è diventata un’opera culturale conosciuta e apprezzata in tutto il mondo.

Quando misi piede nello studio di Marotta, se non mi sbaglio nell’autunno del 1959, avevo già dato sette o otto esami e stavo preparando quello di diritto civile, che era proprio il campo della sua specializzazione. Gerardo aveva un ordine tutto suo, col quale non si combinava una disposizione alla didattica. Il suo metodo era: seguimi e impara. Le cause di cui si occupava in quel periodo erano per la stragrande maggioranza relative ad espropri per pubblica utilità. Lo studio era invaso da centinaia e centinaia di fascicoli intestati a nomi di piccoli proprietari di terreni toccati, in parte o per intero, dall’autostrada in costruzione Napoli-Roma e dai numerosi relativi svincoli e collegamenti. La legge obbligava i contadini a vendere allo Stato, o a chi per esso,  ma c’era da trattare sull’esattezza del tracciato e delle porzioni, e soprattutto sul prezzo. E qui Marotta dimostrò tutta la sua bravura, perché riuscì a ottenere quasi sempre un consistente aumento dell’importo rispetto all’offerta, valorizzando al massimo le potenzialità produttive delle aree espropriate. A tal fine andava sempre a verificare sul posto se la realtà corrispondeva alle carte e si fermava a lungo a parlare con quelli che non riusciva a considerare solo clienti, sentendosi vicino a loro per ragioni ideali e sentimentali. Io lo seguivo passo passo, sia nei giri di tarda mattina nelle campagne interessate, sia nel lavoro pomeridiano in studio, dedicato alla stesura delle istanze di parte e alla preparazione di tutto quel che occorreva per le imminenti scadenze. E dal terzo o quarto mese cominciai ad accompagnarlo anche alle udienze in Tribunale. Finché non  presi ad andarci anche da solo, quando non era indispensabile la sua presenza. Quella fase si rivelò decisiva per i miei futuri destini. Fino ad allora mi era molto piaciuta la “scuola” di Marotta, dove avevo trovato conferma del mio interesse per gli studi giuridici, e di quanta connessione ci fosse tra questi e la realtà sociale che mi stava più a cuore. Ma il Tribunale fu per me un pugno nello stomaco che non riuscii ad assorbire. In quelle aule e in quei corridoi c’era un disordine indescrivibile, una gran massa di persone si muoveva freneticamente, i muri e i soffitti rintronavano di urla, gli echi si sovrapponevano, si respirava a fatica in ambienti poco puliti. E soprattutto,  a vedere come si trattavano le cause, sembrava di stare in un mercato, non in luogo dove si amministra la giustizia. Dopo un po’ di tempo mi assalì un malessere profondo che mi obbligò a domandarmi se non fosse la più lontana dai miei desideri la vita che mi si prospettava continuando su quella strada. Risolsi presto il dilemma con una radicale decisione: di lasciare quel lavoro e di cambiare addirittura facoltà, pur essendo ormai arrivato ai due terzi del corso di laurea, con tredici esami superati sul totale di ventuno, e tra questi i più importanti come il diritto penale, il civile e le relative procedure. E mi trasferii a Lettere e filosofia, con l’intenzione di optare a tempo debito per l’indirizzo storico. Ricominciai così da capo un altro percorso universitario, che ebbe poi interessanti e persino curiosi sviluppi, sui quali non mi intrattengo perché mi trasporterebbero lontano dagli avvenimenti che qui debbo rievocare.

Si conclude qui la parte che, nella mia storia personale, precede il Circolo “De Sanctis”.

Resta ancora da accennare, in premessa e per sommi capi, ai grandi e piccoli eventi mondiali e “paesani” entro i quali io camminavo e cercavo di orientarmi, e che spiegano, ben più dei percorsi individuali di ciascuno di noi, e comunque in combinazione reciproca, come mai accadde che a Napoli nacque, nel 1960, una iniziativa culturale come quella che stiamo celebrando.

 Verso la fine degli anni Cinquanta molti avvenimenti annunciarono un passaggio di fase. Per più di un decennio il clima mondiale era andato via via peggiorando, dopo le speranze dell’immediato dopoguerra. Tra guerra fredda e guerre calde, regionali ma lunghe e molto cruente, come quella di Corea, si viveva nella paura di un terzo conflitto planetario, ancora più catastrofico dei precedenti. Su tutti pesava la minaccia nucleare e la politica era determinata dall’equilibrio del terrore. Nell’Occidente capitalistico e cristiano i comunisti erano considerati come il pericolo numero uno, teste di ponte dell’Unione Sovietica. E tutti quelli che non li combattevano come nemici, fossero anche semplici democratici tutt’altro che rivoluzionari, venivano accomunati a loro nel sospetto e nella discriminazione. Negli Stati Uniti si era giunti a una vera e propria caccia alle streghe, incoraggiata dai vertici dell’Amministrazione attraverso una Commissione del Congresso per le attività antiamericane, presieduta dal senatore repubblicano Joseph McCarthy, un fanatico reazionario di tipo fascista. In forme variegate il maccartismo aveva contagiato molti altri paesi alleati degli Stati Uniti, e in particolar modo l’Italia, per due opposti e insieme convergenti motivi: da una parte per la presenza del più forte partito comunista dell’Occidente, che l’aveva fatta diventare una terra da “codice rosso” e quindi da sorvegliare con ogni mezzo, politico, militare, spionistico; e, dall’altra, perché la tradizionale influenza esercitata nella vita politica del nostro paese dalla Chiesa cattolica si combinava in quel tempo con il pontificato di Pio XII, che in tema di anticomunismo non aveva nulla da imparare da McCarthy, avendone già dato la prova estrema con il silenzio scrupolosamente osservato sui crimini nazisti, sia mentre si compivano che a guerra finita.

In questo quadro generale, che la riguardava interamente, l’Italia presentava però situazioni molto diverse da regione a regione. Mentre in quelle settentrionali, sull’onda lunga della Resistenza e  della vittoria contro il nazifascismo, una robusta classe operaia riusciva a tener testa allo strapotere padronale nelle fabbriche e faceva da perno a un fronte sociale più ampio in grado di ostacolare ogni velleità restauratrice di non rassegnate forze nostalgiche, ricollocatesi nei partiti “moderati”; in quelle meridionali, invece, e in particolare a Napoli, ci si era accorti ben presto che le Quattro giornate non avevano lasciato il segno del vento del Nord. Qui, dove noi vivevamo, c’era stata una ripresa vigorosa della peggiore tradizione  “sanfedista”. Per darne un’idea, basta riandare ai risultati del  referendum istituzionale del 1946, e a quanto accadde in città subito dopo. Se in tutt’Italia la repubblica aveva vinto con circa il 55 per cento dei voti e uno scarto di dieci punti, nel Meridione prevalse la monarchia con il 65 per cento e uno scarto di ben 30 punti! Ma la circoscrizione di Napoli sfiorò addirittura l’ottanta per cento, battendo tutte le altre nella sciagurata classifica. E nei giorni successivi le strade e le piazze si riempirono di gente inferocita contro il governo provvisorio di grande coalizione tra tutti i partiti antifascisti (il primo presieduto da De Gasperi), accusato di avere organizzato colossali brogli a favore della repubblica. Ci furono durissimi scontri con le forze dell’ordine (in fase di iniziale ricostituzione, ancora del tutto impreparate e prive di adeguati comandi), di tale violenza da causare molti feriti gravi e una decina di morti tra i manifestanti. Fu tentato persino un assalto armato alla Federazione comunista in via Medina. A sentire il racconto di chi aveva vissuto quei momenti, sembrava che fossero mancati solo i forconi del cardinale Ruffo.

Per smuovere i depositi storici che determinavano quella arretratezza civile, prima ancora che politica, non era bastato fino ad allora l’impegno speso dalle forze di sinistra. Altra acqua doveva passare sotto i ponti. E infatti ne passò a fiumi, che in pochi anni si ingrossarono al punto da rompere gli argini e allagare tutti i quartieri del comune. Il cui municipio cadde pochi anni dopo, nel 1952, direttamente nelle mani di Achille Lauro, l’armatore che aveva accumulato una fortuna in periodo fascista, con l’esclusiva dei collegamenti con l’Africa Orientale, ed era poi riuscito a moltiplicarla con oscuri traffici durante la guerra. Alla testa di un movimento monarchico da lui fondato, ma soprattutto di una cricca di costruttori (il più rapace dei quali, Pasquale Ottieri, divenne niente di meno che assessore all’edilizia!), Lauro ebbe sulla nostra Napoli, già martoriata per mille ragioni, l’effetto di un devastante ciclone. Anzi peggio, perché arrivò a durare quasi un decennio. Fu il tempo del sacco barbarico, magistralmente fotografato qualche anno dopo, nel 1963, nel film di Francesco Rosi Le mani sulla città.

Per tutti gli anni Cinquanta le cose non mutarono, anzi andarono peggiorando.Dopo i primi quattro anni di governo, Lauro fu rieletto sindaco con una maggioranza assoluta che toccò i trecentomila voti. Sotto le nuove forme della democrazia conquistata, resisteva ancora la vecchia struttura di rapporti sociali tra un ceto proprietario ignorante, incapace di farsi classe dirigente, guidato solo dai princìpi del possesso e del dominio, e una plebe costretta in condizioni disperate di esistenza, alla continua ricerca di come sbarcare il lunario, e perciò manovrabile a seconda degli interessi del padrone di turno ed esposta a tutti i ricatti. A resistere non rimasero che i nuclei di classe operaia più organizzati e certe minoranze intellettuali. Per il resto il populismo laurino, imbottito di contenuti reazionari, sfondò in tutte le direzioni, anche in ambienti che avrebbero dovuto essere immunizzati, se non altro per motivi di minima cultura o di semplice buon gusto, per quanto si fosse in un piccolo universo troppo in ritardo sui punti più avanzati della civiltà dell’epoca.

 A questo proposito ho dei ricordi personali nettissimi. Quasi tutte le persone che frequentavo al di fuori dei miei stretti contatti politici, fossero miei compagni di studi, e quindi miei coetanei, o un po’ più grandi, come diversi amici delle mie sorelle, mostravano di subire il fascino del comandante Lauro. Sembrava che ad essi mancassero i sensori in grado di  rilevare le emissioni nocive del campo magnetico che ci avvolgeva tutti. Solo parecchi anni dopo, a ciclo laurino concluso, quando i movimenti anticipatori del ’68 cominciarono a produrre una critica radicale di massa alle ideologie dominanti, non pochi di loro vi parteciparono con l’entusiasmo di chi aveva scoperto dove stava la chiave per metterli in funzione. Si trattava dunque, in buona misura, di persone non radicate in una cultura di destra. Ma – ed è questo che voglio mettere in rilievo – il fatto che Lauro e la sua cricca di affaristi reazionari esercitassero un forte potere di attrazione (direi molto di più, quasi un assurdo, una contraddizione in termini: un’egemonia ideale!) anche su settori di società che in circostanze di normalità democratica avrebbero scelto tutt’altra collocazione, in buona misura opposta, è straordinariamente sintomatico del clima che opprimeva Napoli in quei tempi. Si ripeteva in piccolo ciò che era accaduto durante il fascismo.

Così stavano le cose quando il cielo sembrò illuminarsi di una luce diversa. Gli avvenimenti che stavano cambiando il quadro erano molti e tutti convergenti. Nel mondo cominciarono a circolare con sempre maggiore frequenza le parole “disgelo” e “distensione”. In Urss la destalinizzazione di Krusciov, che in principio era stata frenata dalla repressione della rivolta ungherese, parve riprendere vigore, nel tentativo di invertire il processo disastroso verso cui s’era indirizzato il paese della rivoluzione d’Ottobre. Negli Stati Uniti stava finendo l’era del generale Eisenower e molti indizi lasciavano prevedere che il successivo presidente avrebbe impresso tutt’altro segno alla politica dell’Amministrazione, come poi in effetti avvenne nel 1960 con John Kennedy, anche se, in realtà, più in termini di atmosfera che di sostanziosi contenuti. Sufficienti però, l’una e gli altri, a determinare un coagulo di antagonismi interni di tale forza, e così rabbiosi, da armare la mano del suo assassino (materialmente o per via indiretta) dopo tre anni dalla sua elezione. E più vicino a noi la Chiesa cattolica, a partire dal 1958, con il nuovo Papa Giovanni XXIII, aveva appena iniziato a cambiare radicalmente registro rispetto al passato di Papa Pacelli.

 C’era dunque materia per sperare in un futuro meno cupo del decennio precedente. E perciò ancora più insopportabile diventava per noi tutti la situazione di Napoli, quasi per nulla toccata dalle  correnti rinnovatrici che soffiavano altrove. Anziché migliorare, era peraltro rapidamente peggiorato anche il quadro politico nazionale, perché nella Democrazia cristiana stavano prevalendo le correnti che mal digerivano i cambiamenti in atto a livello mondiale, riuscendo infine a imporre una netta svolta a destra. Si aprì una fase politica di grande instabilità, carica di pericolosi rischi per il Paese. Il punto estremo fu toccato nella primavera del 1960, quando Fernando Tambroni, incaricato e fortemente sostenuto dal presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, formò un governo monocolore d’intesa con i neofascisti del Msi, da cui ottenne un appoggio determinante per raggiungere la maggioranza in Parlamento. Non poteva esserci provocazione più grave per un Paese che da appena quindici anni aveva abbattuto la dittatura mussoliniana, al prezzo di una sanguinosa guerra di liberazione. E infatti la reazione fu di inusuale ampiezza. I comunisti e i socialisti, e quasi tutti i sindacati, si prepararono a una permanente mobilitazione che non dette tregua al governo e fecero capire che sarebbero arrivati “fino in fondo”. Furono mesi di tensione acutissima, culminati in grandi manifestazioni antifasciste che nella prima metà di luglio si svolsero in ogni parte d’Italia. Cominciò Genova dove, a partire dal 30 giugno e per alcune giornate consecutive, decine di migliaia di manifestanti riuscirono a impedire che i fascisti tenessero proprio lì, in una città medaglia d’oro della Resistenza, il loro congresso. Si ebbero scontri durissimi, con molti arresti e anche diversi feriti d’arma da fuoco, perché la polizia aveva avuto ordine di sparare. Mancarono per fortuna i morti, che invece purtroppo ci furono in tante altre città: Reggio Emilia, Palermo, Catania, Licata. Alle manifestazioni di Napoli, a cui partecipai, bastonate e arresti. Ricordo quello di Luigi Cosenza, un autorevole compagno comunista di straordinaria simpatia, oltreché ingegnere di fama internazionale, che fu trattenuto in carcere per più di un mese, con motivazioni che non ressero al vaglio della magistratura neanche nel clima da stato di assedio che si respirava in quelle settimane; e quello del giovanissimo amico e compagno Mario Catalano, anch’egli liberato solo dopo molti giorni. Io e Salvatore Bisogni avevamo tentato di strapparlo alle braccia di quattro poliziotti che, non proprio gentilmente, lo stavano caricando su una camionetta, ma purtroppo non ce la facemmo e fummo costretti a scappare nei vicoli dei Quartieri Spagnoli per non fare la sua stessa fine. L’opposizione di tutte le forze democratiche fu così ferma, ed era talmente fondata, da far breccia anche nella parte della Democrazia cristiana meno disposta alle avventure, che provò e riuscì a scuotersi dopo un lungo periodo di subalterna complicità. Ne nacque un conflitto interno micidiale che si concluse alla metà di luglio con la sconfitta di Tambroni e le conseguenti dimissioni del suo governo. Da quel momento il panorama politico italiano assunse tutto un altro aspetto. Di lì a poco si sarebbe aperta la stagione del centro-sinistra, con l’entrata del partito socialista nel governo, la contemporanea uscita del partito liberale e la contrarietà ufficiale di quello comunista, in realtà molto interessato all’evoluzione delle cose.

Ma per dare conto dell’esperienza del circolo “De Sanctis” bisogna partire da prima, da quei mesi tra l’autunno del 1959 e la primavera del 1960 in cui lo preparammo, mentre intorno a noi tutto traballava in continuazione, e noi vivevamo spaccati a metà tra la riaccesa speranza – non certo del “sol dell’avvenire”, ma almeno di qualche avanzamento sul terreno di una democrazia sostanziale e su quello contiguo della giustizia sociale – e il timore di una disastrosa precipitazione degli eventi verso il passato peggiore, con tutte le relative incognite anche sul fronte  delle nostre personali esistenze.

