Rudol’f Nureev, la poesia dell’infinito

ROBERTO BERTONI BERNARDI
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A trent’anni dalla scomparsa, è opportuno ricordare il mito di Rudol’f Nureev per diversi motivi. Innanzitutto, perché è stato, senza ombra di dubbio, uno dei più grandi ballerini di tutti i tempi. Poi perché è stato il precursore dell’unione fra balletto classico e danza moderna: un fatto che oggi diamo per scontato ma, prima della sua rivoluzione, non lo era per nulla. Infine, per la sua tragica morte, a soli cinquantaquattro anni, a causa dell’AIDS. Su quest’ultimo punto ci soffermeremo il meno possibile. Non per alimentare lo stigma nei confronti di chi è affetto dall’HIV, ci mancherebbe altro, ma per evitare ogni forma di morbosità e retropensiero nei confronti di una personalità complessa, difficile, sicuramente a tratti border line ma comunque straordinaria. Nureev,  infatti, è stato un gigante e ha pagato un prezzo molto alto per le sue idee e per il suo coraggio, al punto che dovette vivere per molti anni in Francia, chiedendo asilo politico al governo transalpino, mentre l’URSS lo condannò in contumacia per alto tradimento a una pena detentiva di sette anni, e potendo rientrare in Unione Sovietica solo nel 1987, grazie alle aperture compiute da Michail Gorbačëv. Brillava in lui una luce artistica senza eguali, la poesia dell’infinito, la meraviglia assoluta di movenze ineguagliabili e così gentili da risultare rivoluzionarie. 

Danzava con tale e tanta leggerezza da incantare ogni platea. Dire Nureev e dire ballo erano diventati praticamente sinonimi e lo sono tuttora, specie se pensiamo a quante innovazioni abbia introdotto in un ambiente votato alla classicità e sempre un po’ restio ad accettare le novità. Memorabili anche i suoi duetti con alcune delle più grandi étoile della storia della danza: da Margot Fonteyn, con cui instaurò una lunga amicizia e una significativa collaborazione professionale, a Carla Fracci, con cui si esibì ne Il lago dei cigni, esaltando le doti di un’altra straordinaria innovatrice del settore, le cui movenze si sposarono alla perfezione con quelle di un interprete dalla personalità smisurata e dal carattere tutt’altro che semplice. Perché Nureev aveva tutte le virtù ma non era certo un tipo tranquillo, acquiescente o disposto ad accettare le regole senza batter ciglio. Era, al contrario, una sorta di anarchico, un ribelle per natura e per vocazione, un predestinato che faceva del protagonismo il suo punto di forza. Così visse, così amò, così danzò per decenni e così se n’è andato, oggettivamente troppo presto, lasciando in tutte e tutti noi un senso di dolore e di tristezza. Come tutti i geni, per fortuna, la sua grandezza è immortale. E la sua arte ci indica ancora la via della bellezza, del riscatto, della rabbia che si trasforma in magia. 

Immagine di copertina: Jamie Wyeth, Nureyev – Don Quixote – White Background, 2001, © The Wyeth Foundation, 2002

Rudol’f Nureev, la poesia dell’infinito ultima modifica: 2023-01-12T12:53:42+01:00 da ROBERTO BERTONI BERNARDI
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