L’ammaliante

nei versi di Giovanni Ibello
CRISTIANO POLETTI
Condividi
PDF

Parlare di Dialoghi con Amin (Crocetti, 2022) è importante, particolarmente importante per me è restituirne un resoconto di lettura. Il secondo libro di poesia di Giovanni Ibello (Napoli, 1989) è molto breve e nel suo insieme il corpus di testi costituisce l’ampliamento e la conclusione del nucleo vincitore, nel 2018, del Premio Città di Fiumicino per la sezione inediti. Il brano che campeggia in quarta di copertina (collana Kylix dell’editore Crocetti) è bellissimo: «Dio, gheriglio di stella / insegnaci a svanire/ poco a poco / insegnaci il dialogo amoroso / tra i picchi delle braci / e l’arpionata notte».

Milo De Angelis nell’introduzione lo indica come un (nuovo) poeta antico, «il più antico dei nostri giovani poeti». Perché lo dice? Qui in effetti la poesia si riconduce a chiavi immutabili e segrete che appartengono all’originario: è fiato e basta, solitudine e basta, sola tirannia d’amore. Sentiamo sprigionarsi in rapporto alla nostra vita alcune forze talmente antenate che nate quasi non riusciamo a pensare che lo siano. Si tratta essenzialmente di silenzio, ombra, amore. La preziosità di questo libro risiede nel pensiero acuminato che lo infiamma per intero e nel lavoro tanto accurato che gli ha dato forma. Lo si avverte nettamente, un lavoro condotto negli anni nella “logica” febbrile dell’ossessione, per ammissione dello stesso Ibello. Il risultato è una speciale tensione che sentiamo vibrare tra le pagine e che corrisponde al mutevole libro della vita: è tensione-verso, tensione del dialogo e nei dialoghi, persino nei singoli frammenti, in ogni piega di uno scambio a due voci.

Tra inizio e fine vediamo scolpito il tratto distintivo di quest’opera. Come un diaframma, in epigrafe campeggia un verso: «Alla poesia, che mi farà solo» che poi va a chiudersi, a pagina 65, con una diversa e decisiva modulazione: «la poesia che mi farà sole». Buio-luce quindi, l’antico richiamo alla manifestazione del vero, diaframma appunto che costringe il respiro a modularsi entro questi due limiti supremi, intorno ai quali si condensa tutta la vocazione e l’auspicio che ogni autore, credo, vorrebbe per sé. S’invoca dunque un’azione della poesia, un’azione in fondo riparatrice e benevola: essere sole, luce, vera invocazione affinché le forze sopra richiamate siano in grado, alla fine, di «fare alta la vita», com’è splendidamente scritto nel verso di chiusura della prima poesia.

Quanto è vero poi, parafrasando l’autore, che scrivere è ammettere la colpa (o potremmo meglio dire, forse, una delle nostre colpe). Al di là della citazione in copertina, già riportata, nel prosieguo del libro l’autore chiama spesso in causa Dio, “agitandone” il nome, “contestandolo” cioè a modo suo nello stesso momento in cui lo invoca. Allora perché, come purtroppo tocca constatare in tanti altri autori, in tanti troppi casi, ridurlo a minuscolo, “dio”, così come avviene qui nel succedersi delle “invocazioni-contestazioni”? Prendo in prestito uno Short di Auden (autore distantissimo da Ibello), nella traduzione di Gilberto Forti: «…Sono i mediocri / a fare tutto il chiasso: Dio e l’Accusatore / parlano entrambi a voce molto bassa». Mi sembra che questo riferimento possa essere utile almeno per provare a riflettere sulle giuste opportunità di denominazione e d’intonazione.

