Byung-Chul Han, la rivoluzione impossibile

Per le edizioni Nottetempo esce in edizione italiana “Perché oggi non è possibile una rivoluzione”, una raccolta d’interventi del filosofo tedesco d’origine coreana, “uno dei massimi critici dell’assurdo mondo contemporaneo”.
ALBERTO MADRICARDO
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Per le edizioni Nottetempo esce in edizione italiana una raccolta d’interventi di Byung-Chul Han, “uno dei massimi critici dell’assurdo mondo contemporaneo”, come recita la presentazione. Han è un coreano che in gioventù è andato in Germania dal suo paese natale per studiare metallurgia e lì invece si è innamorato della filosofia, dedicandovisi a tempo pieno.

Il libro prende il suo titolo da quello del primo dei saggi che vi sono raccolti: Perché oggi non è possibile una rivoluzione. Il più importante del libro. L’asserzione che nel titolo l’autore dichiara di poter spiegare è di quelle pesanti. Se dimostrata, essa può dare connotazione all’intera epoca che stiamo vivendo. Non si tratta solo di un giudizio storico. È pronunciato su un alto piano, più impegnativo e solenne di quello dei giudizi storici: quello della filosofia della storia. 

Se assumiamo che l’età moderna è stata “l’età delle rivoluzioni”, asserire – come fa Han – che “oggi la rivoluzione è impossibile”, significa dire che oggi viviamo in un’altra epoca.

L’idea di rivoluzione – sempre in rapporto dialettico con quella di declino – ha radici molto lontane. Per non andare indietro oltre il Medio Evo, basta ricordare il millenarismo cristiano, iniziato con Gioacchino da Fiore e con le profezie del Terzo Regno. Più tardi la rivalutazione delle potenzialità umane diede fiducia nella possibilità di costruire un “ordine razionale” sulla terra.

Come afferma Eric Voegelin:

È una società che, diventando maggiorenne, cerca il senso di se stessa; è una società che cresce e ha coscienza della propria crescita e quindi non può più accettare l’interpretazione tradizionale della senescenza.

Questa corrente profonda parte dal cuore del Medio Evo, e attraverso successive fasi di maturazione, giunge all’Illuminismo, dando luogo, nella Modernità, all’epoca delle rivoluzioni. 

La rivoluzione è l’esercizio del potere più grande che si possa immaginare: quello della palingenesi, del “nuovo inizio”. Dire – come fa Han – che oggi la rivoluzione non è possibile significa affermare che siamo entrati nell’epoca in cui la fiducia dell’uomo di potersi fondare su se stesso non è più totale. 

Per quanto il libro di Han contenga nei capitoli successivi interventi interessanti e stimolanti, mi concentrerò solo sul primo, per ragioni di spazio, ma anche perché in questo l’autore condensa la sua tesi di fondo: tutti gli altri saggi e interviste del libro sono articolazioni e approfondimenti di essa.  

Un potere di tipo nuovo

Dunque, nel primo saggio (Perché la rivoluzione non è possibile) Han, si pone due domande semplici e dirette: “perché il sistema di dominio neoliberista è così stabile? Come mai ci sono così pochi fenomeni di resistenza? E come mai questi si traducono tutti, ben presto, in un nulla di fatto?”.

Riassumendola sinteticamente, la sua risposta è: il potere con cui abbiamo a che fare nell’epoca del neoliberismo è un potere di tipo nuovo, che non si basa sulla repressione diretta delle forze sociali antagoniste, ma sulla “stabilizzazione”. Egli precisa:

Il sistema di dominio neoliberista è strutturato in maniera profondamente diversa. Il potere stabilizzante non è più repressivo, bensì seduttivo, e non più così visibile come sotto il regime disciplinare. Non c’è una controparte evidente, non c’è un nemico che opprime la libertà e contro cui sarebbe possibile opporre resistenza.

Avendo da parecchi anni personalmente sostenuto in scritti e occasioni una tesi analoga, non posso che concordare. Concordo, in conseguenza, con l’affermazione cruciale di Han, quando dice che la figura centrale nel sistema neoliberista è quella dell’individuo imprenditore di se stesso.

