Bibi, un nuovo governo, una nuova brutta era

DAN RABÀ
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[TEL AVIV]

Il governo presieduto da Benjamin Bibi Netanyahu esordisce con una serie di giri di vite nei confronti dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) e di Organizzazioni non governative attive in Cisgiordania. Tra le misure nei confronti dell’Anp, la detrazione dalle tasse, che Israele raccoglie per i palestinesi, delle quote destinate ”alle famiglie dei terroristi”, con la destinazione di una parte di quei fondi – 139 milioni di shekel – alle “vittime israeliane del terrorismo”. Bloccati anche “i progetti di espansione edilizia palestinese nell’area C della Cisgiordania (quella sotto controllo israeliano) portati avanti in contrasto con gli accordi internazionali”, secondo quanto afferma il nuovo governo. La mossa è giustificata con la decisione dell’Anp di “rivolgersi alla Corte internazionale di giustizia” sullo status della Cisgiordania, “e di ingaggiare così una guerra politico-legale” con Israele, sostiene ancora il nuovo esecutivo.

Nel mirino di Bibi anche le Ong che operano nei Territori palestinesi, Israele “intraprenderà azioni contro quelle di loro che portano avanti attività terroristica o ogni attività ostile, incluse le attività politico-legali mascherate da attività umanitarie”.

Non c’è voluto molto dunque per trovare conferma dei peggiori timori sulla natura e sull’orientamento del nuovo esecutivo sostenuto dal blocco di forze premiate dal voto del 1 novembre scorso, un governo, il sesto presieduto da Netanyahu, con un baricentro decisamente a destra, che sembra consolidarsi dopo tre anni e mezzo di alta instabilità politica in Israele, come dimostrano le cinque tornate elettorali che si sono susseguite, in un paese spaccato e polarizzato tra due campi equivalenti, nessuno dei quali con i numeri per governare.

Questa fase di “montagne russe” politiche era stata anche l’esito del lungo regno – dodici anni di governo di Re Bibi – fonte di crescenti conflitti e inimicizie, all’interno del suo stesso partito, il Likud, con il distacco di una sua componente, capeggiata da Gideon Moshe Sa’ar, che avrebbe costituito un nuovo partito, Tikva Hadasha (nuova speranza), in grado, secondo i sondaggi, di sottrarre una fetta consistente di voti a Bibi ma poi destinato in realtà a diventare una piccola parte della coalizione che per un periodo effimero si è contrapposta a Netanyahu.

Le prime prese di posizione del nuovo governo, sulla questione palestinese, confermano la priorità del tema nell’agenda di Bibi e di come essa rappresenti un rilevante punto di distinzione rispetto all’arco delle forze di centrosinistra o, comunque, anti-Bibi.

La destra nega, anche in prospettiva, la creazione di uno stato palestinese mentre sul versante opposto, almeno in teoria, si crede nella trattativa e nella formazione di una patria per i palestinesi, anche se nei fatti il tema non è stato al centro degli sforzi della coalizione che col voto di novembre ha dovuto cedere il potere a Bibi. Nella coalizione uscente partiti con diversi orientamenti erano disposti a convivere con questa evidente contraddizione sostenendo che nella fase storica attuale va preso atto che la trattativa coi palestinesi è bloccata, e lo è anche a causa delle loro divisioni (Cisgiordania e Gaza, Olp e Hamas, con Abu Mazen nel limbo in attesa che sia sostituito da un nuovo leader). Ma la grande novità del governo Bennett-Lapid, sostenuto dal cosiddetto “blocco del cambiamento”, era la presenza nella coalizione di un piccolo partito arabo con una posizione in evidente contrasto con quella prevalente nel campo palestinese: l’accettazione dello stato ebraico e della legge del ritorno (in virtù della quale qualsiasi ebreo può diventare automaticamente cittadino israeliano): la Lista araba unita, anche conosciuta con il suo acronimo ebraico Ra’am (tuono), guidata da Mansour Abbas. La sua partecipazione al governo Bennet-Lapid, con la sua sostanziale archiviazione della questione palestinese sono valsi consistenti investimenti nelle zone arabe d’Israele. Ma il dato politico più rilevante è che lo “sdoganamento” di una forza araba e islamica ha immesso nel gioco politico un nuovo protagonista, disposto peraltro a giocare anche nel campo di Bibi (lusingò e corteggiò anche lui Mansour, pur di avere la maggioranza, per poi rinunciare incalzato dalla destra, dentro e fuori il Likud, che non voleva saperne della presenza di Ra’am nella stessa compagine di governo).

La debolezza intrinseca dell’“esecutivo della staffetta”, com’era anche definito il trentaseiesimo governo israeliano, guidato prima da Naftali Bennett e quindi da Yair Lapid, era evidente fin dalla sua faticosa formazione, resa possibile solo dalla comune avversione a Bibi, ma con la vieppiù riluttante partecipazione del partito di destra, Yamina, entrato nella compagine a condizione di avere Benett alla guida del governo, anche se in rotazione con Lapid.