Con questo stato d’animo cominciammo a riunirci a “casa Maone”. L’intenzione iniziale era semplicemente di scambiarci idee e opinioni su quanto stava accadendo intorno a noi e di provare a rendere meno solitari i nostri rispettivi percorsi. Alle prime riunioni ci ritrovammo in circa venti amici, presto diventammo più di trenta, quasi tutti comunisti, anzi quasi tutti di orientamento marxista. Pochi in verità gli iscritti al Pci, non più di sei o sette, e meno ancora quelli di noi, come me, che partecipavamo attivamente alla vita di partito. Eravamo però tutti convinti che nelle nostre regioni le battaglie della sinistra, a cui comunque aderivamo con slancio, lasciavano in buona parte scoperti alcuni campi decisivi per sconfiggere davvero l’arretratezza civile in cui ci trovavamo immersi. Il merito di Di Lillo fu di cogliere prima di altri che i macroscopici cambiamenti in gestazione nel grande mondo potevano riguardare anche noi, nel nostro piccolo, e con un segno positivo, solo se ci fossimo preparati a farcene investire con adeguate, consapevoli azioni concrete. A chi lo frequentava Di Lillo trasmise il senso dell’attesa, che produsse una grande effervescenza di idee e una forte disposizione all’impegno. Il partito comunista, per chi aveva già scelto d’aderirvi, ci aveva aperto tanti orizzonti. Ma per un verso non ci bastava e per un altro non ci soddisfaceva. Non eravamo certo in rottura, tutt’altro: l’invasione armata dell’Ungheria di qualche anno prima, che non ci era affatto piaciuta benché giustificata dal partito, non era stata sufficiente a farci riflettere quanto avremmo dovuto su quel che rivelava della degenerazione irrecuperabile dell’Urss. Ci ostinammo a vedere nel Paese della rivoluzione d’Ottobre energie rinnovatrici che non c’erano. Ci avevano fatto velo la spaccatura del mondo e le scelte radicalmente revisioniste di tanti dissidenti. Non capimmo allora che non c’era solo una strada a destra per reagire alla deriva dell’Urss. Eppure, ripeto, c’era qualcosa del partito, nella sua linea e nella sua azione, che non ci convinceva del tutto. Eravamo insieme più radicali e meno settari. L’oscurantismo che ci circondava richiedeva che ci ribellassimo in forme più aperte, libere, approfondite ed efficaci di quanto non ci sollecitavano a fare le istanze dirigenti del partito, a nostro parere un po’ lente a vederne la stretta connessione con il retroterra sociale, e perciò a farne un obiettivo di lotta di importanza prioritaria alla pari di altri, con un lungo programma di specifiche iniziative. Quando invece doveva apparire chiaro che il blocco reazionario era un tutt’uno con la sua filosofia oscurantista, e che non l’avremmo mai sconfitto senza impegnarci a fondo anche in una battaglia culturale a tutto campo.

Così ragionando, qualcuno di noi a un certo punto disse: e se facessimo un circolo di cultura? e l’idea piacque subito a tutti. Segno che in ciascuno stava covando da tempo. Facemmo tutto in fretta, a partire dai primi giorni del 1960. In poche settimane raccogliemmo un centinaio di adesioni e in pochi mesi una cifra sufficiente ad affittare un appartamento, riadattarlo per ricavarci un saloncino, attrezzarlo con un minimo mobilio. E soprattutto intensificammo le riunioni per riuscire a fissare l’inaugurazione prima dell’estate (speravamo in aprile, ma poi in effetti fu a maggio), definire un programma di attività dettagliato per i primi mesi, a cavallo dell’interruzione d’agosto, e uno di massima per un intero anno. Altrettanto unanime consenso raccolse la proposta di Di Lillo di accoppiare al circolo il nome di Francesco De Sanctis. Parve a tutti che non ci fosse figura più rappresentativa del segnale di rottura che noi volevamo lanciare nelle acque stagnanti della Napoli d’allora. Per i suoi studi letterari, coltivati con una profondità di analisi e un’apertura di campo visivo radicalmente innovatrici, come anche per il suo modo di concepire la funzione civile dell’intellettuale e perciò il nesso tra cultura e politica, De Sanctis incarnava il meglio delle nostre radici, il filone progressista e ahimè minoritario della storia ottocentesca del meridione d’Italia. Che ci piaceva rimarcare per distinguerci nettamente da altre pessime tradizioni ben vive, e purtroppo prevalenti, nelle nostre regioni.

Dei trenta che eravamo, quasi tutti ci mettemmo al lavoro con grande entusiasmo. L’età media stava sotto i 25 anni. Nella, la più grande delle mie quattro sorelle, non aveva ancora raggiunto i 27. Intorno ai cinquanta c’era solo Di Lillo. E di poco sopra i trenta solo Elio Festa.

 Perché io, e molti altri amici che la condussero con me, riteniamo ancora che quella impresa sia stata molto importante e ricca di significati, non solo per le nostre persone ma per la città intera? Proverò a darne un’idea procedendo per capitoli, e mi scuso fin d’ora se in ciascuno di essi non riuscirò sempre a separare la ricostruzione obiettiva, peraltro nei limiti in cui ne sono capace, e la memoria tutta personale di come io vissi quei tempi.

 Il primo problema che affrontammo fu naturalmente la definizione dei caratteri principali da dare all’attività del Circolo. In quelle discussioni verificammo, molto più a fondo che nella fase precedente, come la comune ispirazione consentisse ai vari interessi esistenti nel nostro gruppo di trovare sorprendenti corrispondenze e di convergere verso un programma di lavoro ad ampio spettro e al contempo di forte coerenza interna. Ancora una volta devo rimarcare il ruolo trainante che ebbe Di Lillo nel provocare in tutti noi il massimo di apertura mentale.

 Tra i tanti punti programmatici che già in partenza dettero al “De Sanctis” una fisionomia molto diversa da tutti  gli altri circoli di cultura napoletani, sia precedenti che contemporanei, ne metterei in evidenza almeno tre. Il primo fu quello che puntava ad affermare l’interdisciplinarità della cultura, a superare il fossato tra materie umanistiche e scientifiche in senso proprio, che invece buona parte dell’idealismo (particolarmente influente sulle élite napoletane di allora, e scendendo per li rami anche sulla media e piccola borghesia intellettuale, a causa dell’eredità ancora calda di Benedetto Croce, da poco scomparso) aveva approfondito. Lo dice bene in queste pagine Anna Maria Valle, che da giovane studentessa di scienze naturali nient’affatto rassegnata a scarse comunicazioni con altri campi del sapere, colse la novità e ne fu subito attratta.

Un impulso decisivo in questa direzione venne da Massimo Di Rosa, uno dei più attivi protagonisti delle riunioni da cui nacque il “De Sanctis”. La sua notoria modestia gli ha impedito, nelle note qui pubblicate, di mettere nel giusto rilievo il contributo da lui portato al tema della inter-relazione tra i diversi campi del sapere. Come egli stesso scrive, da liceale Massimo era stato allievo di Di Lillo al mitico “Giambattista Vico”, e i segni si notavano di primo acchito. Si era poi iscritto alla facoltà di medicina, e al momento di scegliere aveva optato per gli studi di biologia, con specializzazione in farmacologia, ai quali si dedicò con lo sguardo largo che gli proveniva da quella formazione. Si laureò precocemente, a 23 anni, nel 1959, proprio quando iniziò l’avventura della nostra compagnia. Io lo conoscevo da prima, perché Massimo era membro del direttivo del “Circolo del cinema” che io frequentavo, e soprattutto perché condividevamo la militanza politica, anche se diversamente praticata. Con il “De Sanctis” si consolidò una stretta amicizia, che poi le storie della vita trasformarono addirittura in parentela, e quindi in frequentazione sempre più assidua, visto che Massimo si sposò con mia sorella Vera.

 A Massimo Di Rosa si devono la proposta e l’organizzazione di molte iniziative del Circolo, due delle quali richiesero un impegno particolare e vanno perciò menzionate. Si tratta di due cicli di conferenze, che si svolsero nel ’61 e nel ’63, come è riportato qui in appendice. Il primo, diviso in otto puntate, cercò di rispondere alla domanda se, e in quale misura, il progresso scientifico aveva assunto un diverso rilievo nella modernità rispetto alle epoche precedenti, non certo per i risultati raggiunti – che sarebbe ovvio – ma proprio per avere determinato una radicale ridefinizione delle categorie concettuali; il secondo fu dedicato all’origine della vita sulla Terra. A dirlo così in breve sembra tutto molto semplice. In realtà già il suo concepimento, la partizione per temi, la correlazione tra quanto il tumultuoso progresso scientifico stava producendo a livello mondiale e i grandi interrogativi filosofici che esso riproponeva in nuove forme e dimensioni alla coscienza moderna, per l’appunto; e infine l’estrema attenzione a calibrare tutto questo complesso materiale in dosi e cornici espositive tali da poter essere assorbito da un pubblico certamente molto curioso ma anche, nella sua parte giovanile e maggioritaria come in quella più adulta, quasi del tutto privo di solide basi sugli argomenti trattati; bene, già l’ideazione comportò un lungo lavoro e una grande capacità progettuale. Ma poi ci fu la fase della realizzazione, diversamente ma altrettanto impegnativa, dalla scelta dei relatori, tutti molto autorevoli, al modo di approcciarli per far loro bene intendere a quale disegno (e a quale ascolto) avrebbero dovuto modulare l’insolita lezione.

È vero che Massimo si occupò di alcuni aspetti organizzativi del Circolo, come ad esempio della stampa degli inviti, che lo riportavano a due grandi passioni: la tipografia (sui cui banconi si fermava a lungo a correggere le bozze da passare al proto) e la composizione grafica, che non considerava soddisfacente fin quando non raggiungeva l’estrema essenzialità. Ma si trattava comunque di compiti integrativi, ripartiti senza risparmio tra tutti noi promotori, rispetto ad altre ben più pesanti responsabilità, di indirizzo e di direzione, che Massimo condivise in pieno. Altro che lavoro nelle retrovie!

 Su un secondo terreno l’attività del “De Sanctis” si caratterizzò in modo del tutto nuovo. La novità partiva ab ovo, da come iniziammo a concepire – anche in questo caso incoraggiati all’audacia da Giuseppe Di Lillo – la funzione stessa di un circolo di cultura. Pensavamo che ai soci, e a noi promotori in primo luogo, non si dovesse riservare in eterno solo il ruolo di spettatori in platea o, al massimo, di  meri organizzatori di conferenze, sia pure di illustri ospiti. Ci si proponeva invece di coinvolgere tutti coloro che ne avevano voglia e capacità in gruppi di studio indirizzati anche a prevedere una diretta attività di produzione culturale. Quanto agli argomenti, la scelta sarebbe naturalmente dipesa dagli interessi prevalenti e dalle competenze a disposizione, che nelle discussioni preparatorie trovammo perlopiù coincidenti con grandi tematiche molto malamente trattate nei programmi scolastici.

Il disegno era molto ambizioso. Forse troppo, considerando le nostre forze e le condizioni di scarsezza di mezzi, non solo finanziari, in cui operavamo. E di conseguenza  non ci riuscì di realizzarlo in pieno, dandogli la continuità a cui tendevamo. Ma ci provammo seriamente e non mancarono anche risultati di tutto rispetto. Basta citare la serie di relazioni dedicate all’unità d’Italia, di cui cadeva il centenario proprio nell’anno successivo alla nascita del “De Sanctis”.

Invito a fare attenzione ai tempi. Sta anche lì la dimostrazione che i nostri non erano soltanto vaghi propositi lanciati superficialmente, sull’onda dell’entusiasmo del periodo preparatorio, visto che si cominciò a pensare concretamente alla loro attuazione fin dai primi giorni successivi all’inaugurazione del Circolo, nel maggio del 1960. Passarono pochi mesi e già nel dicembre partì un ciclo di nove seminari – come sarebbe giusto definirli – che procedette a ritmo quasi serrato e si concluse nel febbraio del ’61. Le date, i temi specifici e i nomi delle persone che li svolsero sono riportati nel programma di attività consultabile in appendice.

 Apro qui una parentesi per inserirvi una piccola, laterale considerazione. A riguardarne oggi la sequenza, noto con sorpresa postuma, e faccio notare, che due di quelle sedute si tennero il 27 dicembre e il 3 gennaio. Dunque: nel pieno delle vacanze di Natale il Circolo non si fermava. Segno che per molti di noi l’impresa fu davvero travolgente. Ma segno inoltre di quanto lontano oggi siamo da un’epoca in cui erano pochissimi, anche nelle classi medie, quelli che potevano permettersi di lasciare la città per una vacanza sia pur breve nei periodi canonici. Almeno a Napoli.

C’è un altro confronto da fare tra il 1961 e l’attuale 2011, in relazione ai corrispondenti due anniversari del medesimo evento, la nascita dello Stato unitario. Basta una semplice domanda: dove, in quale regione d’Italia, accade oggi che si formino, fuori dalle accademie, gruppi di studio tra studenti, giovani di freschissima laurea, docenti d’alto livello e intellettuali affermati, con lo scopo di approfondire lo studio della nostra storia (o di qualunque altra non futile materia), di misurarsi con i metodi della ricerca e poi di diffonderne e dibatterne i risultati in cerchie più larghe? fu proprio quel che il “De Sanctis” riuscì a fare cinquant’anni fa. I meriti vanno distribuiti in parti uguali tra tutte le componenti di quel gruppo, in cui si incrociarono competenze già sperimentate e giovanissimi esordienti, tendenze specialistiche di vario genere e scuole di pensiero diverse. Vanno naturalmente a Di Lillo, che nella prima fase della vita del Circolo, finché visse, dette un impulso determinante a tutte le principali iniziative, promuovendole o comunque sostenendole in ogni modo. Nel caso specifico, inoltre, tenne una lezione sul primo cinquantennio di politica estera dello Stato unitario. Ma va sottolineato anche e soprattutto il contributo dello storico Rosario Villari, che coordinò i lavori del gruppo di studio e avviò il ciclo dei seminari con una relazione di impostazione generale. Vanno a Elio Festa e a Giorgio Formiggini, che da tempo non erano più ragazzi e si rimisero a studiare come per preparare una tesi universitaria. E poi un riconoscimento speciale è dovuto al terzetto di giovanissimi: Mariano D’Antonio, mia sorella Vera Maone e Marisa De Lorenzi. Ciascuno di essi seppe svolgere il tema concordato con esemplare impegno (di tipo diverso fu il contributo di Massimo Di Rosa, che partecipò al “sodalizio”, ne seguì tutte le fasi, e poi si ritagliò uno spazio meno appariscente, limitandosi a introdurre un dibattito dopo la proiezione del film “1860”, di Alessandro Blasetti). E altrettanto merito va attribuito a Mario Forte, un intellettuale di formazione cattolica, anch’egli allora molto giovane, che ebbe l’ardire di misurarsi, in un “covo di marxisti”, con la nascita del movimento operaio italiano tra Ottocento e Novecento. L’incontro tra Mario Forte e il “De Sanctis” richiama una questione su cui mi soffermerò tra pochissimo, a prescindere dagli sviluppi della sua successiva carriera politica nella Democrazia cristiana (della quale so poco), che lo portò a diventare per un breve tempo anche sindaco di Napoli.

L’esperimento del ciclo dedicato all’unità d’Italia dette a tutti noi, e soprattutto ai protagonisti, ottime soddisfazioni. Si rafforzò l’intenzione di camminare su quella strada e infatti mettemmo subito in cantiere altri progetti. Ma per una ragione o per l’altra le cose non giunsero più a matura elaborazione e tanto meno a risultati del livello desiderato. Avevamo sbagliato a crederci? Non ne sono convinto. Piuttosto penso, come ho prima accennato, che non facemmo bene i conti con il fatto che ci mancavano alcune condizioni di base, indispensabili a reggere quelle ambizioni, e che perciò non ci demmo da fare a sufficienza per crearle. Anche se non è detto che poi ci saremmo riusciti, dal momento che impostare seriamente un’attività tanto complessa avrebbe richiesto una pianificazione a medio e lungo termine, e dunque strutture adeguate e relativi investimenti. Cioè risorse, che ci sarebbe stato molto difficile reperire nell’ambiente in cui operavamo.

Fummo costretti a fermarci. Ma il tentativo non risultò inutile, perché permise di svelare che bastava un richiamo intelligente per sprigionare una buona riserva di energie creative, normalmente sottoutilizzate. E infatti lasciò una traccia duratura nel nostro modo di intendere il lavoro culturale.

L’allargamento di ogni possibile canale di comunicazione tra le culture progressiste fu il terzo grosso impegno che prendemmo con noi stessi al momento della fondazione del Circolo. Ma per una serie di ragioni fummo via via portati a guardare con particolare attenzione al mondo cattolico. O, meglio, a quella sua parte emergente che, evocata dagli squarci di luce aperti dal nuovo Papa Giovanni XXIII,  stava emancipandosi dalla eredità quasi del tutto antitetica di Pio XII.

 Naturalmente il nostro interesse era rivolto a tutte le correnti di pensiero in ambito democratico, che avessero fatto tesoro almeno dei princìpi e delle conquiste della rivoluzione francese. Avevamo una gran voglia di dialogare, di confrontarci con posizioni diverse dalle nostre, non soltanto per verificare fino a quale punto si potevano unire le forze per combattere i nemici comuni, in primo luogo il fronte reazionario che ancora dominava in quasi tutte le regioni meridionali; ma anche per esercitarci reciprocamente alla provocazione intelligente, che ci sembrava il metodo più appropriato ad accendere l’urto dialettico necessario alla produzione di sintesi superiori.

In astratto, come marxisti e lontani discendenti della sinistra hegeliana, noi avremmo dovuto cercare i primi interlocutori nel grande filone della comune matrice dell’idealismo. E infatti non furono poche le iniziative che prendemmo per dibattere sui più diversi argomenti con esponenti di quella scuola. Che in Italia aveva trovato la più recente generale sistemazione nel pensiero di Benedetto Croce, e nella sua monumentale produzione di testi di filosofia e di storia, principale alimento degli ambienti intellettuali di Napoli. Per quanto egemonico tra le élites, e molto influente in varie direzioni, in politica quel pensiero si traduceva essenzialmente nel piccolo partito liberale, alleato da destra della Democrazia cristiana. Dal nostro punto di vista c’era un ulteriore enorme peso che gravava sul passato dei liberali italiani, considerato l’atteggiamento che avevano tenuto, Croce in testa, verso il fascismo: guardato addirittura con qualche favore al suo avvento, e più tardi osteggiato, ma sempre con molta prudenza,  persino nei momenti delle peggiori nefandezze del regime. Pur tuttavia eravamo determinati a mantenere viva la discussione con le migliori espressioni della cultura crociana, con cui ritenevamo doveroso fare i conti, per la vastità delle questioni comprese nel suo cono speculativo. Dal canto nostro c’era dunque tutto l’interesse a confrontarci non episodicamente con una corrente di pensiero che aveva grande influenza e penetrazione nei ceti scolarizzati, nelle  zone intermedie come in quelle alte delle professioni, confinanti con le classi dirigenti.