Come egli dice:

oggi ciascuno è un operaio che si sfrutta da solo, un dipendente di se stesso. Ciascuno è al contempo servo e padrone, per cui la lotta di classe si è trasformata in lotta interiore.

La dialettica servo – signore, di hegeliana memoria, esce dalla dimensione storica e sociale e si riduce a problema morale.  

Mi limiterei a inquadrare storicamente questa tesi, che Han enuncia con grande chiarezza ma – ecco il mio rilievo critico – non storicizza. La mia domanda è allora: come mai siamo arrivati a questo punto?  E la risposta: questa novità forse senza precedenti nella storia dell’uomo è il risultato della formidabile spinta emancipativa delle classi oppresse sprigionatasi in l’Occidente negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, che ha segnato – pur non dando luogo effettivamente ad alcuna rivoluzione politica – allo stesso tempo il culmine e il tramonto di quella che, a partire da quella francese, è stata definita l’età delle rivoluzioni

Il potere di autosfruttarsi è un potere? 

In riposta alla formidabile pressione dal basso scatenata dal ‘68, quello che Han chiama “il potere disciplinare” (che fonda cioè il suo ordine su una disciplina imposta con l’uso preponderante o importante della violenza repressiva) dovette battere in ritirata. Senza abbandonare il campo, si attestò in una trincea più arretrata ma più insidiosa: da un lato scaricò sulla globalizzazione parte dell’enorme tensione sociale interna agli stati occidentali, dall’altro riconobbe agli sfruttati il potere di autosfruttarsi. 

“Ma che potere è mai questo?” Si dirà. “Quello di sfruttare se stessi sarebbe un potere? Ebbene sì, per quanto possa apparire strano e paradossale, pure se esercitato dall’individuo solo su di sé (dunque socialmente impotente), questo è un autentico potere, strappato al capitalismo in Occidente con un durissimo ciclo di lotte. Prima, lo sfruttato non aveva il potere di sfruttarsi: era sfruttato e basta. 

Le lotte avevano consentito una poderosa interiorizzazione della dialettica della storia. Interiorizzata, tale dialettica ha potuto diventare morale. 

In conseguenza, la rappresentazione comune, sociale della storia, si è sfarinata in una miriade di storie personali, senza più un quadro comune e una connessione evidente fra loro. La storia comune, il grande solco tracciato nel tempo dalle grandi masse con il loro percorso collettivo, nel cui alveo esse avevano costruito la loro identità, si è disperso. Ora di quel solco profondo rimangono solo tracce superficiali, scarabocchi senza messaggio, come i graffiti che ricoprono i muri delle nostre città. Eppure questo groviglio insensato di segni, insieme al potere di autosfruttarsi, è il risultato più alto della lotta di classe.

Sulla vetta

Giungendo a forza sulla vetta del potere, il grande movimento sociale culminato negli anni Sessanta – Settanta in Occidente non ha acquisito solo un qualche contropotere o – per dirla con Gramsci – “qualche casamatta”.  Ha conquistato la possibilità di guardare il mondo dal punto di vista del potere: appunto dalla vetta. Sulla vetta, finisce la parete da scalare e si spalanca il panorama: gli opposti versanti, prima invisibili l’uno dall’altro, si offrono insieme alla vista. Le identità tenute separate da secoli nella contrapposizione, si sono confuse, perdendo parte della loro consistenza. “L’unità contro”, la forma che teneva insieme gli sfruttati e consentiva loro di esercitare un potere di freno, un contropotere, è evaporata. Gli individui, uniti nell’ascesa, una volta in vetta si sono divisi. Il potere che hanno conquistato è solo individuale, su di sé: incapace di socializzarsi.  

