La cattura di Messina Denaro. Questione di metodo

Provenzano fu preso al termine di una lunga indagine coordinata da Giuseppe Pignatone. Un’azione lenta, metodica, che fu oggetto di scherno da parte di diversi colleghi magistrati che lo accusavano di perdere tempo andando dietro a pochi pecorai anziché indagare sul “terzo livello”. Dobbiamo aspettare il 2014, con la nomina di Francesco Lo Voi a capo della Procura di Palermo, perché si riprenda il metodo di Pignatone. Un lavoro che è proseguito anche con il nuovo procuratore, Maurizio de Lucia.
PAOLO CORALLO
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[PALERMO]

L’arresto del boss Matteo Messina Denaro è stato salutato, giustamente, come un grande successo dello Stato nella lotta contro la mafia. Ma non sono mancati coloro che, pur riconoscendo il valore di quell’arresto, hanno cercato di smorzare subito gli entusiasmi. C’è chi ha sostenuto che comunque trent’anni di latitanza sono troppi per non far pensare a complicità tra chi avrebbe dovuto dargli la caccia, e non pochi hanno mostrato meraviglia nel constatare che Messina Denaro vivesse ancora vicino, ad appena otto chilometri, alla sua Castelvetrano.

Da questi interrogativi si è passati immediatamente alle conclusioni: il boss, malato e stanco, si è semplicemente consegnato, dando appuntamento ai carabinieri nella clinica dove si sottoponeva da più dei due anni alle terapie antitumorali. I più sofisticati hanno collegato la cattura al cambio di maggioranza al governo nazionale: con la destra a Palazzo Chigi non ci sarebbe stato più motivo di proteggere la sua latitanza.

Su quali fatti si basino queste deduzioni non è dato sapere. Certo è che una parte consistente dell’opinione pubblica e dei commentatori ha manifestato da subito di non credere più di tanto alla versione, peraltro molto dettagliata, data dalla Procura di Palermo e dai carabinieri su come è stata condotta l’indagine che ha portato all’arresto del capo mafioso.

Una così lunga latitanza, e per di più in una zona della Sicilia ben delimitata, è naturale che desti meraviglia. Sono passati diciassette anni dall’arresto di Bernardo Provenzano, il boss secondo solo a Totò Riina, e di Giovanni Brusca, l’uomo che avrebbe personalmente premuto il telecomando a Capaci. In tutti questi anni qualcosa non deve aver funzionato, non c’è dubbio.

Provenzano è stato preso al termine di una lunga indagine coordinata da Giuseppe Pignatone. Al successo si è arrivati dopo aver individuato e arrestato, uno dopo l’altro, tutti i suoi uomini. Un’azione lenta, metodica, che fu oggetto di scherno da parte di diversi colleghi magistrati che lo accusavano di perdere tempo andando dietro a pochi pecorai anziché indagare sul “terzo livello”, quell’entità misteriosa che sarebbe stata la vera centrale di comando che decideva le mosse di Cosa nostra, in stretto coordinamento con la P2 di Gelli, i servizi segreti deviati e buona parte del mondo politico. Critiche che non scemarono neppure quando quell’indagine portò all’ultimo covo di Provenzano, che era stato costretto, dopo lo smantellamento della sua rete organizzativa, a rifugiarsi in un casolare vicino alla sua Corleone, senza più sostegni tanto da dover farsi lavare la biancheria da sua moglie.

Proprio in quell’anno, Pignatone si candidò a guidare la Procura di Palermo, ma gli fu preferito un altro, più o meno come molti anni prima era successo a Giovanni Falcone.

Dopo questa bocciatura, una nuova stagione è iniziata alla procura di Palermo con il prevalere dei magistrati che avevano criticato i metodi di Pignatone. Una nuova fase piena di successi di critica e di pubblico, ma assai avara sul fronte della lotta alle cosche. Sono gli anni in cui si scoperchia, a favore di telecamere, la tomba di Salvatore Giuliano per verificare se era vera l’ipotesi che lì non ci fosse il corpo del “re di Montelepre”, bensì quello di un sosia ucciso per permettere al vero bandito di fuggire all’estero e far perdere le tracce. Sono soprattutto gli anni in cui entra in scena Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo Vito, mafioso acclarato. 