Organizzando adeguatamente il dibattito, articolandolo per temi e assicurandogli la necessaria proiezione nel tempo, noi contavamo anche di evidenziare le interne contraddizioni di quello schieramento, almeno tra alcuni princìpi ispirati alla religione della libertà e altri che a nostro parere ne riducevano l’esercizio a una piccola privilegiata minoranza del genere umano. Come peraltro, sempre secondo noi, dimostrava la concreta pratica politica di quei partiti (liberale, ma anche repubblicano) che a quella concezione del mondo si richiamavano.

Ma i fatti andarono diversamente. Anche se non rinunciammo in nessun momento ad avanzare proposte di discussioni pubbliche e di altre iniziative in comune, riuscendo peraltro a realizzarle in diverse circostanze, i rapporti tra noi del Circolo “De Sanctis” e l’intellettualità “crociana” non divennero mai fluidi. Le reciproche riserve di carattere politico prevalsero sulla spinta ad approfondire in comune i punti nevralgici del nostro contenzioso ideale. Su entrambi i lati le divisioni erano forti. Ma nel campo del secondo – pure se più importante perché da esso discendeva il primo – si riusciva a evitare di ustionarsi al contatto. Mentre sul terreno della politica, troppo vicina alle battaglie vissute da ognuno di noi, si rischiavano scontri alquanto aspri. Ci contrapponevamo su un fronte lungo, la cui linea di demarcazione si ingrossava nei punti più vicini al grande tema del capitalismo, con tutte le sue molteplici derivazioni. Il più perfezionato sistema di divisione dell’umanità per gerarchie, generatore  di enormi ingiustizie sociali, per noi; e viceversa, per loro, un sistema di produzione capace di assicurare il massimo possibile di benessere economico e di libertà civili, contro le follie utopistiche dell’ “uomo nuovo”, anticamera dei gulag sovietici.

Insomma, tra di noi non c’era simpatia. E infatti avemmo solo pochi contatti con i più battaglieri esponenti di quella tendenza, che si concentravano intorno alla rivista Nord e Sud, diretta dal “barone” Francesco Compagna, un meridionalista di nobile casato che negli anni successivi fu varie volte eletto deputato nelle liste del partito repubblicano, per conto del quale rivestì anche incarichi di governo, prima come sottosegretario e poi come ministro. Anzi, da quella parte si replicò alla nascita del “De Sanctis” con un’analoga iniziativa: la fondazione della “Società napoletana di cultura”. Fatto positivo di per sé, perché arricchiva ulteriormente la vita culturale della città, e contribuiva ad aprirle una prospettiva democratica contro le forze retrive che la imprigionavano. Era questo l’aspetto da noi più apprezzato, nonostante le divergenze, nell’azione di quel gruppo di intellettuali, che tenevamo inoltre in alta considerazione per la serietà degli studi con cui sostenevano i loro argomenti, per l’impegno meridionalista, per la dirittura morale che li caratterizzava. Ma noi ci vedemmo anche l’intenzione di marcare le distanze. Tra i due Circoli si aprì una competizione, sempre molto civile e mai apertamente dichiarata, che ci portò piuttosto a dibattere da lontano, dalle rispettive sponde, che non a cercare sedi comuni di confronto.

Una notevole sintonia facilitò invece l’approccio con una nutrita schiera di cattolici democratici, anch’essi in maggioranza molto giovani, i quali stavano vivendo, in concomitanza con un passaggio cruciale ai vertici della Chiesa, un profondo travaglio spirituale, che accendeva in loro una straordinaria curiosità verso altri sconosciuti “figli di Dio”, forse miscredenti, ma non per questo privi di grandi ideali. Da una parte e dall’altra scoprimmo così una vicinanza, di sentimenti e di riflessioni, intorno ad alcuni enormi nodi su cui si giocavano le sorti dell’umanità.

Ne cito tre. In primis, la questione della pace e della guerra. Non c’è qui lo spazio per dirne tutte le implicazioni. Noto soltanto che quella era per noi la priorità delle priorità. Per quanto si stessero aprendo alcuni spiragli di distensione tra gli opposti campi che si fronteggiavano a livello mondiale, si continuava a vivere in un clima generale pesantissimo, la guerra fredda non era affatto conclusa e la pace restava affidata al già richiamato equilibrio del terrore. E il terrore consisteva nella minaccia incombente di un conflitto termonucleare, con la prospettiva spaventosa di una catastrofe planetaria, fino alla totale distruzione della civiltà umana.

Il Pci, come buona parte della sinistra e tutti i partiti comunisti europei, sostenevano il movimento mondiale dei partigiani della pace, che gli avversari accusavano invece di unilaterale ostilità verso l’“imperialismo” degli Stati Uniti e perciò di dipendere dall’Unione Sovietica, se non proprio di esserne al diretto servizio. A noi non sembrava. E, in ogni caso, ci interessavano i contenuti di quelle battaglie, che puntavano a premere sulle grandi potenze perché si decidessero ad avviare un serio negoziato, senza pregiudiziali, con l’obiettivo di giungere, sia pure gradualmente, a un disarmo generale e controllato. Obiettivo sacrosanto, per le nostre coscienze. Il mondo non s’era mai trovato di fronte a un pericolo di quelle proporzioni. Accadde così che noi (o molti di noi), cominciammo a inclinare verso una posizione di netto pacifismo. Che, certo, non calzava affatto con la tradizione che ci stava alle spalle, ma non per questo era da noi concepito come un riduttore  dello spirito di rivolta (e delle relative pratiche) contro le infinite ingiustizie della società ineguale. Tutt’altro. Anzi, andavamo convincendoci sempre di più che la pace fosse la condizione più propizia allo sviluppo delle lotte di liberazione delle classi subalterne. Tutto dunque ci spingeva a collegarci con chiunque avvertisse le stesse nostre urgenze. E fu perciò ovvio cercare un contatto con il gruppo italiano più attivo su quel terreno, che si identificava nella persona di Aldo Capitini, una singolare figura di cattolico disobbediente e non amato dalle gerarchie, propugnatore di una non violenza gandhiana miscelata col francescanesimo, antifascista già durante il fascismo, alieno dal comune impegno politico fino al punto di essersi sostanzialmente estraniato dalla Resistenza. E pacifista irriducibile.

Dopo uno scambio di lettere, proprio io andai a trovarlo a Perugia, dove era nato e ancora risiedeva, per convincerlo a partecipare a qualcuna delle manifestazioni da noi promosse sui temi a lui cari. Eravamo vicini nel tempo – non mi sovviene se nell’imminenza o poco dopo – alla prima marcia della pace Perugia-Assisi del settembre ’61, da lui ideata e poi tante volte ripetuta nei decenni successivi, fino ai nostri giorni. Avvicinandomi all’appuntamento avvertivo una strana sensazione. Mentirei se dicessi che le posizioni di Capitini mi convincevano in pieno. Ma le convergenze bastavano e avanzavano. Quell’uomo solitario, e al contempo comunitario, mi lasciò comunque un segno profondo, come negli anni del “De Sanctis” mi accadde molte altre volte per altrettanti fondamentali incontri, dei quali dirò più avanti. La conversazione, cordialissima, durò una buona mezza mattinata, perché Capitini non si limitò ad ascoltare le mie richieste, ma volle essere informato del contesto in cui sarebbe venuto a trovarsi, dell’attività del nostro Circolo e di quel che si stava muovendo a Napoli. Purtroppo, però, non si riuscì a combinare. Precedenti impegni gli impedirono di partecipare a una “nostra” marcia della pace, da Resina a Napoli, che stavamo organizzando insieme al circolo “Morandi”, all’Anpi, ad alcune personalità della cultura napoletana, a diversi consigli di fabbrica e altrettanti comitati studenteschi. La marcia poi in effetti si svolse a fine ottobre del ’61, con grande partecipazione popolare.

Capitini ci mise in contatto con Pio Baldelli, anch’egli perugino, suo ex allievo, poi divenuto uno dei suoi più stretti collaboratori nel movimento pacifista. Baldelli non era un uomo di fede religiosa, anzi, se non vado errato, era ateo, anche se non lo sbandierava. Ma possedeva tutte le caratteristiche tipiche del predicatore d’un tempo antico, di cui la sua terra umbro-toscana aveva dato illustri esempi fin dal passato remoto. Era un oratore brillantissimo, fluente sempre e talvolta torrenziale, passionale e controllato allo stesso tempo, straordinariamente immaginifico, del genere poetico-visionario. In vita mia, ma in epoca successiva, ho conosciuto solo un’altra persona di quel tipo, che nella mia memoria si associa immancabilmente a Pio Baldelli. Era un prete irregolare, un toscano del monte Amiata impiantato a Firenze, combattente per la pace quanto lui, suo coetaneo e suo quasi omonimo: si chiamava padre Ernesto Balducci. Le visite di Baldelli non si esaurirono nella sua partecipazione alle nostre iniziative sul tema della pace. Nel corso degli anni tornò altre volte al “De Sanctis” a parlare di cinema e di tecniche delle comunicazioni di massa, le materie del suo insegnamento all’Università di Firenze.

Sul crinale che teneva il mondo in bilico tra pace e guerra (si pensi che ancora nel ’61, quando si sperava nei primi effetti dell’iniziale “disgelo”, la Germania dell’Est concordò con Mosca la costruzione del Muro di Berlino, e che nel ’62 si arrivò sull’orlo del baratro con la crisi dei missili a Cuba),  non riuscivamo a vivere in modo spensierato la nostra giovinezza. In ciascuno covava un sottile tormento, che naturalmente si modellava in base alle personali esperienze, in gran parte indirette, e secondo le soggettive sensibilità.

Io, per esempio, portavo dentro di me i racconti di guerra dei familiari e dei loro amici che l’avevano vissuta, con tutto il suo tragico carico di dolore; e in particolare quelli di mio padre, riguardanti soprattutto l’insurrezione delle Quattro giornate di Napoli, a cui lui aveva partecipato molto attivamente, fin dalla fase preparatoria, una volta portati al sicuro noi cinque figli e mia madre in un paese dell’alta Sila. Ma più d’ogn’altra cosa mi restavano scolpite nella memoria le parole che ascoltai a diverse riprese dalla mia maestra delle elementari, l’amata signora Scaramellino. Che nel settembre del 1945, il giorno d’inizio del mio secondo anno scolastico – ma primo napoletano – si presentò a noi bambini chiedendoci di alzarci in piedi e di recitare in coro una preghiera perché Dio accogliesse la nostra voce di innocenti e le regalasse il miracolo immensamente desiderato. Solo alla fine ci disse a cosa alludeva: al ritorno di suo marito, di cui non sapeva più niente da un paio d’anni, da quando entrambi erano stati catturati dai tedeschi a Torino, subito separati e caricati su due camion e infine tradotti in Germania, con destinazione due diversi campi di concentramento. Seppi poi che il suo fu quello di Buchenwald, mentre le rimase sconosciuto l’altro di suo marito il quale, a dispetto della nostra preghiera, non tornò mai più. Non potevo dimenticare, come ancora oggi non dimentico, l’impressione che mi fece quella scossa infantile. Fu uno shock che cercai in seguito di assorbire e comprendere a fondo, con gli strumenti via via più maturi della crescente età. Perciò continuai a frequentare la mia maestra anche nei successivi periodi scolastici, fino a quello universitario e finché non mi trasferii a Roma, dove seppi con grande dolore della sua morte. Andavo a trovarla frequentemente – almeno una volta ogni due mesi – nella sua casa di via Luca Giordano dove viveva con la famiglia di sua sorella, e diventammo amici, anche se io non ho mai smesso di chiamarla “maestra”. Parlavamo di tante cose, grandi e piccole. Una volta, per esempio, dovetti consolarla perché era stata bocciata all’esame di guida per una marcia indietro non perfetta. E siccome era l’unica materia in cui potevo insegnarle qualcosa, mi dichiarai disposto a darle qualche lezione. Piccole distrazioni. Perché, prima o poi, la conversazione tornava lì, al campo di sterminio di Buchenwald, dove era stata rinchiusa per circa due anni. Mi sono poi chiesto varie volte se non abbia abusato della sua materna arrendevolezza, imponendole con le mie domande di tornare così spesso all’inferno vissuto. Può darsi, ma lei non dava a vederlo, e non esitò mai a rispondermi con lunghi, dettagliati racconti. E per me sconvolgenti. Dall’irruzione notturna in casa da parte delle SS, che sospettavano suo marito carabiniere di portare aiuti, verso la fine ’43, a gruppi di partigiani sulle montagne intorno a Torino; al viaggio in piedi in un carro merci gelido, pieno di altre donne disperate, senza avere altro con sé che il vestito indossato e l’angoscia infinita della separazione, della solitudine, di un destino terribile. Dai lunghissimi venti mesi nel lager, sottoposta a durezze fisiche inenarrabili, con un tempo cadenzato da rumori sinistri e continui segni di morte, in titanico combattimento interiore per non cedere al peso della sofferenza propria e altrui, con il cuore e la testa in perenne subbuglio, tra scambi di tenera solidarietà con le compagne di sventura, un sottofondo costante  di sconfinata nostalgia per gli affetti strappati e squarci di lucidi pensieri sugli abissi raggiungibili dalla natura umana, che l’assalivano soprattutto nell’immobilità delle file all’alba, per ore a mollo nella neve a una temperatura sotto lo zero, quando si era costrette ad attendere il passaggio in rassegna del comandante del campo e la distribuzione della razione giornaliera di patate bollite; al finale dei bombardamenti americani e inglesi, la fuga dei carcerieri, le marce sotto le mitragliate “amiche”, la caduta del Reich, la liberazione. Insperata e amarissima.

Cosa c’entra tutto questo con il “De Sanctis”? C’entra, c’entra molto. Quanto meno dal mio punto di vista. Ma non ero certo solo io a dovere fare i conti con quei tragici precedenti. In un modo o nell’altro, lo spirito di tutti gli amici del nostro giro ne era stato condizionato. E come si fa, una volta incamerate fin da piccoli quelle “conoscenze”, a scrollarsele di dosso? La prova più evidente di questa impossibilità la ebbi quando lessi Se questo è un uomo di Primo Levi, che di per sé ti fa sprofondare in un malessere ingovernabile. Ma in più a me parve di avvertire, pagina dopo pagina, come un rimbombo, una continua eco di voce femminile, e i racconti della maestra Scaramellino mi tornarono tutti in gola, come poi mi hanno accompagnato in ogni significativa tappa della vita.

Portavamo dunque dentro di noi, e ci guidava, un imperativo categorico: mai più, mai più la guerra! E si può capire quanto fossimo determinati a porlo al centro del nostro impegno, con l’obiettivo (la speranza!) di rendere più alta la voce di tutte le forze che lo condividevano. Sapevamo che una parte del mondo cattolico stava vivendo un profondo travaglio che poi, dopo lunga incubazione, trovò uno sbocco liberatorio nella Pacem in Terris, l’enciclica di Papa Roncalli della primavera del ’63. Ecco uno dei motivi per cui si creò, tra noi e molti nostri amici di fede cattolica, una resistente corrispondenza d’intenti.

Che verificammo, in forme diverse, anche in altri campi. Come la critica del capitalismo, che forse ci divideva quanto ad analisi dei meccanismi strutturali e del ruolo delle classi (per noi: soggetti in lotta e  irriducibilmente confliggenti), ma ci ritrovava vicini nella  riflessione sulla sua connaturata tendenza a ridurre tutto alla regola del profitto, e dunque a mercificare ogni cosa, compresi gli esseri umani, così condannati a un destino di snaturante alienazione. E strettamente collegato alla questione cardinale del capitalismo, ma con una sua specifica declinazione, c’era infine il terzo tema, quello dell’uguaglianza. Affrontando il quale, si aprivano spazi enormi di comunicazione tra chi, come noi marxisti, sosteneva che andava combattuto lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo sulla base di convincimenti immanentistici, e chi arrivava ad affermare l’universale parità di diritti, derivandola però da ragioni trascendenti, e cioè dal fatto che fossimo tutti creature del Signore, dotate di un’anima, e perciò portatrici di una inviolabile dignità divina.

In quel nostro atteggiamento di curiosità verso quanto succedeva in molte coscienze religiose non c’era nulla di strumentale, come riconosce senza riserve nella sua testimonianza Mario Forte. Il quale distingue tra quelle nostre sincere aperture e quel che a lui appariva, e ancora appare, un tentativo del partito comunista di sfondare nel campo dei credenti con la tecnica di carpire la fiducia dei più ingenui presentandosi come difensore degli umili, e con l’obiettivo di costruirsi intorno un’imbottitura soffice di “utili idioti”, inconsapevoli strumenti di strategie antidemocratiche. Non è qui il caso di riaprire quella discussione. Dico solo che quel giudizio mi sembra un po’ troppo approssimativo. È vero che da parte del “De Sanctis” non c’era ombra di strumentalità nel fare di quella questione un punto programmatico, ed è altresì vero che noi la impostavamo in un modo diverso dal Pci. Ma nel senso che noi mettevamo l’accento sull’importanza di un dialogo con la cultura cattolica, mentre il Pci era più interessato a trovare punti di contatto, intese parziali, compromessi temporanei con la Democrazia cristiana. Il tutto finalizzato, da un lato, a fare avanzare le rivendicazioni delle classi sociali di riferimento e, dall’altro, a non fare saltare il difficile equilibrio democratico del Paese, con il rischio di aprire la strada a pericolose avventure. Scopi nobili, se non fosse che talvolta, e poi nel tempo sempre più spesso, si tradussero in pattuizioni di corto respiro, confuse condivisioni di responsabilità, reciproci cedimenti a interessi corporativi di rispettiva protezione, e in definitiva in una pratica politicante di deteriore parlamentarismo.

Ciò non toglie che lo stesso Pci seppe elaborare, proprio in quell’arco di tempo di cui stiamo parlando, e proprio sulla questione del rapporto tra socialismo e cattolicesimo (il “cristianesimo italiano”), una riflessione che volava ben al di sopra della contingenza, seppure da essa stimolata. E a condurla non furono personaggi laterali rispetto al gruppo dirigente del partito, ma suoi esponenti di primo piano, a cominciare dal segretario Palmiro Togliatti. Il quale nel marzo del ’63, prima ancora che fosse resa nota la Pacem in Terris, pronunciò a Bergamo un discorso rimasto famoso per come seppe toccare temi molto difficili, e rivolgersi al mondo dei credenti, tendenzialmente prevenuto, con parole che a molti arrivarono con un insolito timbro di sincerità. Sono anche lì, come d’altro canto nell’opera di Giuseppe Dossetti e delle minoranze democristiane che a lui si ispirarono, le radici di quel che negli anni successivi fu chiamato, con toni sprezzanti, “cattocomunismo”, soprattutto da quelle forze intermedie che proprio sull’alleanza con la Dc, cioè sul partito dei cattolici per eccellenza, avevano basato tutta la loro strategia.

Lucio Lombardo Radice fu l’intellettuale comunista (e, sui generis, anche dirigente di partito) che più d’ogni altro si impegnò  nella prospettiva di avvicinare le due sponde, fino ad allora lontanissime. La sua figura di studioso versatile, a suo agio nel muoversi abitualmente tra i più diversi campi del sapere (dalla matematica, di cui era professore all’Università di Roma, alla filosofia, dalla letteratura alla storia delle religioni) ci affascinava. Così come lo ammiravamo per essere stato – insieme con altri giovani poi divenuti famosi, come i fratelli Antonio e Pietro Amendola, Bruno Sanguinetti, Mario Alicata, Paolo Bufalini, Antonello Trombadori, Aldo Natoli, Pietro Ingrao, ecc. –  uno degli organizzatori del famoso “gruppo romano”, un collettivo antifascista che operò clandestinamente nella capitale nella seconda metà degli anni Trenta. Sul tema del dialogo tra marxisti e cattolici Lucio Lombardo Radice aveva riflettuto e scritto come pochi, cosicché eravamo molto interessati ad ascoltare e a confrontare i rispettivi punti di vista. E infatti lo invitammo a Napoli varie volte, e lui tornò sempre molto volentieri, perché tra di noi crebbe un legame di forte simpatia, che divenne presto una bella amicizia.

Potrei continuare, ma quanto precede mi sembra più che sufficiente a dare un’idea dei princìpi guida su cui cercammo di impostare l’attività del Circolo. Che così, almeno nelle nostre intenzioni, poté spaziare a tutto campo senza perdere coerenza d’insieme. Ci tornerò più avanti.

Prima, però, devo dire la mia su una questione di fondo, che ha accompagnato tutta la vita del “De Sanctis”. Si tratta del rapporto col Pci, su cui sono state dette allora, e dopo, tante cose imprecise e il più delle volte sostanzialmente sbagliate. Anche su questo punto mi sento obbligato ad avvertire che qui esprimo solo la mia opinione e riferisco i miei ricordi, e perciò mi scuso in anticipo se il modo di scrivere apparirà come una pretesa ricostruzione obiettiva. Verso la quale cercherò naturalmente di accostarmi il più possibile. Io sono comunque uno dei pochissimi, tra i sopravvissuti, a poter dare una testimonianza in prima persona di quella vicenda.

 Comincio col dire che il Pci (e qui per Pci intendo la sfera dirigente della Federazione napoletana) fu sorpreso dall’iniziativa del Circolo “De Sanctis”. Sorpreso ed esitante sull’atteggiamento da assumere. Non si poteva certo esprimere una censura ufficiale verso un gruppo di compagni che stava impegnandosi in un’attività di promozione culturale. Il problema però nasceva dal fatto che noi non solo non avevamo chiesto il permesso (che magari nessuno pretendeva di dare), ma non ritenemmo neanche di dovere discutere in quella sede, e tantomeno di concordare, le basi del progetto che avevamo in mente. Come mai quella iniziativa? Ci sono ragioni diverse da quelle dichiarate? ho motivo di credere che si chiesero in Federazione. Avranno mica intenzione questi compagni di costituire un punto di aggregazione, di “tendenza”, possibile anticipo di una corrente e poi, vedi mai, di una “frazione”? Non c’erano indizi sufficienti per pensare questo, ma solo sensazioni e vaghi timori. Si stava coagulando un dissenso, e su quali contenuti e in quali termini? I dubbi si concentravano su Di Lillo, l’esponente più in vista della combriccola, che non ricopriva ruoli di direzione operativa nel partito, ma faceva pur sempre parte del comitato federale, ed era anche consigliere comunale in carica. La sua nota allergia per i riti ortodossi, unanimemente apprezzata, combinata con la sua ostinata autonomia professionale che, ripeto, gli aveva consigliato di non separarsi dall’insegnamento, cominciavano a prendere, agli occhi di qualcuno, una colorazione particolare. Quella marcata inclinazione all’indipendenza di giudizio, anche in ambito politico, non preludeva forse a sconvenienti pensate, non stava a indicare una predisposizione a malaugurate fratture? Il sottile sospetto si estendeva ai giovani iscritti che stavano lavorando con lui, soprattutto quelli che mostravano molto attivismo e sembravano anche i più irrequieti. Me compreso.

Bisogna dire, a questo proposito, che il Pci napoletano era acutamente sensibile a ogni avvisaglia di dissidenza. Alcuni precedenti, due in particolare, ancora scottavano, benché si fosse provveduto a spalmare molta pomata sulle ferite. Il primo risaliva all’ottobre del ’43, alle settimane immediatamente successive alle famose Quattro giornate, quando si arrivò a una frontale spaccatura e addirittura alla nascita di una seconda Federazione in via Montesanto, alternativa a quella ufficiale di via San Potito, diretta emanazione del Centro del partito che si stava organizzando nell’Italia liberata. La disputa verteva sulle modalità di scelta dei dirigenti, ma soprattutto sulla linea da adottare in quel frangente decisivo per le sorti della guerra che continuava al Centro-Nord.

Da una parte c’erano Eugenio Reale e poi Elio Spano –  inviati a Napoli in anticipo di qualche mese sull’atteso arrivo di Togliatti – che sostenevano la politica di unità nazionale e cioè delle larghe alleanze antifasciste, fino a comprendervi i monarchici, nella convinzione che la questione istituzionale dovesse essere rinviata a dopo la vittoria, e affidata a quel punto a un referendum popolare. Come poi in effetti accadde. Dall’altra c’era un nutrito gruppo di dirigenti locali, quasi tutti attivi antifascisti fin dagli anni Trenta, e poi tra gli organizzatori della insurrezione napoletana. La durezza delle battaglie affrontate, in condizioni di lungo isolamento, e forse anche l’influenza di rimbalzo – non certo diretta – dell’illustre concittadino Amadeo Bordiga, ne avevano forgiato il carattere di estrema intransigenza. Tra i personaggi di maggior rilievo del gruppo, che godevano di grande popolarità, tanto da ricoprire ruoli importanti nella vita politica del dopoguerra, anche a livello nazionale, mi limito a citare Mario Palermo, Eugenio Mancini (che era fratello di Pietro, il patriarca socialista di Cosenza, e quindi zio di Giacomo, più volte ministro ai tempi del centro-sinistra), Vincenzo Ingangi, Ottavio Cecchi, Ennio Villone. La loro posizione fu così riassunta dal senatore Mario Palermo nelle sue memorie:

Propugnavamo una azione rivoluzionaria che dichiarasse decaduta la monarchia, punisse con la morte il re traditore, eliminasse ogni forma o simbolo del fascismo.

La scissione durò pochissimo. Gli eventi incalzavano, l’atteggiamento degli alleati, soprattutto degli inglesi, lasciò intravvedere uno sviluppo della situazione che non piaceva affatto, si capì presto che procedere divisi in quelle drammatiche circostanze avrebbe peggiorato le cose, e si arrivò a un radicale ripensamento. A fine dicembre la rottura si era già ricomposta. Ma la ferita rimase, lasciando nelle vene del Pci napoletano un bruciore che ogni tanto si riacutizzava.

Come avvenne dieci anni dopo, quando un collettivo di giovani intellettuali comunisti, capeggiati dal biologo Guido Piegari che li aveva riuniti nel “gruppo di studio Antonio Gramsci”, misero in discussione la linea del partito sulla questione meridionale, criticando l’intera politica di “rinascita” sostenuta da Giorgio Amendola, allora segretario regionale della Campania e membro della direzione nazionale, e perciò massimo esponente del Pci nel Sud.

Per una ricostruzione breve ma efficace di quella storia bisogna tornare ancora una volta al Mistero napoletano di Ermanno Rea. C’è dunque più di un motivo per consigliarne la lettura. Qui aggiungo solo che, oltre a Piegari, i principali animatori del gruppo erano tutti studiosi preparatissimi e agguerriti polemisti: Gerardo Marotta, Ugo Feliziani, Ennio Galzenati, Paolo Hermann, Enzo Oliveri, Giovanni Allodi. Qualche anno dopo mi capitò di conoscerli bene quasi tutti e di riceverne una diretta versione dei fatti. La dissidenza destò non poco allarme in tutte le sfere dirigenti e a vari livelli, tanto che su di essa intervenne persino Togliatti in persona. Le cose però non si aggiustarono e quasi tutti i protagonisti di quel collettivo finirono fuori dal partito.

Non era stata invece di stretta pertinenza napoletana il forte scossone che investì il Pci nel ’56, dopo la rivolta ungherese e la repressione dei carri armati sovietici, che tuttavia coinvolse anche nella nostra città un gran numero di militanti. Tra i dimissionari ci fu anche mio zio Vincenzo, quello della famosa “libreria Maone” di via Scarlatti, luogo di appuntamenti della intellighenzia di sinistra, non soltanto vomerese (lo dico perché il fatto mi colpì molto, e mi indusse a un supplemento di riflessione, visto che proprio in quel periodo stavo per prendere la tessera del partito: che poi presi l’anno successivo, dopo lunghe meditazioni).

Come si vede, non erano mancate in passato forti inquietudini nel partito comunista di Napoli. E si capisce perché la nascita del “De Sanctis” sollevò qualche timore. Noi sapevamo di essere osservati con particolare attenzione. Ma non ce ne facevamo condizionare in alcun modo. Talvolta Di Lillo ed io ne parlavamo, senza però dare troppo peso alla cosa, anche perché le diffidenze, che noi attribuivamo più a questo o quel dirigente che “al partito” nel suo complesso, viaggiavano sotto traccia e non avevano mai dato luogo ad aperta ostilità. Maggiori problemi si posero invece qualche tempo dopo, nel secondo e terzo anno di attività, come dirò meglio in seguito. Ma comunque mai esplosivi, tanto che in diverse occasioni, sempre legate a iniziative culturali, cercammo – e ci riuscì facile – di collaborare. E non mancarono segni di stima reciproca, come ad esempio in un caso che mi riguarda e che racconto solo perché risultò decisivo per tutta la mia vita a venire.

Occorre qui un piccolo stacco in avanti nel tempo; poi tornerò indietro. Eravamo verso la fine del 1963. Gerardo Chiaromonte mi propose di andare a Lecce per seguire un convegno organizzato da alcuni docenti sul tema delle istituzioni universitarie nel Mezzogiorno e farne poi un resoconto per la sua rivista. A quel tempo Chiaromonte – che insieme con Giorgio Napolitano  costituiva la coppia più autorevole di dirigenti locali, di filiazione amendoliana, destinati a ricoprire più tardi altissimi incarichi a livello nazionale, sia di partito che in Parlamento – era direttore di Cronache meridionali, il periodico antagonista del liberale Nord e Sud di Francesco Compagna. Accettai di buon grado, senza minimamente immaginare che da quel momento la mia vita sarebbe cambiata. Al convegno partecipavano anche alcuni esponenti politici di vari partiti. I comunisti erano Alfredo Reichlin, allora segretario regionale della Puglia; Giuseppe Chiarante, che dirigeva come vice di Rossana Rossanda la sezione culturale di Botteghe Oscure; e Luigi Berlinguer, il cugino di Enrico, trentenne e già deputato. Con i primi due avevo già avuto modo di parlare in precedenti occasioni, ma non si può dire che li conoscessi bene. Berlinguer invece non l’avevo mai visto. Considerate le credenziali con cui mi presentavo, fui invitato a cenare con loro la prima sera. Chiacchierammo di varie cose, e naturalmente anche di quel che nel convegno si era discusso in giornata. A conclusione fu Berlinguer a chiedermi di iscrivermi a parlare per il giorno dopo, anche se non ero lì per quel motivo. Esitai, perché quel consesso mi incuteva soggezione. Ma poi, spinto anche dagli altri, mi feci coraggio. E ci rimisi il sonno di una notte. Nella mia stanzetta d’albergo preparai l’intervento, ritoccandolo più e più volte, cosicché mi restò solo un’ora per dormire. Ma allora la giovanissima età me lo permetteva. Le cose poi andarono bene e ricevetti i complimenti del trio. Non ebbi neanche il tempo per gustarmi i riconoscimenti perché proprio in quelle ore radio e televisione trasmisero la notizia dell’attentato di Dallas a John Kennedy. Ripartii in treno insieme con Chiarante. Prima di separarci a Benevento, lui in proseguimento per Roma, io per Napoli, gli chiesi di scrivere al mio posto l’articolo per Chiaromonte. La trasferta leccese mi aveva già sufficientemente stressato.

Una settimana dopo ricevetti una telefonata da Roma. Era Rossana Rossanda che mi invitava ad andare a trovarla. Mi voleva proporre di trasferirmi a lavorare con lei alla commissione culturale centrale. Penso, con ragione, che l’idea le sia stata suggerita da Beppe Chiarante, con il consenso di Berlinguer. Mi tormentai per un’altra settimana prima di rispondere. E alla fine dissi di sì, mutando il corso della mia esistenza.

Chiudo lo stacco, ritornando al nodo del rapporto tra il “De Sanctis” e il partito comunista, per ribadire un caposaldo della nostra iniziativa. Nonostante molti di noi promotori avessimo fatto una netta scelta di campo politica e ideale, fummo anche molto decisi a impedire che si determinasse in qualunque forma una sorta di dipendenza. Da questo punto fermo derivarono le inquietudini, forse anche le incomprensioni e i sospetti, ma anche le prove di rispetto reciproco di cui ho detto. Eppure il nostro Circolo fu considerato una diretta emanazione del perfido Pci, e non soltanto dai concentramenti del più ottuso anticomunismo, ben riscaldati dalla stampa locale, con in testa Il Mattino, ma anche da altre parti, dai luoghi di una borghesia colta, in grado appunto di coltivarne uno più ragionevole ma non meno acceso.