È vero che il lavoro autonomo c’è sempre stato, ma nella “società del potere disciplinare” – come la chiama Hun – il lavoro autonomo aveva lo statuto di “residuo di un passato premoderno”, non ancora razionalizzato dalla macchina industriale accentratrice moderna, tendenzialmente onnivora. Il suo bacino sociale (artigiani, commercianti, piccoli imprenditori, ecc.) era socialmente e politicamente ambiguo: poteva essere usato sia come massa di manovra per avventure reazionarie, sia come incerto alleato del fronte degli sfruttati nei suoi scontri epocali con il grande capitale. 

Ora il lavoro autonomo è ben altro: siamo di fronte a una figura di tipo nuovo, che ha la dignità e il potere, riconosciuto dallo stesso capitale, di autosfruttarsi. Ciò che costituisce insieme la conquista più grande della lotta di classe e il culmine della razionalizzazione sfruttatrice del capitalismo. 

Un passo in avanti e un passo indietro: il potere delle forme.   

Come ho detto, può apparire assurdo che questo nuovo rapporto tra capitale e lavoro sia considerato una conquista: l’operaio che si autosfrutta sembra piuttosto uno che ha fatto un passo indietro, verso condizioni ottocentesche. Ma sullo specchio deformante della storia dell’umanità, fino alla fine dei suoi tempi, lunghi ma non infiniti, ogni passo avanti che non sia quello definitivo deve risultare sempre anche un passo indietro. Come succede quando si salta per afferrare un frutto troppo in alto sull’albero: che si ricada giù senza averlo afferrato – o senza averlo afferrato del tutto – non esclude che si sia saltato più in alto di ogni altra volta prima.  

Se guardiamo la situazione di quello che fino a pochi decenni fa era il potere del capitale (“disciplinare”, repressivo) dobbiamo riconoscere che anche la sua natura e posizione, in rapporto al lavoro, sono molto cambiate. Ha dovuto mettere da parte (almeno parzialmente) la repressione, farsi indiretto. Come opportunamente osserva Han:

il potere che salvaguarda il sistema assume oggi una forma affidabile, “smart”, rendendosi invisibile e inattaccabile: il soggetto sottomesso non sa nemmeno di esserlo, e anzi crede di essere libero.

Ora tratta il lavoratore come un soggetto formalmente “alla pari”, preferisce considerarlo collaboratore piuttosto che dipendente. Così non ha più bisogno di licenziarlo. Quando gli conviene, gli comunica, magari con un whatsapp, di non avere più bisogno di avvalersi più delle sue prestazioni professionali, come si fa quando si cambia avvocato o dentista.  

Questo riconoscimento formale di “parità” al lavoratore, a uno sguardo superficiale, può sembrare ironico o persino beffardo. Sono cambiate le forme, è vero, ma – come si dice – “nella forma c’è sostanza”.  Dimenticarlo è un grave errore. 

“Accanto a te, non contro di te” 

Va precisato, a scanso di equivoci, che questo riconoscimento di formale “parità” fra capitale e lavoro è stato ottenuto non per graziosa concessione, ma con dure lotte contro il capitalismo. Se ora usa i guanti, è perché vi è stato costretto: il dispendio di energie che gli richiedeva l’imposizione a forza dell’obbedienza agli sfruttati era diventato eccessivo, almeno in Occidente. Ma il suo sogno romantico resta sempre il padrone delle ferriere. Appena può, ci ritorna.  

Un potere poco o per nulla personalizzato ora si presenta come custode premuroso della condizione in cui tutti sono liberi (di sfruttare gli altri come se stessi). Lasciando in secondo piano il suo impegno diretto nella produzione materiale di beni, il capitale ha le sue più lucrose frontiere nella finanza, nella ricerca, nella logistica. Dispone privatamente di saperi e di dati che non sono in possesso nemmeno degli stati, gestisce direttamente i reticoli relazionali da cui gli individui non possono prescindere per attuare le loro private strategie di successo: “è accanto a te, non contro di te”. 

