Riprendiamoci il Comune. Con due proposte di legge di iniziativa popolare

Una dice no al pareggio di bilancio economico e sì a quello ambientale, sociale e di genere; l’altra chiede la ripubblicizzazione della Cassa Depositi e prestiti - ma serve il contribuito di tutte e tutti.
MARIO SANTI
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Nel Veneziano ci sono tanti movimenti e tantissime persone che si danno da fare per cambiare le cose di cui ogni giorno si legge sui giornali locali: un palazzo trasformato in albergo, un bosco abbattuto per far posto a strade, parcheggi, insediamenti; plateatici che trasformano la città in percorsi a ostacoli tra tavoli e sedie … 

E l’elenco potrebbe continuare per pagine. 

E non mancano vicende che ci parlano di un (non) governo, sempre più lontano dagli interessi dei cittadini. Ma l’inerzia pubblica è in realtà un modo di guidare le trasformazioni in una direzione ben precisa: quella di un processo lineare, che dall’abbandono porta al degrado e da questo alla soluzione della (s)vendita ai privati di pezzi importanti di patrimonio pubblico.  Per un’autorità pubblica che non sa o non vuole intervenire, c’è la rendita speculativa che si mangia il territorio. 

Basta fare qualche esempio per vedere come questa tendenza investa la città d’acqua e quella di terra, senza risparmiare anche la Laguna.  Trovando però una resistenza nelle azioni di cura che partono dalla società, con la quale l’autorità pubblica (sia essa comunale regionale o statale) non sa confrontarsi se non in termini di non ascolto e di repressione.    


Come quello del buco lasciato “aperto e incustodito”  all’ex ospedale Umberto I.  

Qui si aspetta l’intervento di Alì, che ha rilevato l’area dalla ULS per costruirvi un ennesimo supermercato.   

Ma da anni il privato “prende tempo”, mentre la riqualificazione degli edifici storici, rimasti di proprietà del Comune, che poteva essere immediata, non si decide a partire. 

Questo malgrado ci siano proposte puntuali dei cittadini per fare di essi il centro pubblico che animi e dia vita alla storia della città di Mestre, del suo fiume, dei suoi alberi e dei suoi parchi. 

Nessuna descrizione della foto disponibile.

O dell’immobile dell’Antico Teatro di Anatomia a San Giacomo dell’Orio, che ha visto una “riapertura alla città” di uno spazio abbandonato, con una vivacità di proposta educativa e culturale che si è fatta conoscere in tutta Italia.    

Uno spazio chiuso prima (quando era di proprietà della Regione), aperto e tenuto vivo e pieno di iniziative culturali, sociali ed economiche nei mesi di presenza attiva e inclusiva dei cittadini.

Ma che poi è stato ed è stato nuovamente “richiuso”.  – dopo uno “sgombero” manu militari che l’ha riconsegnato alla “proprietà”.  Che da anni lo tiene lì, chiuso da una staccionata, come mura di un castello assediato, in attesa di trasformarlo in un ristorante che non ci sarà mai, 

Isola di Poveglia

O l’isola di Poveglia, dove ancora il Demanio va alla ricerca di compratori per far cassa, bypassando le proposte dei cittadini che da anni la curano e la riempiono di iniziative partecipate di ogni genere che coinvolgono città e territorio. E che ora hanno messo sul piatto la proposta di parco urbano già progettato e “cantierabile”. E sostenibile con le risorse raccolte col crown founding realizzato anni fa, per salvare la natura pubblica dell’isola.  

Insomma, viviamo in un territorio privato di spazi vivi e opportunità di cura proposte dalle comunità. E depresso da una Amministrazione comunale in carica, tanto attenta alle iniziative private quanto sorda alle istanze espresse dai cittadini.  Senza peraltro che le precedenti si fossero comportate molto diversamente, da questo punto di vista.

Una situazione, questa veneziana, che in realtà si ripropone in tante altre parti di Italia. 

Un po’ per una deriva “liberista” che permea crescentemente la cultura della società e anche delle istituzioni. Un po’ perché queste (sempre più strette nella morsa del patto di stabilità) hanno difficoltà a investire su iniziative di rilevanza ambientale e sociale. Ed ecco allora che si presenta un’opportunità per cambiare la cose, anche a livello locale, liberando i Comuni da questa morsa.