Di tutt’altra natura erano le riserve che noi suscitavamo in tanti frequentatori del Circolo, più o meno assidui, che pure ci riconoscevano dei meriti e apprezzavano le nostre intenzioni. Se ne possono comprendere i motivi leggendo le note qui pubblicate di Giovanna Mozzillo, che sento di dovere ringraziare per la sincerità e il garbo con cui riprende un tema piuttosto molesto, sul quale ero e sono ancora particolarmente sensibile. Facendo uno sforzo per trasferirmi a quei tempi, non mi è difficile capire come, ad occhi estranei al nostro gruppo, gli atteggiamenti di alcuni di noi potessero dare un certo fastidio, apparendo carichi di saccenza e quasi del tutto privi di intelligenti dubbi. Ammetto che qualcosa di vero doveva pur esserci, se davamo quella impressione. Tuttavia, nel ricostruire dal mio punto di vista il perché di quei nostri modi d’essere e di esprimerci, invito a tenere conto, non a scusante ma a spiegazione, di due nostre ricorrenti angustie. Una era la sensazione di accerchiamento in cui ci pareva di vivere, e che ci industriavamo a fronteggiare facendoci talvolta forza con l’uso di toni perentori. Non si dimentichi che “i comunisti” non solo non hanno governato l’Italia negli anni di cui stiamo parlando, come da qualche tempo una bugiarda propaganda vuole fare credere, ma al contrario furono duramente discriminati, molto spesso schedati e tenuti sotto osservazione poliziesca; e che la discriminazione, massima nelle fabbriche con i reparti-confino, investì – io posso testimoniarlo sia per gli episodi che riguardarono mio padre sia per averne subìto io stesso qualche sgradevolissima scheggia – anche le aree intermedie della società. L’altra era una certa rabbia che ci prendeva nel ritrovare, in molti nostri interlocutori, la costante tendenza a cui ho accennato all’inizio di queste note: quella di calcare l’accento sempre sull’ “io” anziché sul “noi”, fino a mettere i due termini in pregiudiziale conflitto. Era una tendenza che io notavo soprattutto nelle amiche donne (perché gli uomini, almeno quelli che frequentavo, o la pensavano come noi oppure si mostravano di gran lunga più superficiali e perciò del tutto indifferenti al problema). Oggi, dopo la scuola di femminismo che anch’io ho frequentato – non saprei dire con quanto profitto –, credo di capire meglio da dove nasceva quella “tendenza” e forse riuscirei a darne una spiegazione meno rozza di allora. Cioè di quando io e i miei compagni temevamo che le grandi domande esistenziali, e i tormenti interiori che sempre le accompagnano, potessero funzionare da alibi per non battersi (o anche solo per frenare un pieno coinvolgimento nelle battaglie) contro le macroscopiche ingiustizie sociali nelle quali eravamo immersi. Con l’andare del tempo tante rigidità della giovinezza si sono corrette, via via che le esperienze mi hanno indotto ad affinare la riflessione sul tema della soggettività, nelle sue poliedriche sfaccettature: l’uno e il molteplice, l’io e il resto dell’esistente fuori di me, l’io e gli altri-le altre “io”. Non ho però cambiato la convinzione che nessun essere umano, donna o uomo che sia, potrà mai salvarsi da solo.

Il primo anno di attività del Circolo dette molta soddisfazione al nostro spirito di iniziativa. Se ne parlò in tutti gli ambienti potenzialmente interessati, la sala delle conferenze (non grandissima, a dire il vero) era sempre affollata, il programma si svolse senza rilevanti intoppi e si raggiunse presto un numero di soci sufficiente per andare avanti.

Tra la fine del ’61 e gli inizi del ’62 accaddero due fatti che incisero non poco nella vita del “De Sanctis”. Il primo fu un evento molto doloroso. All’improvviso Giuseppe Di Lillo, il nostro prestigioso “capitano”, scoprì d’avere un micidiale tumore al cervello, che lo portò alla morte nel giro di pochi mesi. Per tutti coloro che lo conoscevano, a cominciare dai suoi tanti allievi, il colpo fu di quelli che non si assorbono facilmente. E si può immaginare quanto duro sia stato per chi aveva promosso con lui l’avventura del Circolo e gli era legato da grandissimo affetto, oltre che da profonde affinità ideali. Fui proprio io il primo ad accorgersi che non stava bene. C’eravamo visti nella sede di piazza degli Artisti a fine mattinata, come spesso facevamo anche quando non c’era una specifica ragione, ma giusto per controllare che le cose stessero andando per il loro verso e scambiarci qualche idea sui programmi in allestimento. All’ora di pranzo stavamo per lasciarci, ma lui mi chiese di accompagnarlo a casa sua, distante circa un quarto d’ora di cammino, in via Pietro Castellino. All’inizio del tratto in salita Di Lillo interruppe la conversazione, appoggiò una mano sulla mia spalla e, con una certa fatica, mi disse che gli stava succedendo qualcosa di strano. Per la precisione, un giramento di testa e una vista disturbata da lampi accecanti molto colorati. Mi venne da tremare, ma riuscii ugualmente a condurlo a casa, balbettando due parole insensate sulla causa del malore: la stanchezza, decretai, consegnandolo alla moglie, e raccomandandole di farlo riposare. E invece era l’inizio della fine. Gli amici, a cui ne parlai subito in giornata con molta preoccupazione, non ne colsero la gravità, quasi rifiutando di prenderne atto. Alcuni addirittura mi rimproverarono di allarmismo. Purtroppo dovettero presto ricredersi.

L’altro fatto riguarda invece una felice acquisizione che facemmo in seconda battuta, una new entry, potremmo dire oggi che abbiamo imparato l’inglese maccheronico. Parlo di Niclo Palmieri, un venticinquenne professore di filosofia con multiformi interessi in materie anche molto lontane dai suoi studi universitari, come l’architettura o il cinema, sempre al passo con gli sviluppi più avanzati del pensiero nel campo suo proprio e in quelli della politica e della sociologia. Niclo era un uomo di cultura come raramente se ne trovano di quell’età. Ma non è tutto. Era anche molto spiritoso, tanto compassato e inattaccabile nella sua calma olimpica, pari solo a quella delle originarie montagne irpine, quanto sottilmente arguto e dotato di un irresistibile e talvolta fulminante humour anglo-avellinese. Col passare del tempo Niclo non ha perso nessuna di queste qualità, anzi le ha tutte via via perfezionate. Anche se da qualche anno le sfrutta di meno, preso com’è da passione “senile” per le moderne tecnologie informatiche, che utilizza con sapienza filosofica, piegandole ai bisogni di un estro artistico finalmente liberato. Ma per me – mi si perdoni il conflitto di interessi – la sua qualità più preziosa consisteva e ancora consiste nel fatto che era, e continua ad essere, un mio amico. Un mio carissimo amico, di quelli che una volta conquistati non si possono più perdere.

Come anch’egli scrive, nell’intervento qui pubblicato, fui io a proporgli di impegnarsi nell’impresa che stavamo costruendo da più di un anno. Lo convinsi con facilità perché Niclo condivideva l’impostazione di fondo del lavoro avviato. Ma aveva anche altre idee che gli frullavano in testa. Non in contrasto con le nostre, piuttosto a integrazione. E si vide subito con il suo ingresso nel comitato direttivo. Obiettivamente si può dire che da quell’innesto l’attività del Circolo ricevette non soltanto uno stimolo ad allargare l’orizzonte con l’apertura di altre finestre ma, più in profondità, una vera e propria impronta che ne caratterizzò tutta intera la vita successiva. Niclo ne elenca i punti essenziali con la stessa modestia che ho già notato nelle pagine di Massimo Di Rosa. Entrambi, a sentir loro, sembrerebbe che siano stati semplici soci del “De Sanctis”, per qualche tempo un po’ più attivi di altri. E invece ne furono due pilastri determinanti, senza i quali quella storia sarebbe stata diversa.

Quanto al contributo di Niclo Palmieri, le cose andarono per gradi. Tanto per semplificare, tra la sua lettura di Marx e quella, ad esempio, di Di Lillo – ma anche di quasi tutti gli altri fondatori – c’era notevole differenza. E così anche, di conseguenza, per quel che riguardava la critica al pensiero di Benedetto Croce e al suo storicismo. Finché visse Di Lillo, gli accenti diversi convissero agevolmente, senza dar luogo a particolari evidenze. Ma, a partire dalla metà del ’62, divenne via via più chiara la correzione di tiro impressa all’attività del Circolo da parte di Niclo, che nel frattempo aveva proceduto per suo conto a maturare, sul piano culturale, un’interpretazione in chiave “strutturalista” del pensiero di Marx e, sul piano più strettamente politico, la convinzione che la linea del Pci (tutta orientata alla critica della borghesia nazionale in quanto arretrata e incapace di guidare lo sviluppo capitalistico al pari di altri paesi europei, e perciò alla necessità che la classe operaia ne prendesse le veci svolgendone le dovute funzioni, sia pure con “gli opportuni correttivi”)      fosse inadeguata a cogliere la nuova sostanza sociale che stava emergendo sotto le apparenze e che avrebbe potuto offrire nuovi elementi utili alla costruzione di una più radicale alternativa. Tutti noi che dirigevamo il Circolo assecondammo volentieri questo nuovo indirizzo. In un certo senso si può dire che fossimo stati, fino ad allora, “portatori sani” di quell’ordine di pensieri, solo parzialmente consapevoli di quale fosse tutta la loro portata.

Mi sembra ora necessaria una piccola integrazione relativa ai rapporti tra noi del “De Sanctis” e il partito comunista, a cui non sfuggì per nulla il “nuovo corso”. Fino al 1962 le cose procedettero come ho già detto: né amore né conflitto, né sostegno né boicottaggio, solo cautela e interrogativi, dietro a una formale cordialità. In quell’anno avvennero dei cambiamenti nel Pci napoletano, che furono determinati da tutt’altre questioni interne all’organizzazione, ma ebbero poi un riflesso anche sui nostri contatti. Per vari motivi il Centro nazionale del partito decise che il segretario della Federazione di Napoli, Abdon Alinovi, dovesse essere sostituito da Giorgio Napolitano. Che di conseguenza, per l’incompatibilità sancita dallo statuto, non venne ricandidato alle elezioni dell’anno successivo per la Camera dei deputati, dove era entrato giovanissimo fin dal 1953. Fu l’unica legislatura “saltata” dall’attuale Presidente della Repubblica (oltre a quella tra il ’96 e il 2001, quando si presentò e non fu eletto, ma solo a causa di un paradossale effetto della legge allora in vigore).

Napolitano aveva, come ancora ha, buon naso. E comprese subito dove noi stavamo andando a parare. Più di una volta mi telefonò dicendosi incuriosito del taglio che stava prendendo la programmazione del “De Sanctis” e invitandomi ad andare a trovarlo in Federazione per parlarne. Il nostro lavoro era molto apprezzato da Napolitano, che infatti se ne complimentò con accenti sinceri. Poi però, con stile non solo cortese e signorile, come è sua caratteristica, ma anche più informalmente cordiale e amichevole, e insomma tutt’altro che inquisitorio, mi chiese in vari modi come mai da qualche tempo, quando c’era da invitare un oratore comunista, la nostra scelta cadeva sistematicamente su “compagni di un certo orientamento”. L’elenco dei nomi era in effetti piuttosto lungo, e ancora più lungo diventava per la ripetizione delle loro presenze: Rossana Rossanda, Sergio Garavini, Lucio Magri, Lucio Colletti, Luigi Pintor, e tanti altri in odore di “eresie sinistrorse”, pur se di tendenze nient’affatto univoche, come Alberto Asor Rosa, Mario Tronti, Lucio Libertini, Claudio Napoleoni, Livio Maitan, Augusto Illuminati, Massimo L. Salvadori, Vittorio Foa. Mi apparve chiaro che Napolitano voleva capire se c’erano, e quali fossero, eventuali nostre nascoste intenzioni. Il fatto mi sorprese perché era la prima volta che un dirigente di alto grado mi parlava – sia pure privatamente, ma comunque esplicitamente – di  tendenze diverse in seno al partito. La mia risposta fu sempre la stessa. A noi interessavano quelle tematiche e solo le relative competenze ci guidavano nella ricerca dei conferenzieri. E che non agissimo in senso “unilaterale” era dimostrato dal calendario completo dell’attività programmata (che qui viene riportato in appendice). Sapevo benissimo di eludere la vera domanda e perciò non mi illudevo di averlo convinto. La comune militanza e un’antica conoscenza affettuosa consentirono tuttavia alle nostre personali relazioni di non subire mai antipatiche graffiature. Ma anche quelle con il “De Sanctis”, da parte sua come degli altri dirigenti della Federazione, camminarono su binari più che corretti. Tant’è che Napolitano fu invitato e venne da noi più volte a parlare (una volta, ad esempio,  presentò un suo libro di politica economica sulle Partecipazioni statali), o semplicemente a seguire dibattiti con altri protagonisti.

Ma i fatti degli anni successivi si incaricarono di confermare il fondamento dei suoi sospetti sulle nostre prevalenti inclinazioni politico-ideali. In realtà noi ci muovevamo sempre meno vagamente in direzione di una critica “da sinistra” sia dello stalinismo sia delle lezioni che il Pci ne stava traendo, nel tentativo di staccarsene. E questo avveniva ben prima che prendesse forma compiuta ed emergesse pubblicamente la dissidenza ingraiana, con l’XI congresso del ’66. A quell’esito molti di noi erano dunque già pronti da tempo. Ma poi la vicenda non ebbe fine con quello scontro, perché dopo tre anni si arrivò alle conseguenze estreme: prima la nascita del manifesto e poi la radiazione dal partito, in rottura anche con Pietro Ingrao, che al momento decisivo ritenne troppo avventuroso imboccare quella strada. Tutte tappe che io vissi a Roma proprio nei luoghi dove più si svolgevano, avendo lavorato alla Direzione nazionale del Pci di via Botteghe Oscure dal dicembre del ’63 alla fine del ’66, a seguito dell’invito rivoltomi da Rossana Rossanda, che ne dirigeva la commissione culturale; e avendo poi subìto le sorti delle poche truppe ingraiane sconfitte e successivamente partecipato al nucleo fondatore del “manifesto” fin dal suo concepimento a Parigi nelle giornate del Maggio francese.

Per me, dunque, cominciava un’altra impresa avvolgente che tuttavia, in buona misura, affondava le radici negli anni del “De Sanctis”. A cui ritorno, per evocarne alcuni aspetti sinora appena sfiorati e che io invece considero tra i più significativi e perciò indispensabili al completamento del quadro. Alludo al complesso straordinario di relazioni “esterne”, al di fuori cioè del nostro piccolo giro, che l’attività del Circolo ci permise di intrecciare. Furono talmente tante che conviene dividerle per capitoli.

Inizio con quello che ebbe come perimetro le mura cittadine, e che può far capire meglio di qualunque discorso il carattere di speciale apertura che riuscimmo a imprimere al lavoro del “De Sanctis”. E ciò non in contraddizione con la sua identità di “sinistra radicale”, ma proprio come sua naturale proiezione. Faccio due esempi riguardanti l’intellettualità napoletana, nei due versanti dell’ambiente scientifico e di quello letterario. Ebbene, gli studiosi e gli scrittori che ne facevano parte non erano perlopiù affatto riconducibili al nostro schieramento politico, eppure in gran numero furono ugualmente interessati e attratti dalla novità che il Circolo rappresentava per Napoli, fino a diventarne frequentatori assidui, protagonisti di pregevoli iniziative e in qualche caso anche membri della struttura direttiva. Cosicché potemmo godere dell’amicizia di alcuni scienziati, soprattutto nei campi della fisica, come Giulio Cortini e, più tardi, Ettore Pancini; e della biologia, come Giuseppe Montalenti, o Adriano Buzzati Traverso e buona parte del gruppo che lavorava al Laboratorio internazionale di genetica e biofisica, da lui inaugurato proprio in quel periodo negli spazi della Mostra d’Oltremare.

La stessa cosa avvenne con la pattuglia di scrittori napoletani del tempo. Domenico Rea era il più noto e fu anche l’unico che si tenne a distanza dai nostri territori. Non saprei dire perché. Ci conoscevamo, in altri luoghi capitava che ci incontrassimo e conversassimo, almeno in apparenza, cordialmente. Ma mai al “De Sanctis”. Con gli altri, invece, i contatti furono continui. In principio soprattutto con Luigi Incoronato, lui sì comunista di forti passioni, nato in Canada in una famiglia di emigrati molisani poi tornati in patria negli anni Trenta, allievo della Scuola Normale di Pisa e, dopo essere stato ferito gravemente in guerra, partigiano nelle campagne intorno a Campobasso. Incoronato era un misto impareggiabile di vena popolare e di eleganza. Eravamo amici, passavamo assieme qualche sera in trattoria, non solo come coda di pomeriggi al Circolo ma proprio perché ci cercavamo. Il ricordo mi porta a notare con disagio autocritico che la mia sensibilità non doveva essere sufficientemente allenata (per l’età, per il modo “ingordo” con cui vivevo la politica?) se non mi consentì di cogliere a quale grado di disperazione stavano arrivando i suoi tormenti, che pure in superficie mi toccavano, eccome! Un buco dell’anima di cui m’accorsi di botto, alla notizia straziante che Luigi Incoronato s’era suicidato al termine d’una giornata “normale”. Era l’inizio del 1962, lo stesso periodo in cui morì Di Lillo.

Non erano invece comunisti né Luigi Compagnone, che anzi oscillava tra sinistrismi e collaborazioni al Borghese di Leo Longanesi e che per questo non era certo benvoluto dai vertici del Pci; né il moderato Michele Prisco, già avviato alle vette delle classifiche nazionali per premi letterari e vendite in libreria; né il cattolico, di profonda e praticata fede, Mario Pomilio. Ma a tutt’e tre il Circolo dovette apparire un luogo di discussioni e scambi ossigenanti, che dava loro speranze e li incoraggiava a scrivere, anziché deprimerli come il contesto “laurino” della Napoli d’allora. Contesto che pesava su tutti e che noi cercavamo di rompere avendo un occhio costantemente attento a guardare quel che accadeva fuori dalla città, dove per l’appunto costruimmo il grosso delle nostre “relazioni”.

 Le cercammo prioritariamente nei centri di attività culturale analoghi al nostro. Ero soprattutto io a viaggiare, e ciò spiega perché da ora in avanti il racconto procederà quasi esclusivamente in prima persona, ancor più che nelle pagine precedenti. Giravo come una trottola per l’Italia, un po’ perché i miei impegni di lavoro retribuito non erano “regolari” come quelli degli altri componenti del direttivo e mi permettevano di ritagliarmi il tempo per frequenti sortite, e un po’ perché mi piaceva, ero curiosissimo del mondo lontano. Andai in tutte le città dove sapevo che esistevano circoli di cultura di particolare interesse per noi. Avevamo letto gli indici delle loro manifestazioni, dai quali si potevano intuire i programmi, ma non ci bastava. Volevamo essere informati delle discussioni che li precedevano e li mettevano a punto, e più in dettaglio delle loro forme organizzative. Speravamo di trarne utili suggerimenti per il nostro lavoro e di stringere, eventualmente, qualche accordo di collaborazione.