La “rivoluzione delle forme” ha prodotto risultati ben concreti. Entrambi le parti in campo – capitale e lavoro – hanno identità sfumate. Dato che il potere è diventato invisibile, e non si lascia facilmente fissare nel ruolo di controparte, come dice Han:

si fa violenza a se stessi invece di cercare il cambiamento nella società. L’aggressione verso l’esterno, capace di provocare una rivoluzione, cede il passo all’aggressione verso se stessi.

Il capitalismo vende il comunismo

Non bisogna dimenticare che l’individuo non è un Robinson che ricostruisce dal niente, da solo, la sua vita e il suo mondo sull’isola deserta. Vive in una realtà socialmente determinata. Se mancasse questa, egli stesso non ci sarebbe. Come “individuo” è infatti una figura prodotta dalla socializzazione. 

Ma poiché l’individuo è troppo impegnato a farsi avanti (come scrive Han: “oggi la concorrenza è ovunque, anche all’interno della medesima ditta”), ha perduto la consapevolezza della sua origine sociale: più gli individui diventano individualisti, più anche interiorizzano il conflitto di classe, più divengono inconsapevoli dipendenti dai circuiti sociali. 

Il potere sistemico è così raffinato e abile che riesce a vendere perfino la socialità. “Per esempio – ricorda Han – come fa Airbnb – si vende persino l’ospitalità.” E aggiunge:

L’ideologia della community o del wiki collaborativo porta a una capitalizzazione totale della comunità (…) Il capitalismo giunge al suo culmine nel momento in cui vende il comunismo come se fosse una merce. Il comunismo come merce: questa sì che è la fine della rivoluzione. […] In una società in cui ci si recensisce a vicenda – aggiunge – anche l’amicizia finisce commercializzata. Ci si comporta in maniera amichevole per ottenere recensioni migliori. 

“Il capitalismo che vende il comunismo”! Viviamo davvero nel sistema delle identità interscambiabili, dell’ambiguità generalizzata. Ma – osserverei – quegli stessi che “vendono il comunismo” – restano cionondimeno – o proprio per questo – dei confusi analfabeti sociali, ossimori viventi, liberi servi del sistema. 

Il prezzo che l’individuo paga per stare sulla vetta del potere è la perdita della univocità della sua identità sociale “contro” e della propria storia. Non sa più chi è: come sfruttato, sarebbe portato a solidarizzare con gli altri oppressi. Come sfruttatore di se stesso, vede negli altri solo dei concorrenti. 

La rivoluzione impossibile 

A questo punto Han avanza la sua tesi di fondo:

Nell’epoca odierna non esiste una moltitudine collaborativa e interconnessa in grado di elevarsi in protesta globale, a massa dedita alla rivoluzione.

Egli la sostiene in polemica con Toni Negri, il quale invece, ne teorizza la possibilità. 

D’accordo con Han e non con Negri, penso che riconoscere che oggi gli sfruttati sono disgregati tra loro equivalga a dire che sono impotenti.  Non esiste la possibilità, affermata da Negri, che “la moltitudine possa scalzare l’impero parassitario”. Credo anch’io che unità e forza siano sinonimi, come divisione e debolezza. La debolezza degli sfruttati a causa della divisione tra loro rende impossibile il loro sollevamento rivoluzionario. Questa debolezza, a sua volta, deriva dal fatto che non c’è la base comune da cui essi possano sollevarsi: un capitalismo sofisticato e mimetizzato non gliela offre più.

Al contrario, penso che il processo storico diventi rivoluzionario quando l’unità delle forze sociali fissa la realtà e le identità in campo, in modo così netto, da far risaltare, per differenza, la possibilità di un’alternativa. In base al principio: “quanto più il reale è reale, tanto più il possibile è possibile”. 

Viceversa, una realtà che ciascuno vive per sé, non socialmente condivisa – direi – è “una notte in cui tutte le vacche sono nere”: non si riesce a distinguervi il possibile dal reale. Tutto è fluttuante, ambiguo. Non si offre alcun punto di appoggio archimedico su cui gli sfruttati possano fare leva per sollevare il mondo. Così si spiega lo stallo, la paralisi attuale, l’autolesionismo degli sfruttati e la sorprendente stabilità del sistema neoliberista nonostante le sue frequenti crisi.