Prima di parlarne è opportuna una premessa. Come vedrete si tratta di una iniziativa che comporta una certa dose si impegno e di lavoro. Parte da un piccolo gruppo, quello del nodo veneziano della Società della cura, nato per creare convergenza tra i movimenti.  

Se si propone questo percorso a persone e movimenti è perché solo nella cittadinanza attiva è possibile trovare l’interesse sufficiente a dargli le gambe necessarie a gestirlo a livello locale.  

Si tratta di dare sostegno a due proposte di legge di iniziativa che possono modificare la situazione nel nostro paese, avvicinando i Comuni ai cittadini e liberandoli dalla schiavitù del debito. 

Vediamo di cosa si tratta.

La prima detta – come dice il nome – “PRINCIPI E DISPOSIZIONI PER LA RIFORMA DELLA FINANZA PUBBLICA LOCALE”.

Questa proposta di legge mira a valorizzare il ruolo del Comune, come detentore delle principali funzioni amministrative ai sensi della nostra Costituzione (art. 118). 

I Comuni sono infatti gli enti di riferimento delle/degli abitanti di un territorio, a cui devono garantire coesione sociale, servizi pubblici e beni comuni.

Purtroppo la loro funzione pubblica e sociale  è stata fortemente depotenziata dal patto di stabilità e dal pareggio di bilancio, figli delle politiche liberiste e di austerità.  

Così il drastico contenimento della spesa pubblica ha trasformato i Comuni, da garanti dei diritti fondamentali a enti la cui unica preoccupazione è la stabilità dei conti economici.  

Da ciò derivano i pesanti tagli della spesa per i servizi e per gli investimenti cui abbiamo assistito in questi anni, così come la privatizzazione dei servizi pubblici locali e la messa sul mercato del territorio e del patrimonio immobiliare che essi amministrano. 

Ma c’è un dato che dimostra come tutto ciò non abbia giustificazione; la quota parte del debito pubblico nazionale attribuita ai Comuni non supera l’1,5 per cento.

Questo vuol dire che il debito pubblico è stato usato come alibi per mettere i Comuni con le spalle al muro e costringerli a mettere sul mercato i beni appartenenti alle proprie comunità territoriali Oggi tutti i Comuni si trovano in difficoltà finanziarie e un’alta percentuale degli stessi è in situazione di dissesto finanziario. 

Ed ecco allora una proposta di legge che consente di cambiare questa situazione. 

Si conferma la necessità di un equilibrio finanziario ma si va oltre l’ossessione del pareggio di bilancio, cui sacrificare tutto, a partire dai beni comuni e dal patrimonio pubblico.

Si riforma la finanza locale e, al posto del pareggio di bilancio finanziario, si inserisce come obiettivo per i Comuni il raggiungimento del pareggio di bilancio sociale, ecologico e di genere.

Si aboliscono tutti i vincoli all’assunzione di personale e si riportano all’interno delle gestioni comunali i servizi pubblici, a partire dall’acqua. 

Si pone fine alla cementificazione del territorio, si tutelano i beni comuni.

I Comuni diventano il fulcro di un nuovo modello sociale ed ecologico che garantisca i diritti alle/agli abitanti delle comunità locali di riferimento.   

Viene prevista la partecipazione diretta delle persone alle scelte fondamentali dei Comuni e il finanziamento agevolato degli investimenti, basato sul risparmio postale conferito a Cassa Depositi e Prestiti (280 miliardi). 

E la cosa notevole è che questa proposta di legge non costa nulla. 

Al contrario, restituisce una funzione pubblica, sociale, ecologica e relazionale ai Comuni come diretta espressione dell’autogoverno delle comunità territoriali.

Anche la seconda proposta di legge chiarisce fin dal nome il suo obiettivo  “PRINCIPI E DISPOSIZIONI PER LA TUTELA DEL RISPARMIO E PER LA SOCIALIZZAZIONE DI CASSA DEPOSITI E PRESTITI”.

E pure questa parte da un riferimento alla Costituzione, che all’art.47 incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme e ne promuove la destinazione a fini di interesse generale. 

Per poi ricordare che oltre venti milioni di persone hanno affidato i loro risparmi, attraverso le Poste, a Cassa Depositi e Prestiti, che attualmente gestisce 280 miliardi di euro.