Alla Casa della cultura di Milano incontrai per la prima volta Rossana Rossanda, che ancora la dirigeva, prima di essere eletta deputata nella primavera del ’63 e, nel contempo, di trasferirsi a Roma, quando Togliatti la propose al X congresso del Pci come responsabile della commissione culturale nazionale. Oltre che con lei, parlai a lungo con Laura Conti e poi con Michelangelo Notarianni, e quei colloqui mi riempirono di idee perché mi fecero intravvedere la vastità degli spazi da noi ancora non esplorati. Può darsi che io fossi arrivato già predisposto a “bermi” come interessanti tutte le cose che avrei ascoltato, ma a posteriori tenderei a escludere che sia stato quello il motivo della mia soddisfazione. Di Laura Conti, per quanto la stimassi molto e ne abbia seguito tutte le anticipatrici battaglie ambientaliste, posso dir poco, perché i miei contatti successivi con lei, pur numerosi, ebbero sempre carattere episodico. Viceversa, le circostanze della vita mi hanno poi portato a lavorare a lungo con gli altri due ed a conoscerli talmente bene da diventarne amico fraterno. Posso perciò superconfermare, avendoli frequentati per anni quotidianamente, che il fascino da cui fui investito era solo in minima parte dovuto alla mia predisposizione o alla “spaesamento” d’allora, visto che ha resistito per tutto il lungo corso del nostro camminare insieme. Per quanto riguarda Rossana non c’è bisogno di aggiungere nulla alla sua figura già pubblicamente molto nota, alle sue doti umane di genere femminile, intellettuali di rara raffinatezza e politiche di specie inconfondibile. Si sa molto meno di Michelangelo Notarianni, quasi mai in prima fila, eppure l’uomo più colto, più intelligentemente colto, che io abbia conosciuto. Che non avrebbe sfigurato – glielo dicevo per riderci sopra, ma seriamente – a un concorso internazionale del “sapere”. Neanche Michelangelo poteva colmare le mie enormi lacune con il trasferimento generoso di parti della sua scienza, ma ebbe nei miei confronti il merito grandissimo di farmi gustare più volte il sapore della cultura di qualità, tanto da mettermi in condizione di riconoscerla all’assaggio dei primi bocconi e di distinguerla dai prodotti scadenti. Cosi concretizzando uno dei tanti esempi – invero il meno ignobile – della mia attitudine a vivere da “parassita”. Si può capire perché la morte di Michelangelo, avvenuta nell’estate del ’98, abbia lasciato una ferita non suturabile nella mia anima e io ne avverta di continuo l’assenza.

A Torino c’era l’ “Unione culturale” (che in verità non mi conquistò, per quella che mi parve – forse sbagliando – una sua pesantezza da “istituzione”, mentre passai molto più tempo alla Casa editrice Einaudi, come dirò dopo) e a Genova la “Società di cultura”, dove conobbi un gran numero di persone interessanti, a partire da Enrica Basevi, che la presiedeva, e da un prestigioso scienziato, il fisico Ettore Pancini, che in seguito venne a insegnare all’Università di Napoli. Anche quelle visite risultarono utilissime, per i consigli ricevuti e per la collaborazione che aprirono. Attraverso la “Società di cultura” entrai in contatto anche con un folto gruppo di giovani intellettuali, assistenti universitari e studenti laureandi, quasi tutti ruotanti intorno all’Istituto di storia contemporanea, che pur partecipando alle attività di quel Circolo organizzavano poi autonomamente altre loro specifiche iniziative culturali.

A rendere ancora più stimolanti quei viaggi contribuirono due felici circostanze. La prima fu la straordinaria vivacità che mostrava Genova in quel periodo, successivo di poco alle travolgenti giornate antifasciste del giugno e del luglio Sessanta che avevano portato alla caduta del governo Tambroni. Vivacità politica e, anche, creatività artistica: che si espresse tra l’altro in una fioritura eccezionale di talenti canori, i famosi cantautori genovesi, tutti rimasti in un posto di riguardo nella hit parade della musica leggera italiana del Novecento (Gino Paoli, Umberto Bindi, Bruno Lauzi, Luigi Tenco, Fabrizio De André ai primi passi).

La seconda riguardava me personalmente. Dicendo della mia scelta di abbandonare gli studi giuridici e di avviarmi a quelli storici, nella parte iniziale di queste note ho fatto cenno agli sviluppi “persino curiosi” della vicenda, che ho evitato di approfondire per non andare fuori tema. Ora però che sto parlando di Genova, non posso mancare di dirne almeno l’inizio. In quel tempo io non cambiai solo facoltà ma addirittura Università, e la nuova sede fu proprio quella di Genova, dove perciò andavo spesso per trascorrervi brevi ma intensi periodi. E tanto basta a ricomporre il puzzle, aiutando a spiegare i miei intrecci con l’ambiente dell’Istituto di storia, che poi cercai di utilizzare, con alterne fortune, anche ai fini dell’attività del “De Sanctis”.

 Tra i circoli di cultura del tipo che noi cercavamo, una menzione particolare merita quello di Firenze. Dove io andai diverse volte, più che altrove, sia per ragioni di minore distanza da Napoli, sia perché il nutrito gruppo di intellettuali che lo dirigeva, capeggiato dallo storico Ernesto Ragionieri, si era dato l’obiettivo di associare il maggior numero possibile di organismi similari, tantissimi dei quali operavano in piccoli centri, e spesso in condizioni di isolamento. Anche a Firenze raccolsi buoni risultati. Ragionieri mi aiutò ad allargare la rete dei contatti che già avevamo in zona, e lui stesso accettò di venire da noi in più di un’occasione.

 Alle riunioni con gli altri circoli d’Italia andavamo in due, Niclo Palmieri ed io, così potevamo dividerci il compito di parlare con tutti i partecipanti. Che erano davvero molti, provenienti dalle realtà più diverse del Nord e del Sud. Quei convegni ci dettero un quadro abbastanza preciso di come si lavorava in altre città e ci fecero conoscere tanti personaggi interessanti. Cito i due che ricordo meglio, anche per averli rivisti negli anni seguenti in diverse circostanze. Uno era Loris Fortuna, un giovane socialista battagliero che dirigeva un circolo di Udine e che poi, diventato deputato alla fine del decennio, divise con il liberale Baslini la paternità della legge sul divorzio. L’altro era Ulisse Guzzi, un simpatico, “strano” industriale, della famiglia che dette il nome alle famose motociclette. Strano perché, distinguendosi dal suo ambiente naturale, aveva combattuto nella Resistenza e, dopo la Liberazione, pur conservando le proprietà che gli spettavano e le relative responsabilità di gestione, si era sempre dato molto da fare a Lecco nel campo progressista, fino a sostenerne le più importanti iniziative, compreso il Circolo di cultura per conto del quale partecipava a quella riunione. Quando, agli inizi del ’69, andai a trovarlo a Lecco per dirgli dell’imminente uscita del “manifesto”, la rivista che poi provocò la nostra radiazione dal Pci, fui accolto con inusuale cordialità. E poiché all’inizio cercavamo minime sottoscrizioni sotto forma di abbonamenti, la sua fu molto generosa. Dovette funzionare anche in quel caso, e a così grande distanza temporale, la solidarietà tra circoli di cultura di comune ispirazione.

Un capitolo a parte è da riservare alle intese con le Case editrici, che per noi si dividevano in due categorie: quelle con cui l’accordo si limitava a presentarne le novità librarie (sempre selezionate in base alle nostre scelte) in cambio di un contributo alle spese, a forfait annuale o volta per volta; e le altre che si aprivano a una collaborazione più larga, soprattutto facilitandoci i contatti con i loro autori, anche quando puntavamo a coinvolgerli in iniziative non legate alla loro produzione. A mostrarsi più disponibili, tra queste ultime, furono la Feltrinelli e l’Einaudi, che io visitavo in tutti i miei giri al Nord, almeno tre o quattro volte l’anno. È solo una piccola esagerazione dire che in via Andegari, a Milano, ero diventato di casa. Al punto che, se si trovava in sede, non mancava la conversazione nel suo ufficio con Giangiacomo Feltrinelli, che ormai mi riconosceva nella doppia veste del “Circolo De Sanctis” e della “libreria Maone”, mi riempiva di consigli sull’uno e sull’altro fronte – sinceramente: non proprio convincenti e nemmeno praticabili – e mi chiedeva sempre come stava cambiando Napoli. Poi passavo da Alba Morino, un’energica donna pugliese, capacissima responsabile dell’ufficio stampa, con la quale si andava al sodo. Ma un “sodo” che non aveva nulla di biecamente commerciale, ammorbidito com’era dal piacere di trattare comunque di libri e di andare “dalla stessa parte” in un tempo di speranze che si stavano riaprendo. Si capiva benissimo, da ogni brano di conversazione, che era quello il sentimento dominante, così come si vedeva altrettanto bene che le piacevano il nostro entusiasmo e la mia intraprendenza.

Un po’ diversa era l’atmosfera che si percepiva entrando nella storica sede torinese della Einaudi, in via Biancamano. Dominavano l’ordine e l’austerità della tradizione piemontese, e – così mi parve – anche il rigoroso rispetto delle gerarchie. Non parlai mai con Giulio, il capo supremo. Ma fui molto bene accolto da Guido Davico Bonino e da Roberto Cerati, responsabili rispettivamente dell’ufficio stampa e di quello commerciale, con i quali mi fu agevole tracciare le basi di una proficua collaborazione, che poi ritoccavamo ad ogni successiva visita. I rapporti con il secondo furono sempre ottimi, mentre quelli con il primo conobbero anche delle spigolosità, che però risultò facile appianare, con tanto di riconoscimenti reciproci.

Ma la parte più interessante dei miei viaggi nell’universo einaudiano furono gli incontri con alcuni suoi autori, tra quelli che erano allo stesso tempo collaboratori fissi, interni o esterni, della Casa editrice. Qualcuno addirittura dall’immediato dopoguerra. Come ad esempio Natalia Ginzburg, che però io non vidi mai, perché sfortunatamente tutte le mie visite capitarono in giorni di sua assenza da Torino; o Italo Calvino, con il quale mi intrattenni per non più di un quarto d’ora soltanto in occasione del primo viaggio. Conobbi meglio, tra gli altri, Massimo Mila, Nuto Revelli, Franco Antonicelli, Cesare Cases, Paolo Spriano, per nominare solo quelli con cui parlai varie volte. Mi colpì la loro disponibilità. Ero un ragazzo lontano mille miglia dalla loro statura culturale e dalle loro ricchissime esperienze di vita e di lotte. Eppure tutti mi dedicavano un tempo sproporzionato a quel dislivello, e soprattutto mostravano verso di me una considerazione per nulla formale, “sfruttandomi” come fonte informativa sul passaggio d’epoca d’una città – Napoli – che a loro doveva apparire decisiva ai fini dello sviluppo civile e politico della nazione.

Mi chiedo per l’ennesima volta: sto alterando la realtà nel riportarla?  mi sento obbligato continuamente a questa verifica, perché so quanto spesso avvenga che si sia indotti, anche inconsapevolmente, a ingigantire le esperienze personali del passato remoto a cui si è più legati. E rispondo nuovamente, dopo averci riflettuto ancora di più, che non mi sembra. In questo caso posso portare a sostegno la testimonianza proprio di uno dei personaggi citati. Mi riferisco a Cesare Cases, con cui ebbi dopo molto tempo la fortuna di lavorare fianco a fianco per oltre dieci anni, tra l’84 e il ’95, nella redazione della rivista L’Indice dei libri del mese. Al termine della prima riunione preparatoria, di nuovo a Torino, questa volta in casa di Gian Giacomo Migone, che ne era il promotore, fu lui ad avvicinarsi a me e ad attaccare discorso sui tempi andati. Erano passati più di vent’anni da quelle chiacchierate legate al “De Sanctis” e io pensavo che non m’avrebbe neanche riconosciuto. E invece mi sorprese perché si mostrò visibilmente contento di ritrovarmi, dandomi subito prova di ricordare tutto dei nostri quattro o cinque antichi colloqui. Compreso quello di Roma, quando Di Lillo e io andammo a trovarlo nella libreria della Casa editrice appena aperta in via Veneto, che Giulio Einaudi gli aveva chiesto di dirigere. Cases mi disse, in quell’occasione, che all’epoca non soltanto lui ma anche gli altri einaudiani, con i quali scambiava qualche impressione dopo le nostre visite, capirono subito – da come noi ne parlavamo con loro, dall’impegno e dall’entusiasmo che mettevamo nei tentativi di arricchirne l’attività, dall’impostazione complessiva che gli avevamo dato – che il nostro Circolo non era “una piccola cosa”. Era quest’idea che s’erano fatta di noi a disporli bene nei miei confronti, quando li cercavo per fissare un appuntamento. Alcuni di loro, come lo stesso Cases, o Spriano, vennero poi a tenere una conferenza al “De Sanctis” ed ebbero sul posto conferma di non essersi sbagliati. Altri, con cui non si riuscì a combinare, come ad esempio Antonicelli, ci espressero per iscritto il loro rammarico con lettere sincere e piene di stima. Solo Italo Calvino – che in un primo momento, quando ci eravamo visti a Torino, aveva accettato il mio invito a partecipare a un dibattito su come la civiltà industriale, allora di incipiente attualità, stava “entrando” nella letteratura – assunse con noi un atteggiamento un po’ “impettito”,  come si deduce da una breve corrispondenza che ci costrinse prima a cambiare il tema concordato e poi a rinunciare al suo contributo. Piccola stonatura di percorso che attribuimmo al carattere “difficilino” di un grande scrittore.

Ci consolammo con una sequenza lunghissima di straordinarie sim-patie.In parte ne ho già accennato riferendo dei contatti  con i circoli di altre città e con gli ambienti di alcune importanti Case editrici. Ma tutta la vita del “De Sanctis” fu per noi una ininterrotta sorgente di eccezionali esperienze umane oltre che di complessiva crescita culturale. Avemmo la fortuna di conoscere un numero considerevole di studiosi, scrittori e artisti di rilievo, con la maggioranza dei quali si andava ben oltre le solite cortesie della buona accoglienza. Mi preme molto sottolineare quest’aspetto della nostra avventura. Raramente le visite dei nostri ospiti si esaurivano nelle due ore delle loro conferenze e dei dibattiti che le seguivano. Erano tempi da ritmi umani e non frenetici come quelli odierni, e perciò accadeva spesso che le ripartenze venivano rinviate al giorno dopo, anche se alle nove di sera c’era tutto il tempo per tornare a casa, almeno per chi abitava a Roma. Le nostre chiacchierate avevano così modo di svolgersi in un’atmosfera distesa che apriva a conoscenze non superficiali. Passavamo lunghe serate in trattoria, in quelle alla buona ma di buona cucina, spesso dal mitico “Sica” in via Bernini, comunque mai molto costose o troppo eleganti: tutti invogliati, in quei locali semplici e in quel clima, a conversare in totale scioltezza. Così nacquero dei solidi legami e anche delle vere e proprie amicizie, che durarono ben oltre quella stagione.

Io ne ho potuto godere più di altri dal ’64 in avanti, dopo il mio trasferimento a Roma. Da lì mi fu facile evitare che si spezzassero i fili con molti personaggi che erano stati al “De Sanctis”, sia con quelli – ed erano una buona fetta – che risiedevano a Roma, sia con i tanti altri delle più diverse città, dove mi capitava di andare abbastanza spesso poiché, nella nuova collocazione, io giravo per l’Italia ancora più di prima. In quel periodo mi resi conto, molto più di quando ci stavo dentro fino al collo, dell’importanza di quel Circolo di cultura napoletano. E lo capii di riflesso, per come mi accoglievano tutti coloro che rivedevo in luoghi lontani dalla modesta sede di piazza degli Artisti. Neanche una esagerata presunzione (che peraltro, sinceramente, non mi riconosco) poteva farmi sfuggire un fatto evidente. La cordialità con cui venivo ricevuto non era solo rivolta a me personalmente, ma abbracciava tutto quel che io rappresentavo, nasceva dalle situazioni in cui ci si era trovati bene e che io rendevo più facile rievocare, andava a un intero collettivo di giovani intellettuali impegnati in battaglie di progresso nelle condizioni più difficili, che i nostri amici avevano avuto modo di ammirare sul campo. Su ognuna di queste relazioni, proseguite per anni e in qualche caso addirittura per decenni, avrei qualcosa da raccontare. Ma queste note diventerebbero un romanzo. E allora mi limito alle frequentazioni meno sporadiche.