La tesi di Han, che ho riassunto con parole mie, che egli articola poi nei saggi e nelle interviste successive che compongono il suo libro, descrive efficacemente la situazione in cui oggi ci troviamo. Ma la sua pura descrizione ne fa solo risaltare l’astratta ineluttabilità. 

Affinché la critica sia efficace, deve essere concreta. Deve cioè contestualizzare la situazione che descrive, tematizzarla. In una parola: lo stato di cose esistente può avere un senso solo se inserito in un’ampia visione del tempo. Diciamo pure in una filosofia della storia

La rappresentazione della storia esiste fino a che ha davanti a sé un’apertura “sulle cose ultime”, che solo la religione o la filosofia della storia possono procurarle. Altrimenti il suo pesante convoglio si arresta, le identità si disgregano, l’orizzonte si oscura e – come oggi – su tutto cade un’ambigua penombra. 

Il potere di far parlare le cose (a proprio vantaggio)  

Per agire, bisogna avere certezze. Il capitale oggi non vuole più offrirle. L’unica certezza che propone oggi è quella dell’ambiguità del tutto. Bisognerà allora partire proprio dall’ambiguità, storicizzarla, sottrarla alla condizione di mero dato di fatto e capire come ha potuto crearsi. Il confondersi dei profili del reale è la paradossale conseguenza dell’irruzione delle classi subalterne, in quanto tali, sulla vetta del potere. Le cose allo stato grezzo, prima che intervenga il potere per accertarle, sono ambigue. 

Sempre fluttuante, aperto a esiti diversi e opposti, è il panorama che il potere vede intorno a sé. Il suo primo compito, da cui trae la legittimazione di cui ha bisogno per restare forte, è di accertare il reale.  

Esso è davvero forte quando non ha bisogno di parlare, perché “le cose stesse parlano per lui”. A conferma, richiamo l’affermazione di Foucault secondo il quale “il potere produce realtà”.  Questa non va intesa nel senso banale per cui il potere “si inventa” cose e situazioni che non esistono (magari fa anche questo, ma non principalmente: quando è forte non ne ha bisogno), bensì nel senso che il potere, decidendo, separa il reale dal possibile, disambigua gli stati di cose stabilizzandoli socialmente. Resi certi, questi divengono socialmente cogenti: “realtà” equivale a “comando sociale”. 

Se oggi c’è solo un mondo di ombre e ogni cosa ha un’identità oscillante, è perché il potere capitalistico è stato fortemente indebolito: gli sfruttati hanno conquistato un vero potere. Ma questo li ha messi direttamente davanti all’ambiguità delle cose. Di più, non essendoci più un potere disposto a mettersi apertamente “contro” di loro, gli sfruttati che si autosfruttano hanno interiorizzato completamente l’ambiguità.               

Ora hanno a che fare con un enigma apparentemente insolubile: l’unità degli sfruttati era – e resta – difficile ma non impossibile.  Ma come è possibile l’unità degli autosfruttatori concorrenti? 

Gli sfruttati non avevano immaginato che, nel processo storico della lotta di classe, a un certo punto l’idea stessa di lotta di classe e la loro identità di sfruttati sarebbe stata messa molto seriamente in discussione. E proprio da loro stessi, in qualità di autosfruttatori. In questa confusione non sanno più dove sta il fronte. Si sentono depistati, neutralizzati, spinti su un binario che sembra proprio morto. Quello – come dice Han – dell’autosfruttamento e dell’autolesionismo. 

Il potere che si è ritirato non ha più la forza di “produrre realtà” ma può ancora neutralizzarla, fare in modo che, se non riesce più a farla parlare a proprio vantaggio, essa almeno non parli contro di lui. Raggiungono questo fine con la polverizzazione della realtà e l’ambiguazione delle identità. Contro questa sofisticata operazione di neutralizzazione del reale non credo che il descrittivismo di Han sia sufficiente. 