Al governo del “cambiamento” vanno tuttavia riconosciuti diversi meriti, come un’efficace lotta al Covid, con il coinvolgimento delle forze armate, una riforma della scuola da molti giudicata innovativa. Meriti che non hanno scalfito la rabbia crescente per il carovita che galoppa, per il problema della casa, sullo sfondo delle frequenti rivolte dei palestinesi, sia quelli con la cittadinanza israeliana sia i lavoratori che risiedono a Gaza e in Cisgiordania, senza contare l’ansia diffusa nei confronti dell’Iran, con le sue minacce di distruzione d’Israele. Purtroppo il governo del “cambiamento” non è riuscito a migliorare il senso di sicurezza personale dei cittadini, attentati e accoltellamenti erano (e sono) un fatto quotidiano, drammatizzati e dilatati dai video che rimbalzano dai social alle tv e viceversa. S’aggiunga che, con la loro enfatizzazione mediatica, violenza e tensione si propagano in altri settori della vita pubblica: violenza sulle strade, violenza sulle donne, violenza dei genitori sui figli. E poi una malavita sempre più armata e spavalda, con conflitti tra bande dotate di armi sempre più sofisticate e regolamenti di conti ed esecuzioni sommarie che avvengono alla luce del sole.

Un clima di tensione che è una delle ragioni della vittoria dell’estrema destra.

Itamar Ben Gvir, nuovo ministro della sicurezza nazionale, passa in rassegna le forze di polizia.

Il governo del “cambiamento” cade dopo un anno e tre mesi quando due parlamentari di Yamina passano di fatto all’opposizione. Di qui l’inevitabilità di nuove elezioni. Che consentono la creazione di un nuovo esecutivo, questa volta all’apparenza stabile, forte com’è di una maggioranza alla Knesset di 64 seggi contro i 56 dell’opposizione. Un passaggio per certi versi epocale, con la scomparsa della forza di sinistra Meretz e la forte affermazione della lista Partito Sionista Religioso con il successo personale del leader del gruppo Otzma Yehudit (Potere ebraico), Itamar Ben Gvir, tristemente finito nella storia recente del paese per la sua apparizione in tv brandendo lo stemma di una Cadillac rubato dall’auto di Yitzhak Rabin. “Abbiamo raggiunto la sua auto, arriveremo anche a lui,” disse allora. Con lui Bezalel Smotrich. Nel 2006 fu tra i promotori della “Beast Parade” come parte delle proteste contro una parata del gay pride a Gerusalemme. Smotrich è cofondatore di Regavim, una Ong che monitora e persegue azioni legali contro le costruzioni intraprese da palestinesi, beduini e altri arabi in Israele e in Cisgiordania. Entrambi hanno ottenuto dicasteri di peso, Smotrich il Tesoro, Gvir la Pubblica sicurezza (è di ieri il suo annuncio dell’entrata in vigore in Israele del divieto di mostrare in pubblico la bandiera della Palestina, dopo la sfida sulla spianata delle Moschee).

La loro partecipazione rappresenta una seria ipoteca politica sull’agenda di Bibi, uomo di destra ma non prigioniero dell’ideologia estremista dei suoi alleati, ma è anche una partecipazione ingombrante in termini di spazi di potere che si sono accaparrati, anche a spese dei papaveri del Likud, che l’hanno presa molto male. I margini di manovra per Bibi Netanyahu sono dunque esigui. Pur potendo contare su una comoda maggioranza alla Knesset, va considerato che i suoi guai con la giustizia sono tutt’altro che archiviati.

Resta da vedere come potrà fronteggiare anche l’opinione pubblica internazionale, e gli stessi alleati americani, un governo con un ministro come Itamar ben Gvir, sostenitore dei coloni religiosi violenti e di giovani facinorosi che aggrediscono i palestinesi. L’esercito incaricato di dividere i contendenti spesso lascia fare ai violenti aggressori ebrei. Ora con Ben Gvir e Smotrich la polizia sarà più rigorosa con gli arabi e giustificherà gli ebrei, mentre sarà consentita la costituzione di nuovi insediamenti ebraici. Si ritiene che quattrocentomila ebrei vivano in insediamenti nei Territori Occupati. E ormai nessuno in Israele è in grado di opporsi all’idea che gli insediamenti sono lì per restare per sempre (in questo senso i coloni hanno vinto), neppure un eventuale governo di “sinistra” impegnato in un processo di pace, peraltro sempre più improbabile.

Immagine di copertina: Manifestazione contro il governo Netanyahu.

Bibi, un nuovo governo, una nuova brutta era ultima modifica: 2023-01-09T21:25:36+01:00 da DAN RABÀ
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