I primi a essere informati del mio trasferimento a Roma furono Dario Puccini – l’ispanista, autore di molti libri e curatore tra l’altro del meraviglioso Romancero della resistenza spagnola – e Mario Socrate, critico letterario e poeta, che erano stati al “De Sanctis” già nel 1960, primo anno di attività, a parlare – insieme con la nostra Rosa Rossi (nostra nel senso che allora, prima di passare all’Università di Roma, insegnava a Napoli al liceo “Umberto I” ed era anche nostra amica da un pezzo) – della poesia spagnola contemporanea. La serata che seguì quel dibattito fu uno dei classici esempi di cui ho detto sopra. Andò a finire che i due “romani” restarono a Napoli anche il giorno dopo, che era domenica. E siccome c’era il campionato di calcio in corso e il Napoli giocava in casa, Mario Socrate mi propose di andare a vedere la partita insieme. Lui non era tifoso né particolarmente amante di football, ma gli era scattato il desiderio di vedere un po’ di popolo napoletano allo stadio, anzi di starci in mezzo. Perciò non volle andare in tribuna ma in curva. E così facemmo. Non ricordo qual era l’avversario del Napoli, ma ricordo che la mia squadra perse e che questo non bastò a mettermi di malumore, perché insieme ci eravamo divertiti moltissimo. Credo che sia sufficiente questo episodio a dare conto dello spirito che talvolta, direi spesso, si creava tra noi e i nostri ospiti.

Già pochi mesi dopo quel week end partenopeo, e quindi alcuni anni prima che mi spostassi definitivamente a Roma, io ero andato a trovare Dario Puccini per chiedergli consigli su come impostare al meglio la parte di attività, necessariamente limitata, da dedicare alle materie di sua competenza. Per quanto buone fossero le premesse, mi sorprese ugualmente la familiarità con la quale mi invitò a pranzo a casa sua, (dove, tra l’altro, mangiai per la prima volta in vita mia una favolosa carbonara!). Con sua moglie Stefania, e i due bellissimi figli piccoli, cominciò un feeling che dura ancora oggi, con cinquant’anni in più sulle spalle di tutti ma, purtroppo, senza più Dario, scomparso nel ’97. Puccini mi fece conoscere alcuni suoi amici, studiosi di varie discipline, che avrebbero potuto rendersi utili all’attività del Circolo. Tra questi cito solo Paolo Padovani, un esperto bibliotecario di alto livello, che esercitava la sua professione alla Camera dei deputati, e che poi venne al “De Sanctis” a illustrarci i più aggiornati sviluppi degli studi in materia, e a spiegarci come la catalogazione dei libri, non semplici oggetti bensì soggetti parlanti, non fosse un fatto puramente tecnico. Con Padovani non ci fu un seguito immediato. Ma forse non è un caso se poi, dopo diversi anni, i fili della vita condussero lui e sua moglie Vera a stringere una carissima amicizia con due fondatori del Circolo, mia sorella – anche lei di nome Vera – e suo marito Massimo Di Rosa.

Mai interrotti, i miei rapporti con Puccini e Socrate ripresero con maggiore intensità a metà degli anni Sessanta, al mio trasferimento a Roma. Ci fu un periodo in cui mi vedevo con Socrate quasi ogni giorno. Fu in occasione della campagna contro la guerra americana al Vietnam, quando chiesi a lui di scrivere il testo di una canzone divenuta poi famosa (“Dove vai vecchio zio Sam?”), a Fiorenzo Carpi di musicarla, e al gruppo di “Ci ragiono e canto” – diretto da Dario Fo e con in testa Ivan Della Mea – di inciderla. Anche con Dario Puccini (ma molto tempo dopo) mi capitò di lavorare a stretto contatto, perché eravamo entrambi nella redazione dell’ “Indice dei libri del mese”. Alle cui riunioni – mensili, appunto – andavamo spesso insieme. Durante quei tanti viaggi sulla tratta Roma – Torino e ritorno, per un intero decennio tra l’84 e il ’95, non ci mancò il tempo per lunghe conversazioni, nelle quali il Circolo all’origine della nostra amicizia faceva in continuazione capolino.

La frequenza e l’intensità di quelle relazioni non potevano essere certamente le stesse per ogni caso, ma dovunque io trovai una gentilezza squisita e, ben più gratificante, un genuino piacere di ritrovarsi. Così fu con Paolo Volponi, con Citto Maselli, con Joyce Lussu, con Ranuccio Bianchi Bandinelli, con Velso Mucci, con Paolo Spriano. Indimenticabili alcuni episodi. Con Maselli ci eravamo conosciuti quando era venuto al “De Sanctis”, anzi proprio durante il viaggio fatto insieme in quell’occasione da Roma a Napoli, con la sua mirabolante Citroën Ds, quella con la pompa idraulica che la sollevava e la moquette a terra. Prendemmo la via Pontina perché non c’era ancora l’autostrada e ci fermammo a Terracina per una mangiata di pesce memorabile. Il mio amico siciliano Guglielmo Militello,  artista oltre che neurochirurgo ma soprattutto “tomo” come pochi, direbbe: “Le cose giuste”. Giuste a tal punto che non si cancellano più, e infatti non ci siamo più persi di vista. E ancora oggi, di tanto in tanto, soprattutto quando ci troviamo in presenza di qualcun altro che “non sa chi sono io”, Citto fa cenno al Circolo di Napoli per parlar bene di me.

Con Volponi si creò subito una corrente di simpatia, fin da quando venne da noi, insieme con Giansiro Ferrata e Rino Dal Sasso, a parlarci del suo “Memoriale”. In un tempo breve ci incontrammo più volte, e consolidammo un’intesa che non venne mai meno. A quel tempo Volponi lavorava nella fabbrica di Adriano Olivetti addirittura come capo del personale, e non era il solo intellettuale di prestigio a collaborare così strettamente con quell’industriale di razza unica. Perciò risiedeva a Ivrea, dove io lo raggiungevo per salutarlo tutte le volte che andavo a Torino. Mi presi anche i suoi complimenti per via di due miei amici, appena laureati, che avevano presentato in tempi diversi domanda di assunzione alla Olivetti e che io gli segnalai solo per chiedergli di esaminarli con molta attenzione, “per evitargli – gli dissi – di non accorgersi di quanto valessero”. Non sono così ipocrita da negare che fosse una raccomandazione. Ma alla mia maniera. Li tenne a colloquio a lungo, si convinse che erano giovani ben dotati, li assunse e non se ne pentì col passare del tempo.

Un altro segno speciale di affetto, e di concordanza ideale, Volponi me lo dette agli inizi del ’71, quando gli parlai del progetto di trasformare “il manifesto” da rivista mensile in quotidiano. La Olivetti produceva le telescriventi, allora strumenti indispensabili alle redazioni dei giornali perché solo con quelle macchine si poteva ricevere il flusso di notizie dalle varie agenzie. Ma le telescriventi costavano molto, soprattutto per noi che ci accingevamo a partire contando solo sul fondo di una sottoscrizione inferiore ai cinquanta milioni di lire. E allora Volponi si adoperò per farcene vendere una diecina con uno sconto stratosferico (vicino, addirittura, all’80%!). Il tutto sempre come seguito di quella scintilla che si era accesa a Napoli, al Circolo “De Sanctis”.

Paolo Volponi era amicissimo di Pier Paolo Pasolini, con il quale trovava sempre il modo di vedersi ogni volta che si fermava a Roma per più di due ore, anche quando l’impegno da sbrigare, spesso legato al suo lavoro olivettiano, non gli lasciava molta libertà. In una di queste occasioni ci demmo appuntamento a piazza del Popolo, e fu la prima volta che rividi Pasolini dopo il dibattito al “De Sanctis” sul suo film Il Vangelo secondo Matteo. Come ricordano molti amici nelle testimonianze che seguono, quella sera all’uscita dal Circolo dovemmo affrontare l’aggressione di una squadraccia fascista rivolta in primo luogo contro Pasolini, il quale stupì tutti noi per come si comportò, non lasciando che lo proteggessimo e anzi lanciandosi nella mischia a dare il suo sostanziale “contributo” (seppi poi che da giovane aveva tirato di boxe). Respingemmo l’assalto, che non fu per nulla di modesta entità, tanto che diversi compagni ne portarono per un po’ i segni. Al momento in cui i fascisti cominciarono a ritirarsi e noi li vedemmo di spalle, fummo io e mio cugino Mimmo ad accompagnare Pasolini prima in sede, a “ricomporsi”, e poi, per recuperare il ritardo e non fargli perdere il treno, di corsa alla stazione con una “500” scassata, che però fece il suo dovere. Dato il contesto, si può immaginare con quale sentimento di solidarietà, quasi di fratellanza, ci parlammo durante quel tragitto e alla fine ci salutammo. Da Roma poi Pasolini scrisse a Niclo Palmieri per avere notizie sulle condizioni dei compagni che avevano ricevuto qualche brutto colpo nello scontro.

Quando ci rivedemmo a Roma, a Pasolini bastò una frazione di secondo, ancor prima della presentazione di Volponi, per riconoscermi. Naturalmente non aveva dimenticato per nulla l’episodio e, più in generale, il clima che aveva trovato al “De Sanctis”, che non mancò mai di nominare le altre tre o quattro volte che ebbi occasione di parlare con lui, sempre nella casa di Laura Betti in via Margutta, dove di tanto in tanto ero invitato a pranzo.

Anche a Milano c’era una sorta di club di “amici del De Sanctis”. Uno dei “soci” più affezionati era Cesare Musatti. Se gli telefonavo, mi diceva di passare da lui a bere un caffè. Era così accogliente che mi faceva venir voglia di trasferirmi nel suo studio proprio lì a fianco, e di proseguire la conversazione steso sul classico lettino.

Un altro era Guido Piovene. Gli erano piaciuti i modi della nostra ospitalità, quando era venuto a presentare “La coda di paglia”, un libro di grande sofferenza, nel quale tentava di fare i conti con il suo passato fascista e le sue relative compromissioni, ben più pesanti e riprovevoli di una semplice adesione, seppure entusiastica, come era stato per la stragrande maggioranza degli italiani. Ne avevamo discusso molto seriamente, senza facili cedimenti al perdono, peraltro non richiesto,  in sottinteso premio per la sua “conversione” democratica, a guerra conclusa. Una conversione che lo aveva portato nel 1958 a denunciare vibratamente i pericoli di una svolta autoritaria in Francia al momento della crisi della IV Repubblica e dell’avvento al potere del generale De Gaulle. Le sue corrispondenze da Parigi (mi pare per L’Espresso, ancora nel formato lenzuolo delle origini) dicevano in continuazione, a differenza di quasi tutto il resto della stampa italiana, che le  convulsioni della politica e il malessere della società stavano portando alla nascita di un fascismo alla francese. Esattamente quel che erano, soprattutto in Italia,  il timore della sinistra e la decisa posizione dei comunisti. Che perciò cominciarono a simpatizzare con lo scrittore e a elogiarne gli approdi, evitando al massimo di rimestare nella botola dei suoi trascorsi.

Nel dibattito al “De Sanctis” si erano confrontate opinioni molto diverse, sostenute da ragionamenti contrapposti e da una medesima passione. Il più severo fu Elio Festa, il più indulgente Gian Carlo Pajetta, che si trovava a Napoli per puro caso e non volle farsi sfuggire l’occasione per dire la sua su un argomento così scottante. Nel “puro caso” c’entrava comunque l’attività del “De Sanctis”. Pajetta, infatti, avrebbe dovuto partecipare la sera prima, insieme con Sandro Pertini, alla presentazione delle “Lettere di antifascisti dal carcere e dal confino”, appena pubblicate in un grosso volume dagli Editori Riuniti. Senonché, quando nel primo pomeriggio andai a riceverlo alla stazione, Pajetta ebbe un malore appena sceso dal treno. Quasi terrorizzato, pensai di portarlo a un pronto soccorso, ma lui si rifiutò e allora ripiegai su un albergo della riviera. Da lì telefonai a Carmelo Gabriele, l’unico medico che conoscevo bene perché a lui si rivolgeva mio padre, che gli era amico, tutte le volte che io e le mie sorelle da bambini ne avevamo bisogno. Dunque un pediatra, ma anche un comunista che si precipitò come un razzo (e che non avrebbe preteso d’esser pagato). Per fortuna Gabriele non riscontrò nulla di grave, ci tranquillizzò, gli dette un’aspirina o qualcosa di simile e gli impose di rimanere a letto fino all’indomani. E siccome Pajetta non aveva previsto di pernottare a Napoli, mobilitai due mie sorelle che andarono a comprargli uno spazzolino un dentifricio e un pigiama (fatto che bastò a conservarmi per sempre una sua speciale simpatia, e anche eccezionalmente il suo saluto – da lui che lo toglieva per molto meno a chiunque – persino dopo la frattura intercorsa, e le conseguenti asprezze, ai tempi della nascita del manifesto). A quella serata intervenne perciò il solo Pertini, che alla fine mi chiese di accompagnarlo da Gian Carlo Pajetta perché voleva assolutamente fargli gli auguri e assicurarsi di persona del suo stato di salute. La conseguenza fu che dovette spostare la partenza per Roma addirittura a mezzanotte.

A metà del giorno successivo Pajetta si era completamente ristabilito, cosicché decise di restare fino a tarda sera a Napoli per partecipare alla discussione con Guido Piovene. Che proprio in lui – un uomo che aveva passato più di dieci anni nelle galere fasciste – trovò la voce più comprensiva. Piovene era venuto a Napoli in compagnia della moglie, con l’intenzione di rivisitarla per bene e perciò di restarci almeno due giorni. Il primo dei quali lo passammo insieme, ritornando di continuo – tra una sosta “turistica” e l’altra – al tema del suo libro, su cui mi restavano ancora una quantità di interrogativi inquietanti. Quando, in tre occasioni, ci rivedemmo a Milano, nella sua stupenda casa di piazza Belgioioso, inevitabilmente il discorso, prima o poi, andava a finire lì. Non solo a lui, ma anche a me, quel nodo non andava giù facilmente, anche se io badavo a non apparire aggressivo. Ma avevo nello stesso tempo la determinazione a non mollare, come se fosse stato un mio dovere incalzarlo fino a fargli “sputare” tutti i rospi che lo rodevano. Oggi mi meraviglio dell’ardimento che mi permise di non farmi bloccare dalle differenze di età, di stato, di cultura. Ne vennero fuori conversazioni difficili ma singolarmente sincere, con squarci di verità che colpivano nel profondo e che io non ho più dimenticato. Le mie riserve rimasero, ma Piovene mi fece capire in quale gorgo si rischia di essere risucchiati se non ci si oppone con vigore, fin dai primi segnali, ai processi degenerativi della democrazia. Di questo lo ringraziai e gli sono rimasto sempre grato.

Una tappa obbligata dei miei giri milanesi era il Piccolo Teatro di via Rovello. Delle sue due colonne portanti, non mi capitò mai di incontrare Giorgio Strehler, ma conobbi abbastanza bene Paolo Grassi. A lui mi rivolsi quando cercai per la prima volta un contatto con quella ammiratissima istituzione, che era riuscita a trascendere i confini della sua essenza per imporsi come uno dei migliori centri di organizzazione culturale dell’intero Paese. Non ebbi alcuna difficoltà a farmi ricevere. Quando poi gli descrissi il lavoro che stavamo facendo a Napoli, e gli parlai del nostro interesse a studiare ogni iniziativa che permettesse ai nostri soci – ma più in generale ai tanti napoletani amanti del teatro – di assistere ai loro spettacoli, la sua attenzione si acuì. Prima cominciò a farmi un po’ di domande per sondare fin dove si poteva arrivare, poi accettò senza esitazione di venire a tenere una conferenza al nostro Circolo, sul tema che gli stava più a cuore: come costruire e organizzare in tutta Italia una rete di teatri stabili, funzionanti a ritmo continuo. La sua immediata disponibilità dipendeva dal fatto, io penso, che desiderava rendersi conto sul posto di cosa rappresentavamo. A quel punto, preso dall’entusiasmo e in parte incoraggiato da lui stesso, a cui sembrava piacere quell’attivismo meridionale, mi lanciai in una serie di proposte, compresa quella – carica invero d’un’abbondante dose di ingenuità – di una trasferta del Piccolo a Napoli. Troppo complicata da realizzare, per tante ragioni, che Grassi mi spiegò in dettaglio con pazienza e gentilezza. Sulle altre idee, invece, si poteva ragionare. E per andare subito al concreto telefonò in mia presenza a Erio Magnani – l’uomo che reggeva tutta l’organizzazione del Teatro – per annunciargli una mia visita ed esortarlo a non deludere le mie aspettative. Non ce n’era bisogno, perché Magnani era una persona squisita, un emiliano allegro, innamorato del suo lavoro, e perciò felice di rendersi utile a chiunque condividesse quella passione. Con lui bastarono poche battute per metterci in sintonia e aprire la strada a un’amicizia durata a lungo, che anzi si rafforzò nel tempo, al suo arrivo allo Stabile di Roma, quando fu chiamato dal Teatro Argentina a curarne il rilancio dopo anni di chiusura.

Magnani mi ribadì che a Napoli non potevano venire. Gli equilibri di bilancio non lo permettevano. Erano però già in programma, per alcuni mesi dopo, due settimane al Valle di Roma con il “Galileo” di Brecht, interprete il bravissimo Tino Buazzelli. E allora concordammo che noi avremmo noleggiato un pullman e il Piccolo ci avrebbe riservato – gratis! (per essere esatti a un prezzo simbolico, fiscalmente dovuto) – una quarantina di posti. E così in effetti avvenne, con grande soddisfazione di tutti. L’intenzione era naturalmente di ripetere l’esperimento ogni volta che il Piccolo si fosse portato a una distanza da Napoli “sopportabile”. Arrivammo persino a concepire una missione a Milano, in attesa che si creassero le condizioni di convenienza per una tournée che comprendesse anche la Campania. Purtroppo le difficoltà si rivelarono insormontabili e dovemmo rinunciare a quei progetti. Ma anche i tentativi, l’impegno profuso nel realizzarli, lasciavano un sedimento positivo e avevano senso per noi.