Lotta di classe: fine o passaggio 

Se cominciamo a considerare “la fine della lotta di classe” non come la fine di ogni visione della storia ma come un passaggio necessario nel percorso complesso che porta le classi sfruttate a esercitare il potere in senso pieno, allora possiamo muoverci e agire efficacemente nella situazione di oggi. 

Che cosa si può comprendere ora? Che l’unità degli sfruttati nell’opposizione, la loro “unità contro”, si costituisce e si muove entro il cerchio di realtà che resta affermato dal potere. Tale cerchio di realtà non comprende solo ciò che afferma, ma anche la sua possibile negazione: ogni alternativa a una determinata realtà confermata da un potere è alternativa a quella realtà, a quel potere, quindi subalterna a essi. 

In altre parole: chi fa la musica resta quel potere. Gli oppositori possono solo abbozzarne qualche variazione, disturbarla, o, come accade con l’autosfruttamento, prendervi parte. Ma non basta cambiare alcuni suonatori perché cambi la musica. Per fare un esempio storico, dopo la ritirata dei colonialisti, nelle ex colonie sono rimasti ancora a lungo dominanti i rapporti coloniali. 

Lo sfruttamento che il lavoratore pratica su di sé è della stessa natura di quello che il capitale esercita su altri, ma con una differenza. Mentre il capitale consuma la forza lavoro degli altri (e il mondo di cui fa parte che tratta come se fosse infinito), il lavoratore imprenditore di sé consuma innanzitutto se stesso. Come un mulinello costui gira sempre più vorticosamente, fino al “burnout”, a risucchiarsi, a spegnersi. È il momento in cui si chiude il cerchio del capitalismo e si rende evidente la sua assurdità, che rimaneva velata fino a che lo sfruttamento riguardava solo “l’altro” e il mondo presunto infinito.    

Solo dove c’è il reale c’è il possibile 

La rivoluzione ha bisogno di una realtà forte, e di un potere che la affermi. La rivoluzione è l’affermazione del possibile. Questa non ci può essere se non risaltando da un forte senso del reale. Se il reale è “soft”, ambiguo, anche il possibile si confonde. Per non consentirgli di costituirsi in contrasto il capitalismo si è reso liscio e senza grandi asperità.  

Oggi non c’è da far conto che la rivoluzione possa trarre forza dal contrasto: le parti si sono invertite. Non è più il potere capitalistico a produrre “realtà sociale” (esso, anzi, ne è diventato il distruttore, il dinamitardo). Noi stessi dobbiamo crearlo, cominciando a mettere insieme i frammenti dell’immane frantumazione di realtà che esso, per sopravvivere, sta provocando. 

Questa “produzione di reale sociale” assomiglia a una terapia di disintossicazione. Il problema del tossicodipendente non è tanto fare a meno della droga: è riempire il vuoto lasciato dalla sua assenza. Come ogni vero processo di disintossicazione, anche questo deve essere volontario. Le cose e gli stati di fatto ora frammentati vanno resi concreti, cioè ricomposti entro un tessuto di relazioni e interazioni sociali che deve essere consapevolmente, arricchito e irrobustito, in modo che “sia finalmente la mano ad afferrare la cosa, non la cosa (nel suo formalismo di merce) ad afferrare la mano – il braccio – la mente”. 

La rivoluzione ha bisogno di impedire che il reale e il possibile vengano fatti annegare insieme nell’ambiguità. Solo dove c’è realtà c’è possibile. Per questo i rivoluzionari (di tipo nuovo, contro un potere nuovo) oggi sono impegnati a disambiguare il mondo, a ricostituire realtà e identità sociali. Ciò che il capitalismo neoliberista non vuole e non può fare. 

Immagini: Il discorso di Byung-Chul Han alla cerimonia delle lauree
del MOHOLY-NAGY UNIVERSITY OF ART AND DESIGN, Budapest, 12 luglio 2022

Byung-Chul Han, la rivoluzione impossibile ultima modifica: 2023-01-03T19:57:41+01:00 da ALBERTO MADRICARDO
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