Il Velo e la Veste

La poesia di Gabriella Galzio
CLAUDIA MAZZILLI
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Oggi il mondo appare franto
ed io, franta con lui
tuoni in lontananza
approssimano la turbolenza
e noi, sospesi, inquieti, guadiamo questo transito
che è più di un’epoca, più di una stagione

/…/

Il futuro che mi chiama
è il restauro della terra
rimarginare crepe, muri, ghirlande
a impreziosire i muri, l’opera grande
– nella grande moltitudine –
assidua, invisibile

Epifanie minime, colte nei mutamenti stagionali, illuminano il Breviario delle stagioni di Gabriella Galzio, in una poesia piana, prossima alla preghiera. Il raccoglimento contemplativo supera le parvenze sensibili e svela a chi legge le tracce del sacro, che si rivelano alla poeta stessa nei segni di un’investitura (non è un caso che il titolo originario fosse Il Velo e la Veste). 

Fuori è tempesta
bello l’ascolto nell’affondo cosmico

/…/

il fatto è 
che la città 
non mi conquista più
non più completamente, ma mi agita
mi lascia concitata, di nuovo mi deporta
da questa quiete cosmica o sonora
ventosa turbolenza, questa parte di me
che sbatte come una porta, battente 
sull’altra, affrancata da inquietudini
un rombo, la campagna, nell’urbana moltitudine
sbandata, disgregata, vince chi aggrega
chi riunisce, chi relige, prega
civiltà che frana
non ci resta che la fede animale
all’erta, selvatica, indomata

Ritorno alla natura entro cui nuovamente “religere” la civiltà. Guado antropologico. Nodo ricongiunto con le Madri e La madre, cui è dedicato un tempo della cura che riconcilia con la finitezza della vita ed è il culmine della relazione madre figlia: mia madre/ quale acqua santa, quale benedizione/ le ho consacrato una vita/ in pochi anni in poche ore/…/ soccorrere una madre/ è stato persino salvifico (pp. 89-90). In questa poesia situata negli affetti primari (la casa è una poetica, p.87), in una casa di campagna tra memoria anime partenze (p. 59), Venere è nel glicine del pergolato; dee e antenate si manifestano nelle cotognate, nella melagrana, nelle castagne e nel vino cotto; le rose sul davanzale alludono a Cipride, a Iside e alle madonne di maggio solo se si è iniziati al culto dell’arcaico, in un segno poetico sincretistico, stratificato a più livelli di lettura, dei quali quello più intellegibile non è il più povero ma il più intimo. La stessa poeta che allunga il verso nella dichiarazione di poetica, rivelando di aver dato alla poesia il meglio di me e di aver celebrato gli ori di arcaiche civiltà (p. 113), riesce con semplice immediatezza a intravedere di mese in mese persistenze e preludi di morte e rinascita: l’aprile percepito nel gelo di dicembre (in questo gelo l’aprile è solo un remoto/ germoglio di brina, friabile, fragile,p. 108), e il tepore che resiste e promette di tornare (nel buio stecchito di dicembre/ quanto fuoco ancora si sprigiona!, p.114): gelo e tepore, entrambi custodi di un tempo ciclico. In un continuo slittamento di piani (stagionale, cosmico, autobiografico), le stagioni sono i tempora anni; sono le alterne fasi della vita; sono gli echi che dal passato giungono al presente malato di demenza digitale (Galzio cita esplicitamente Manfred Spitzer). 

È quello sguardo Giano che l’Autrice descriverà in Ritorno alla Dea (AGORÀ & CO., 2022), racconto della propria poetica. L’interesse per le società matriarcali (società egalitarie di genere, fondate non sul dominio, ma su saldi legami comunitari e in armonia con la natura) e il sodalizio con studiose e studiosi di provenienza interdisciplinare sono la più ampia cornice intellettuale della sua poesia. Lo sguardo non è retrospettivo, ma proietta nel futuro concrete direttrici di azione: la tutela del sacro, la ricerca del significato simbolico dell’esistenza; la sorellanza/fratellanza dei saperi contro la parcellizzazione logo-tecnocentrica. Ecco la poetica neo-arcaica di Galzio.