Giovanni Ibello (foto di Dino Ignani)

I riferimenti di ambientazione sono originali, attraggono: Yucatan (Ibello scrive: «La parola era il nostro Yucatan»), Mesopotamia (di nuovo una prospettiva molto alta e scrive: «la Mesopotamia dell’invisibile»), Napoli (evocando la colpa, il gesto e il perduto tramite la figura di Maradona).
Torniamo però all’indirizzo, al ruolo quasi, “veritativo” di Amin. Via via leggendo, ci poniamo una domanda: ma Amin, alla fine, c’è o non c’è? Mi ricollego a quanto ho tentato di riferire in precedenza a proposito di forze originarie che appartengono alla dimensione del sempre e che avvertiamo quindi come innate. Amin è figura mai esistita, ecco, la vita l’ha soltanto sognata e non conosce amore («Vita sempre sognata, mai vita» si esplicita nella poesia intitolata Parla Amin). Si tratta di una figurazione simbolica potente quindi, operante nel segno e vissuta nel fiato del poema. «Poema notturno», ravvisa De Angelis: una prima e una seconda persona singolare concorrono in forma mimetica a realizzare un’epica (anche qui sempre nel difficile bilico tra lirico ed epico, bilico sempre presente nello sguardo di chi intenda scrivere qualcosa d’importante).

Amin dunque non può morire. Viene meno così, anzi è introvabile, il senso della morte e soprattutto direi nella morte. Credo sia un interessante “problema” questo, di ordine contenutistico, filosofico. Consideriamo che in dialogo con Amin potrebbe esserci il Giovanni dell’Apocalisse (che ad Amin risponde: «Io sono Giovanni / e non ho mai chiesto di essere amato»); è un possibile nesso quello con Patmos che l’autore non nasconde: ricevere indicazioni circa le cose che dovranno accadere, dissigillare, schiudere… ecco quindi i segni e i simboli che si manifestano nell’affanno, tra il sonno e l’avvenire (Luce cariata dall’avvenire s’intitola non a caso l’ultima sezione)… «gli uomini cercheranno la morte […] ma la morte fuggirà da loro» è scritto in Apocalisse (settimo sigillo-quinta tromba-il pozzo dell’Abisso). Finché, dopo lo sterminio, nella contrazione finale di tempo e spazio, anche la Morte morirà.
Ecco allora che Amin è, come dire, l’impossibile. Se non c’è morte, pensiamoci, ogni figurazione diventa rappresentazione e possiamo soltanto, come con Amin, costruire idealmente una controparte, un controcanto, un alter ego. Ci si chiede: è vero? Può rappresentarci questo? Il rischio, senz’altro, è annodarsi nella finzione perché in fondo si può vivere soltanto quel che si comprende e noi possiamo capire la vita o qualcosa della vita solo ammettendo la morte. 

Ma in un quadro simile molto è ammaliante, non c’è dubbio, ci attrae: è la forza antica e anche arcana della poesia, è il miracolo della voce, il linguaggio che ci abita, molto più oscuro di quanto spesso siamo disposti ad ammettere. Peccato soltanto, forse, per alcuni passaggi eccessivamente derivativi, che troppo richiamano il dettato di De Angelis: «quel nulla che siamo già stati», «ultimo grado di giudizio», «il sole è una biglia di benzodiazepine», «l’alba dei rasoi»).

Per concludere, riporto per intero un testo davvero molto bello, ammaliante appunto, anche e soprattutto in questo caso per le scelte linguistiche effettuate, che riportano al silenzio e al segreto, restituendo in pieno il fascino che ha nome poesia:


Forse è una cosa povera di vita,
è un osanna di quasibuio
un bacio rubato al sonno.
Forse è una lingua sommersa,
un sonar di tempesta:
un’usta di volpe
che tira a sorte l’aurora.
Ma tu conserva
ogni ramaglia di vento e di fiato,
                                        [ogni parola
che ancora gemma nel fu fuoco.
Istoriavi la mezzaluna
con un vecchio evangelo:
vuoi dissetarti alla sorgente,
mi chiedevi, oppure al seno?
Questo tuo petto
sfondato dal niente.
Ma è così semplice stare al mondo.

Dialoghi con Amin
di Giovanni Ibello
Crocetti editore, 2022
Prezzo: euro 11,00

PER LEGGERE TUTTI GLI ARTICOLI
DELLA SERIE
PERCHÉ POESIA CLICCA QUI

L’ammaliante ultima modifica: 2023-01-11T17:27:34+01:00 da CRISTIANO POLETTI
Iscriviti alla newsletter di ytali.
Sostienici
DONA IL TUO 5 PER MILLE A YTALI
Aggiungi la tua firma e il codice fiscale 94097630274 nel riquadro SOSTEGNO DEGLI ENTI DEL TERZO SETTORE della tua dichiarazione dei redditi.
Grazie!

VAI AL PROSSIMO ARTICOLO:

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento