Habemus Speaker

La Camera a guida repubblicana non inizia nel migliore dei modi. Una ventina di deputati della destra del partito hanno tenuto in ostaggio per cinque giorni Kevin McCarthy, il politico californiano destinato a sostituire Nancy Pelosi. Si annunciano due anni difficili per il GOP, all’ombra di Trump e del trumpismo.
MARCO MICHIELI
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Dopo quindici scrutini svoltisi nell’arco di cinque giorni – la più lunga elezione in 164 anni – il leader repubblicano Kevin McCarthy è stato infine eletto Speaker della Camera dei Rappresentanti. Una vittoria che giunge dopo una serata drammatica per McCarthy. Nella precedente votazione aveva infatti ottenuto un voto in meno rispetto alla maggioranza necessaria per essere eletto.

Tensioni che sono state trasmesse live da C-SPAN. Rimarranno storiche le scene di McCarthy che affronta in aula il deputato e leader degli irriducibili Matt Gaetz, mentre un deputato repubblicano trattiene il collega Mike Rogers nell’intento di aggredire Gaetz.

Il bilancio finale è stato di 216 voti per McCarthy, 212 per il leader democratico della Camera Hakeem Jeffries. Sei deputati hanno votato “presente”, consentendo di abbassare il quorum.

Kevin McCarthy si dirige verso Matt Gaetz per cercare di convincerlo a votarlo come Speaker

Ma i problemi rimangono. Il Partito repubblicano è nel caos. E i prossimi due anni di legislatura saranno particolarmente difficili. Le votazioni di questi giorni mettono in risalto l’assenza di leadership in grado di unire il partito verso le elezioni presidenziali del 2024. E pone domande ancora più profonde sull’identità e sul futuro del partito.

McCarthy, leader della minoranza repubblicana dal 2019 al 2023, poteva contare sulla carta di una maggioranza di 222 repubblicani contro 213 democratici. Da giorni però era oggetto di un’opposizione ferrea da parte di venti deputati della destra del suo partito, tutti provenienti da circoscrizioni saldamente repubblicane. Un elemento quest’ultimo non di poco conto. In passato infatti voti contrari ai candidati alla presidenza venivano da deputati eletti in collegi competitivi, con un interesse elettorale legato al voto sulla presidenza. Una contrapposizione quindi più ideologica e volta a guadagnare delle posizioni nelle commissioni.

Fino a giovedì, i venti deputati repubblicani, nonostante i continui colloqui e le concessioni fatte, avevano rifiutato di sostenere McCarthy, troppo moderato ai loro occhi. Nel tentativo di persuaderli, McCarthy ha accettato molte delle loro richieste: posti in commissioni e modifiche di regolamenti. Il neo Speaker ha anche accettato di proporre una modifica delle regole che consentirebbe a un solo membro della Camera di chiedere una votazione per far dimettere lo Speaker in carica. In sostanza, il repubblicano ha accettato di votare una modifica che lo renderebbe ancor più ostaggio della destra del partito.

La deputata Marjorie Taylor Greene cerca di far parlare al telefono uno dei “ribelli” con l’ex presidente Trump

Se alle molte concessioni di McCarthy sono seguiti venerdì gli agognati voti, anche se molto lentamente, un gruppo irriducibile di deputati è riuscito a bloccare la sua elezione. Che cosa abbia smosso Gaetz e gli “irriducibili” a votare “presente” e abbassare il quorum non è noto. McCarthy ha tuttavia negato di aver offerto a Matt Gaetz la presidenza di una commissione in cambio del suo voto “presente”. L’idea che potesse avere ottenuto la presidenza della commissione difesa ha però continuato a circolare sui social. Una scelta che metterebbe nei guai Biden, dato che Gaetz è contrario all’invio di armi all’Ucraina.

Giovedì si era temuto anche il peggio quando il candidato alla presidenza aveva ottenuto 200 voti – mentre il leader della minoranza democratica della Camera, Hakeem Jeffries, ne aveva ottenuti 212 – e Gaetz, deputato della Florida e beniamino della base trumpiana del partito, aveva votato per l’ex presidente Donald Trump. Una candidatura quella di Trump che a molti analisti e commentatori era sembrato inizialmente il dispiegarsi di una strategia che la destra repubblicana aveva sostenuto per molti mesi.

Gaetz infatti aveva già sostenuto pubblicamente l’idea di riportare Trump in politica votandolo come presidente della Camera durante un comizio di Trump in Florida nel luglio 2021. La costituzione infatti non stabilisce che lo Speaker debba essere un membro della Camera, anche se storicamente non è mai accaduto che non lo fosse. All’epoca Trump aveva espresso anche un fugace interesse per l’idea in un’intervista. Ma il suo precedente portavoce, Jason Miller, aveva dichiarato ai giornalisti a giugno che Trump non aveva “alcun desiderio” di diventare presidente della Camera. Tuttavia, diversi repubblicani, come il suo ex chief of staff Mark Meadows e l’ex consigliere Steve Bannon avevano sostenuto l’idea di Trump presidente della Camera.

Anche se pubblicamente Trump ha dichiarato si sostenere McCarthy e ha implorato gli esponenti della destra di votarlo, l’entusiasmo dell’ex presidente per McCarthy era stato messo in discussione nelle ultime ore. Trump infatti non è apparso in pubblico per sostenere McCarthy. Né ha pubblicato nulla sul suo sito Truth Social sul fallimento degli scrutini per eleggere McCarthy. Sostegno che è arrivato al quarto scrutinio, ma che non è bastato.

Un sostegno profondamente ambiguo. L’ex presidente infatti non ha attaccato in “modalità Trump” i ribelli di McCarthy. Gaetz è infatti un habitué di Mar-a-Lago, la residenza in Florida dell’ex presidente. Giovedì, ad un certo punto, Liz Harrington, la portavoce dell’ex presidente, ha anche ritwittato la dichiarazione di Gaetz a sostegno di Trump come Speaker della Camera. E lo stesso Trump ha pubblicato un meme sul suo social nel quale è seduto alla scranno della presidenza, intento a disturbare il discorso di Biden sullo stato dell’Unione.

Il meme diffuso da Trump su Truth Social

Altri commentatori hanno visto però nella vicenda la debolezza di Trump all’interno del Partito repubblicano. Lo testimonierebbero anche le molte telefonate fatte ai “ribelli” per placarli, senza successo.

Ma l’ex presidente ha avuto soprattutto un atteggiamento ambiguo, quasi dettato da prudenza politica, qualità che non gli appartiene. Le sue dichiarazioni tardive a sostegno di McCarthy non sono sembrate molto convicenti. Ha fatto il minimo indispensabile visto il ruolo e l’influenza che ha all’interno del partito. Ma non si è spinto fino in fondo, come avrebbe potuto fare, lanciando strali contro i “ribelli”. Si tratta infatti pur sempre di deputati pienamente nel solco trumpiano. E amati dai sostenitori di Trump, a differenza di McCarthy.

Un po’ di prudenza però non guasta, probabilmente avrà pensato il presidente. Se Trump dovesse arrivare fino in fondo della nomina repubblicana per le presidenziali del 2024, avrà bisogno dei “ribelli”, ospiti quasi fissi di Fox News. E avrà bisogno dell’establishment che nel frattempo si è spostato più a destra e ha dato visione politica al populismo trumpiano (vedi il governatore Ron DeSantis in Florida).

Forse questa vicenda mette in luce piuttosto l’eredità e l’influenza del trumpismo sul Partito repubblicano. Una formazione politica dove gli emuli di Trump, seppure in minoranza, tengono in scacco un partito che già sono riusciti a spostare più a destra praticamente su tutti i temi. Un partito che qualcuno ha definito un “incubatore per celebrità di destra”, dove c’è una sorta di competizione a spararla più grossa nel tentativo di accrescere la propria visibilità. Un partito dove 118 dei deputati che votarono contro la certificazione della vittoria di Biden nel 2020 sono ancora alla Camera. E dove alcuni dei “ribelli” contro McCarthy erano stati deferiti al comitato etico della Camera per il loro ruolo nell’assalto al Campidoglio il 6 gennaio del 2021.

Kevin McCarthy infine Speaker della Camera
Habemus Speaker ultima modifica: 2023-01-07T20:49:39+01:00 da MARCO MICHIELI
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