Se mi sono intrattenuto per alcune pagine a rievocare tanti  miei incontri con personaggi illustri,  non è stato certo per vantarmi di non so quale merito. L’ho fatto perché a me sembra che questa “carrellata” renda abbastanza bene l’idea di come il “Circolo De Sanctis” fosse considerato dalla maggioranza degli uomini e delle donne di cultura che lo conobbero. Intendiamoci: bisogna riportare le cose alle loro giuste proporzioni, qualora risultino un po’ alterate. Giacché  io non voglio assolutamente dire che le personalità citate avessero il “De Sanctis” in cima ai loro pensieri. Ma vorrà pur significare qualcosa se anche a notevole distanza di tempo ne conservavano un bel ricordo.  Dal fatto che ne parlavano con una specie di “riconoscenza”, e da tanti altri particolari, alla fine  ho ricavato questa convinzione: che per molti di loro fu una sorpresa di grande conforto scoprire che anche nelle regioni meridionali si stava aprendo una nuova promettente stagione. Non saprei spiegare altrimenti come mai scattasse, ad ogni occasione, un “riconoscimento” immediato, di una specie oggi introvabile, almeno nella misura grande in cui noi ne beneficiammo. E io più degli altri compagni, ma semplicemente perché a me è toccato spesso di incarnare il ruolo della parte per il tutto.

La prova più recente di quanto ho appena detto l’ho avuta ancora un decennio fa. In un albergo dell’alta Val Badia, dove ho preso l’abitudine di andare ogni estate a rigenerarmi per due settimane, ho avuto il piacere di ritrovare uno degli scienziati che avevo conosciuto quando, su invito di Massimo Di Rosa, era venuto a parlare al Circolo nell’ambito di un ciclo di conferenze sull’origine della vita. Massimo Aloisi era un docente di Patologia generale, fiorentino di nascita e di spirito ma padovano d’adozione, con un passato antifascista che lo aveva portato nel ’43 nel carcere di Regina Coeli, dove aveva atteso di essere consegnato al destino peggiore prima di salvarsi per miracolo, come  altri suoi compagni di prigionia, tra cui Giuliano Vassalli, Sandro Pertini, Giuseppe Saragat. Doveva piacergli quella strada di Roma, gli dicevo scherzando, visto che aveva continuato a bazzicare via della Lungara anche dopo la guerra, con uno spostamento di soli pochi metri, da Regina Coeli, appunto, all’altrettanto famosa Accademia dei Lincei. Aloisi, ormai novantenne, non poteva certo ricordarsi di me. Ma mi bastò presentarmi con la parola d’ordine – Circolo De Sanctis di Napoli – per vederlo illuminarsi e poi, nei giorni successivi, dare avvio a un cercarsi quotidiano e a una consuetudine di passeggiate nei boschi e di confidenziali chiacchierate, nelle quali c’era sempre, diretto o indiretto, un suo ritorno alle antiche ragioni che ci avevano fatto conoscere. Purtroppo quell’appuntamento annuale, che era diventato per me uno dei piaceri estivi più attesi, grazie ancora una volta all’onda lunga del “De Sanctis”, non si è più ripetuto dopo il 1999 perché Aloisi morì proprio in quell’autunno.

Naturalmente non tutte le conoscenze interessanti che l’attività del “De Sanctis” ci permise di fare si tradussero in durature amicizie. Ce ne furono altre che non ebbero un seguito, quasi sempre a causa delle distanze geografiche. Fu il caso, ad esempio, dei nostri ospiti stranieri. Che non per questo dimenticammo in fretta. Anzi, al contrario, alcuni di essi – due in particolare – lasciarono una traccia profonda nella nostra memoria, tanto forte fu la tensione emotiva con cui li ascoltammo nelle poche ore che trascorsero al Circolo. I loro nomi, l’uno Nazim Hikmet e l’altro Pablo Neruda,  potranno – credo – giustificare quel po’ di enfasi che mi scappa nel rievocarli. Ci si metta nei nostri panni. Eravamo quasi tutti molto giovani, pieni di curiosità non ancora soddisfatte, e ci trovavamo di fronte, a portata di mano,  due “mostri sacri” della poesia, che anche al vaglio della  critica specializzata più seria e più appuntita avevano conservato grosso modo una statura equivalente al successo già decretato in campo mondiale da vastissime masse di lettori. Che fossero due comunisti, militanti a tutti gli effetti, a molti di noi non faceva che piacere. Ma proprio questo fatto metteva ancora più in evidenza, per contrasto, il valore della loro opera sul piano prettamente poetico, visto che anche i critici letterari più maldisposti, portatori cioè di un pervicace pregiudizio ideologico anticomunista, per quanto si affannassero a scorticarlo non riuscivano però a demolirlo, e spesso finivano col riconoscerlo apertamente. Un martellante esempio di questa corrente di scuola sedicente liberale lo avevamo proprio a Napoli: si chiamava Mario Stefanile ed era il capo della redazione culturale del Mattino. Quando fu costretto a scrivere una breve cronaca dell’incontro con Neruda, che per ragioni di spazio non tenemmo alla sede del Circolo ma a Villa Pignatelli, Stefanile arrivò ad avere un vero e proprio scoppio di bile, che però non ebbe il coraggio di indirizzare al poeta celebre ma riversò per intero sul pubblico che era andato ad ascoltarlo.

Benché sia Hikmet che Neruda non parlassero in italiano, non ci furono assolutamente problemi di comprensione. Il turco Hikmet per fortuna conosceva bene il francese, e già questo facilitava. In più c’era accanto a lui Ginette Fermariello che traduceva all’occorrenza, cosi come faceva Dario Puccini con lo spagnolo di Neruda. Ma non ce ne fu nemmeno tanto bisogno. Quel poco che non si capiva filtrava comunque per vie misteriose nell’atmosfera delle due sale, dove non si sentiva volare una mosca e l’attenzione di tutti i presenti non accennò a calare neanche per un attimo. Furono davvero due momenti indimenticabili per tutti noi che li vivemmo.

E per me personalmente ancora di più. Perché io ebbi la fortuna di trascorrere, insieme con Dario Puccini, suo traduttore e amico, molte ore in compagnia di Neruda, prima e dopo l’incontro pubblico. E di parlare con lui non solo della sua opera – non dimentico in particolare d’avergli fatto un sacco di domande sul “Canto generale”, che avevo letto di corsa in attesa del suo arrivo – ma anche di altre questioni, soprattutto di politica. Avevo ancora impresse le parole iniziali della introduzione di Puccini al libro che stavamo appunto presentando al Circolo e che ora riprendo in mano per riportarle: “Cantore di vasti spazi, di cieli aperti, di fiumi ‘planetari’, di figurazioni cosmiche, di abissi oceanici, di grandi amori e di grandi odi…”. Parole che mi parvero calzare a pennello osservando Neruda così da vicino. Solo suggestione del momento? Non direi, almeno per buona parte. Di lui mi è rimasta, con il timbro della sua voce nella memoria, una dedica preziosa sull’appena citato volume Sansoni delle sue poesie. Ci sono dei fiorellini disegnati di sua mano, il mio nome con le lettere a crescere in grandezza, seguito da un “su amigo Pablo Neruda”, e un VIVA NAPOLI sparato in trasversale sulla parte esterna dei fogli. Gli ho “riparlato” ancora molti anni dopo, ma in silenzioso raccoglimento, quando in due successivi viaggi andai a Santiago del Cile e in entrambe le occasioni feci visita alla sua estrosa casa di città, trasformata in museo-fondazione al termine della dittatura militare di Pinochet, il cui colpo di stato l’aveva ferito a morte.

Più tempo mi fu possibile trascorrere con Nazim Hikmet, che dopo la serata al “De Sanctis” rimase a Napoli altri due giorni. Tra le gite che gli proposi scelse la costiera amalfitana. Ci andammo in cinque, con sua moglie e due  amici del Circolo (dei quali ora mi sfugge il nome, e me ne scuso). Il tempo incantevole, con un’aria limpida e lucente che soltanto il sole d’inverno può regalare, facilitò il buon umore di tutti. Parlammo per l’intera giornata, fermandoci ogni tanto nei punti dove la bellezza del panorama ci toglieva il fiato. E io, come al solito, probabilmente esagerai con le domande, che mi nascevano dalla lettura dei due volumi – poesie e opere teatrali – che gli Editori Riuniti avevano pubblicato due anni prima, e che noi a stretto giro di stampa avevamo chiesto a Velso Mucci (uno dei suoi traduttori) di presentare al Circolo. Nell’imminenza della sua venuta a Napoli mi ero rinfrescato la memoria rileggendo Lettere a Taranta-Babú, il poema dedicato a un ragazzo etiope fucilato dai fascisti, che in un primo tempo era stato intitolato Un giovane abissino in Italia e che perciò aveva attratto subito la mia attenzione, per poi conquistarmi in virtù della incantevole musica dei suoi versi. Non mi mancavano perciò i motivi di curiosità su questo versante. Come anche su quello della sua vita movimentata, trascorsa interamente a lottare per gli ideali rivoluzionari che aveva abbracciato, e che gli erano costati anni e anni di persecuzione, di clandestinità e di carcere nelle durissime prigioni turche. Quando ripartì da Napoli eravamo entrati già abbastanza in confidenza per ritenersi autorizzato a salutarmi con un “ciao Pippo”, il diminutivo con cui qualcuno mi aveva chiamato in sua presenza e che a me non è mai piaciuto. Tranne che in quella occasione.

Insomma, non possiamo davvero lamentarci. Da piccoli granelli di una bella storia collettiva, che nel suo complesso ha travalicato di molto le singole soggettività su cui ha camminato, anche noi, ciascuno di noi, ha personalmente avuto la gioia di vivere delle esperienze esaltanti. Questo è stato il “Circolo di cultura Francesco De Sanctis” per come lo ricordo io. Io però ne posso parlare con competenza solo per il tempo in cui ne fui protagonista di primo piano, cioè fino a tutto il 1963. Per l’intero ’64 continuai a seguirlo da Roma con contatti telefonici quasi quotidiani e anche con frequenti ritorni in sede. Poi, poco alla volta, fui completamente assorbito dai nuovi impegni.

Per ragioni che non avevano nulla a che fare con quel mio allontanamento, a partire dal 1965 cominciò a “esaurirsi la spinta propulsiva” del Circolo. Ne stava arrivando un’altra, di spinte propulsive, e di ben altra potenza. La “rivoluzione” del ’68, fin dai prodromi americani – con il movimento contro la guerra in Vietnam partito dalla californiana Berkeley e poi estesosi alla maggioranza dei campus universitari – travolse tutto, impose altri temi e altre priorità, investì come un uragano i tradizionali partiti, soprattutto della sinistra, produsse un frenetico farsi e disfarsi di nuove formazioni politiche e annunciò un radicale cambiamento d’epoca. Un ciclo dunque si chiudeva e anche noi, amici e compagni che avevamo dato vita al “De Sanctis”, sciogliemmo il sodalizio. Sulla base delle inclinazioni di ciascuno, le nostre strade da quel momento si separarono, quanto a forma di impegno e a collocazione politica. Ma poi, a conti fatti, per la maggior parte di noi risultarono grosso modo le stesse e comunque continuarono ad andare nella stessa direzione.

E proprio a proposito di “noi”  c’è  un’ultima notazione da dover fare, benché possa apparire superflua dopo le pagine che precedono. Ma forse non è ancora risultato chiaro a sufficienza che il nostro Circolo fu anche una comunità dove nacquero o si consolidarono amicizie fortissime, fraterne, indistruttibili. Lo prova il fatto che quei legami hanno conservato un nocciolo duro, a prescindere dalla frequenza dei contatti che la vita ci ha permesso di mantenere. Non conosco, se non in parte, gli incroci e gli sviluppi che ebbero le amicizie altrui. Ma di me posso dirlo con certezza. E sono sicuro che se io oggi incontrassi uno qualsiasi dei tanti che non ho più avuto occasione di vedere da molto tempo – il riferimento è rivolto non solo a tutti gli “ex-giovani” che firmano qui la loro testimonianza sulla nostra storia comune, ma anche alla maggioranza di coloro che non è stato possibile raggiungere – in due secondi arriveremmo a parlarci con la stessa intimità di allora. Come è già successo – solo per fare un breve elenco degli ultimi visti o sentiti – con Marisa De Lorenzi, Vittorio Marmo, Cecco Fabbri, Franz Amato, Guido Sacerdoti, Marcella Marmo, Gordon Poole, Ferruccio Ferrigni, Luciana Jannaco: tutte persone rimaste in una zona alta della mia stima e dei miei affetti. Non faccio altri nomi, ché sarebbero troppi, e anche per non incappare in ingiustificate e perciò involontarie omissioni.

Capitolo a se stante è quello di Elio Festa, il quale non fu solo un mio amico intimo – risalente peraltro a prima che il “De Sanctis” nascesse, anche se di poco – ma oserei dire “fondativo”. Non perché mi convincessero sempre i suoi comportamenti o le sue opinioni sui più diversi argomenti, insomma il suo generale modo d’essere, su cui non c’era tanta identità di vedute. Piuttosto nel senso, se mi si passa il termine, della “bolla primigenia”, una questione di terra. E anche di ideali germogliati su “quella terra”, intrisi del suo odore .

Io lo ammiravo molto, perché Elio era un intellettuale di spessore, di vastissima cultura umanistica tutt’altro che scolastica, in grado di spiegare e far capire anche a degli asini (si capisce a chi alludo prima d’ogn’altro?) la grandezza di certi autori, greci, latini o italiani di diverse epoche, anche tra i meno noti. A sentirlo parlare di storia sembrava che raccontasse episodi da lui vissuti. Il che spiega il fascino che esercitava sui suoi allievi, come ho personalmente potuto constatare. Allievi giovanissimi e anche anziani, visto che quando andò in pensione accettò di tenere un corso di insegnamento in una scuola della terza età. Fatte le debite distinzioni, la formazione culturale di Elio rassomigliava a quelle di mio padre e di Di Lillo. Anche lui veniva dalla provincia meridionale, anzi proprio da un paese di campagna. Ma di una zona, il beneventano, un po’ meno arretrata – nel comune sottosviluppo – rispetto all’interno della Calabria o della Lucania. Tra me ed Elio c’è sempre stata grande confidenza. Lui aveva circa dieci anni più di me, che pesano parecchio nell’età giovanile tra i venti e i trenta. Era questo forse il motivo per cui mi ha sempre mostrato una certa predilezione, e anche indulgenza, benché fosse di carattere piuttosto difficile e di modi talvolta bruschi. Quando nel marzo del 2003 Elio morì all’improvviso a Perugia, dove si era trasferito con la famiglia al momento della diaspora e dove mi ero recato più volte in visita, il dolore per me fu enorme. Andai ai funerali con mio cognato Massimo, un altro suo grande amico. E piansi per tutto il tempo, preso da una commozione struggente,  mentre mi scorrevano nella mente infinite immagini del nostro passato, e guardavo a distanza  Luisa, sua moglie, che con lui lo aveva riempito.

Ad alcuni l’amicizia non bastò. E infatti nel liquido amniotico del “De Sanctis” maturarono anche delle storie d’amore. Delle mie non dico nulla, mi avvalgo della facoltà di non parlare. Lo stesso riserbo mantengo su quelle che non sono stato autorizzato a rivelare. Il grosso, dunque, lo affido alla libera immaginazione del lettore. Ne restano solo poche a cui posso accennare perché  divennero di pubblico dominio, essendo finite in matrimonio. Ricordo ad esempio quello tra Paola Formiggini e Mimmo Parrella, e quello di Marcella Marmo con Guido Sacerdoti. Ma soprattutto non posso tacere di altri tre casi che hanno riguardato altrettante mie sorelle. Ho già detto di Vera, la terza, e di Massimo Di Rosa. La seconda, che si chiama Silvia, aveva inaugurato la serie sposando Aldo Vittozzi, un giovane vomerese insofferente delle gabbie conformistiche entro le quali rischiava di essere trattenuto da vischiosità ambientali, e che perciò si era prima impegnato fortemente nell’area del cattolicesimo sociale e poi era stato attratto da quella radicalizzazione ideale, non partitica, che il Circolo esprimeva. Infine ci fu il matrimonio tra Erminia, la quarta, e Antonio Damiani, un chimico-fisico triestino capitato a Napoli per via di un concorso universitario: in realtà la loro relazione non iniziò al “De Sanctis”, ma la forzatura è leggera, perché non mi sembra sbagliato fare risalire a quel contesto gli umori che la fecero nascere. Soltanto Nella, la maggiore delle mie sorelle, ebbe il buon gusto di non approfittare di un pubblico impegno in un’impresa collettiva per ricavarne un utile privato.

Per completare il quadro aggiungo che ognuna delle tre coppie ha poi generato due figlie femmine. Così, sommando alle sorelle le nipoti, si arriva a dieci. Undici con mia madre. Record pressoché imbattibile di “quote rosa”: uno dei tanti effetti collaterali (di tutt’altra natura, per fortuna, rispetto ai famigerati omonimi), che hanno reso ancor più meritoria l’opera del “Circolo di cultura Francesco De Sanctis”.

Immagine di copertina: Filippo Maone interviene ai funerali di Rossana Rossanda, 24 settembre 2020

Noi, piccoli granelli di una bella storia ultima modifica: 2023-01-01T19:08:07+01:00 da FILIPPO MAONE
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