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Cassa Depositi e Prestiti è nata nel 1850 proprio a questo scopo, e, fino al 2003, aveva solo due compiti: tutelare il risparmio delle persone e utilizzarlo per finanziare a tassi agevolati gli investimenti dei Comuni. 

Grazie a questo meccanismo, per tutto il secolo scorso, i Comuni hanno potuto costruire asili nido, scuole, ospedali, parchi, migliorando la vita delle persone nei paesi e nelle città. 

Ma nel 2033, con l’avvento della stagione delle privatizzazioni, anche Cassa Depositi e Prestiti è stata trasformata in una società per azioni e al suo interno sono entrate le Fondazioni Bancarie. 

Da allora, Cassa Depositi e Prestiti si comporta nei confronti dei Comuni come una qualsiasi banca, applicando tassi di mercato e finanziando anche la vendita del patrimonio pubblico e la privatizzazione dei servizi di acqua, energia, rifiuti e trasporti.

È un meccanismo perverso e paradossale insieme, per cui i risparmi delle persone sono utilizzate per “espropriarle” di beni e servizi.  

Anche in questo caso scopo della proposta di legge è modificare questa situazione.

Lo fa chiedendo che Cassa Depositi e Prestiti diventi un ente di diritto pubblico (come è in Francia) e uno strumento al servizio delle comunità locali. 

Per farlo si prevede che i risparmi delle persone siano utilizzati per finanziare a tassi agevolati il riassetto idrogeologico del territorio, la ristrutturazione delle reti idriche, la messa in sicurezza degli edifici scolastici, la costituzione di comunità energetiche e la conversione energetica degli edifici pubblici, la gestione partecipativa dei beni comuni, il riutilizzo abitativo e sociale del patrimonio pubblico, la mobilità sostenibile, la trasformazione ecologica della filiera del cibo e delle attività produttive. 

Si prevede anche che le scelte di destinazione dei risparmi delle persone siano fatte attraverso la partecipazione delle stesse. 

Anche questa proposta di legge non costa nulla. 

Al contrario, mette a disposizione delle comunità locali 280 miliardi di risparmi che oggi sono dirottati su interessi di tipo privatistico.

Mi sembra evidente un dato: la combinazione di queste due proposte è una grande occasione per la cittadinanza attiva.

Se le proposte di legge verranno approvate, Comuni e amministratori pubblici che potranno più accampare la scusa del debito per dire che non hanno soldi da investire nell’ambiente, nel sociale, nelle vere rigenerazioni urbane – quelle proposte da comunità che di prendono cura dei territori.

Persone e movimenti animano il nostro territorio con  lotte fondamentali per dire dei no, ma anche per proporre e spesso praticare dei si.  

E questo avviene su tutti i maggiori problemi di tipo ambientale, sociali e dei diritti che interessano le nostre realtà, di terra e di acqua.

Senza abbandonare le loro pratiche, nè distogliersi dai loro terreni di impegno, possono trovare il tempo per partecipare ad una raccolta di firme diffusa nel territorio (ognuno nella parti in cui è radicato e ha un rapporto con la popolazione)?

Fare nei banchetti per questa raccolta di firme, anche magari accanto a quelli che fanno usualmente per portare avanti le loro tematiche. 

Se si raccoglieranno le firme sarà poi possibile, in una seconda fase della campagna, spingere il Parlamento a discutere e ad approvare le leggi, sotto la spinta di una opinione pubblica sempre più cosciente dei problemi che oggi bloccano l’operatività dei Comuni, e capace di muoversi per superarli.

Ecco cos’è e che potenzialità ha la campagna “Riprendiamoci il Comune”. 

Forse è un percorso che può interessare quei “tanti movimenti e tantissime persone” che richiamavo all’inizio.    

Sono loro che potranno dare una disponibilità per organizzare i banchetti per raccogliere le firme.

Intanto c’è un ’appuntamento per parlarne a dare una disponibilità.  

È fissato per venerdì 3 febbraio alle 18.   

In un luogo significativo delle volontà di aprirla a molte e a molti – organizzazioni e persone – per sostenerla attivamente: la sala della Parrocchia della Resurrezione via Palladio 1 a Marghera (per arrivare da Mestre: linea T2 tram fermata Lavelli – da Venezia: linea 6 autobus fermata Lavelli. 

Riprendiamoci il Comune. Con due proposte di legge di iniziativa popolare ultima modifica: 2023-01-16T19:08:27+01:00 da MARIO SANTI
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