Coccolato dalla Procura, Ciancimino ha cominciato a girare tutti i talk show, portandosi sempre dietro una pila di documenti che esibiva come prova inoppugnabile delle sue “rivelazioni”. Ed è su queste che è nata l’inchiesta più famosa e reclamizzata degli ultimi decenni, quella sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia. Tulle le sue parole venivano prese come oro colato, e pochi si chiedevano come si potesse dar credito a uno che fin da ragazzino recapitava i “pizzini” del papà mafioso ai vari boss di Cosa nostra. Per anni si è parlato solo della “Trattativa”, dei politici che l’avrebbero chiesta per timore di essere uccisi (Calogero Mannino) e che l’avrebbero consentita (Nicola Mancino). Che dire poi del “signor Franco”, il misterioso personaggio che avrebbe impartito gli ordini a Totò Riina prima e dopo le stragi di Capaci e di Via D’Amelio? E il “papello”, l’elenco delle richieste di Totò Riina per smettere di metter bombe? Massimo Ciancimino ne parlava profusamente, con fare sicuro, e i magistrati lì a prendere nota. E la cosa è durata anni.

Poi, piano piano, le “rivelazioni” di Ciancimino hanno cominciato a perdere pezzi.  Mannino è stato assolto in primo e secondo grado, e per Mancino, assolto in primo grado, la Procura non è neppure ricorsa in Appello. Quindi è stato il turno del “papello”, quando si è scoperto che era solo una patacca confezionata molti anni dopo l’uccisione di Falcone e Borsellino. Ma Ciancimino si è definitivamente affondato quando ha cercato di dare un nome al “signor Franco”. Prima ha detto di riconoscerlo nella foto di Gianni De Gennaro, il capo della Polizia, e poi in quella di Ugo Zampetti, segretario generale del Quirinale. Quando infine sono stati trovati parecchi candelotti di dinamite che aveva sepolto nel giardino del palazzo in cui abitava, in pieno centro di Palermo, Ciancimino è finito dietro le sbarre e delle sue “rivelazioni” non se ne è parlato più.

Dobbiamo aspettare il 2014, con la nomina di Francesco Lo Voi a capo della Procura di Palermo, perché si riprenda il metodo di Pignatone. Un lavoro che è proseguito anche con il nuovo procuratore, Maurizio de Lucia, Questa volta nel mirino c’è Matteo Messina Denaro, che non è il capo dei capi di Cosa nostra, ma è comunque l’ultimo boss stragista ancora a piede libero. Trovarlo non è certo facile. L’ultima foto che si ha di lui risale a quando era ancora uno sbarbatello. Nel trapanese gode di una rete di protezione di tutto rispetto. È ricco, ricchissimo, e nonostante gli abbiano sequestrato beni per miliardi di euro, è comunque in grado di finanziare la sua latitanza senza alcuna difficoltà. È anche molto astuto e ha saputo far tesoro degli errori commessi da Totò Riina e da Bernardo Provenzano, che certo non erano dei pischelli. Non si muove dalla sua zona, anche perché un capo mafia che scappa via perde tutto il suo potere, ma lui non scrive “pizzini”, anche tra i fedelissimi sono pochissimi quelli che hanno avuto modo di incontrarlo di persona, e meno ancora quelli che sanno dov’è nascosto. A poco è servito arrestare mafiosi alle sue dipendenze e anche i parenti, compresa la sorella. Alla fine a tradirlo è stato un cancro che lo ha costretto a farsi operare e l’apprensione della famiglia che ha fatto capire agli inquirenti cosa cercare: un siciliano di sessant’anni che si è fatto asportare un tumore durante la pandemia. Un lavoro certosino, di cui non si può certo parlare nei talk show, e che molto probabilmente non è destinato ad avere la stessa popolarità di altre inchieste meno fruttuose.

La cattura di Messina Denaro. Questione di metodo ultima modifica: 2023-01-17T16:39:53+01:00 da PAOLO CORALLO
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