Il Breviario sorprende per la lingua distesa, lontana dalle sperimentazioni ardite di altre opere, pur nello stesso perimetro teorico e valoriale. Ad esempio, in Apocalissi fredda (Agorà edizioni, 2001) è protagonista la nostra “crisi di civiltà”, tra hýbris transumanistica e relazioni umane desertificate dalla digitalizzazione. Anche qui, Galzio si schiera dalla parte più arcaica di me e sbaraglia l’accolita dei moderni (p. 28) che rimuovono la morte o la serializzano in riti privi di una grammatica del sacro, ripetitivi come nei videogame o in forme sistematiche di genocidio: i killer dei cavalcavia, o i migranti morti in mare di In un puro movimento Jenseits, dove ricordi personali e déjà vu digitali si mescolano nella memoria interpolata dell’Autrice, corifea dell’umanità: 

si materializza, lo smaterializzarsi della materia
nella mia fantasia infantile, me dentro una culla
caricare oggetti, cani di pezza, le persone care
assicurarsi bene, annodare le culle
prima del decollo nell’universo adulto
assicurarsi le fantasie e un pezzetto di pane
per gli uccelli. Infiniti mondi superstiti
per salvare la pelle, regredire a un minuscolo 
bit di memoria, da ciucciare come un biscotto

Fredda l’apocalissi, fredda la poesia. Algida la soluzione liquida in cui fluttua un segmento di cromosoma; algidi i pesci muti oltre l’oblò, a figurare le solitudini incapsulate nell’afasia deumanizzante di Internet. Un lessico congelante sonda il rigor mortis dell’umano degradato ad androide con l’antifurto alle vene, con il corto circuito degli occhi, alimentati ad una rete/ decifrando un codice (p. 14), con il battito fetale della prolunga al posto del cordone ombelicale (p. 16), clone per cui la morte stessa sarà un lusso (p. 27). 

Ma la postura di Galzio non è rinunciataria. Apocalissi fredda, infatti, si muove tra poiesis e praxis. Invocando la praxis in persona…/ che a te va dietro per ogni sentiero…/ armato di lucida lama… (citazione da Heine, Germania. Fiaba d’inverno, canto VI), Galzio dichiara di non rassegnarsi alla beltà del salotto né le basta passeggiare nella campagna: nella scure di Heine cerca una Immagin-Azione, senza nascondere i momenti in cui prevale uno spleen cittadino, una negatività sfibrata.

Ma, anche qui, oasi di natura superstite e splendide sinestesie (la luminosità delle cicale assorda , p.18) evocano lo spazio di restituzione e resistenza della poesia con i suoi strumenti di canto-incanto, oltre il bip del dispositivo digitale. Apocalissi fredda è l’altra faccia del Breviario delle stagioni: in uno stile visionario raziocinante l’una (come nota Giuseppe Conte nella prefazione), in un registro contemplativo l’altra. Anche in Apocalissi fredda non lo spirito battagliero che si rifugia nell’idillio, ma “rivendicazione e preghiera” insieme. Il libro si apre con il manifesto “Navdanya, Nove semi”: Da sempre i poeti sono stati sentinella, guardiani della soglia, vigilanti sulla specie […] hanno avuto presagio dell’imminente catastrofe […] Attraversati dalla corrente inarrestabile della storia, hanno lottato se necessario controcorrente.L’utopia non è evasione: è fede terrestre (in Apocalissi fredda) o fede animale (come è detta nel Breviario) che guida l’azione. Galzio recupera dai dolmen, dai menhir, dai Moai un insegnamento sapienziale per il futuro e lo incide nel Trafiletto di congedo (Apocalissi fredda, p. 31):

«Trave di pietra 
e tetto rudimentale 
sono i desideri di una donna moderna…»
la sua utopia si reggeva 
ad un asse primitivo
riportato alla luce
durante gli ultimi scavi
Così, a metà del Breviario, si concentrano altre visioni dell’antico (p. 57):
apre il raggio dorato del mattino
Regina di maggio come a Stonehenge
quadro vivente nel roseto
distende le déjeuner ai suoi piedi

Il Breviario è il contrappunto di Ishtar dagli occhi colmi (Moretti&Vitali, 2001). Lì la manifestazione domestica, qui il poema maestoso.Tra esperienza personale e collettiva e archetipi delle civiltà indo-mediterranee – come ne La discesa alle Madri (Arcipelago edizioni, 2011) Galzio canta una catabasi che è denudamento spontaneo – in Ishtar è dismissione giunta a maturità dell’habitus patriarcale (pp. 17-20 cerco qualcosa che mi smaesti/ che mi svesta con la sua nudità/…/ col dio del Logos non si scherza). 

Ishtar scivola “Nel vasto Regno dei Ciechi”, nel palingenetico caos di immagini polisemiche che chiedono al lettore di farsi paredro della voce femminile e alla lettrice di partecipare della creazione della Dea, giù nel nucleo fuso della terra, fucina di una poesia radicalmente nuova tanto è profonda l’antichità cui attinge. Ishtar è speleologa e necromante di prerogative maschili e femminili non ancora separate (sono la tua febbre febbre incendiaria/…/ sono il mio maschio, mi accompagno nella stella della schiena/ ventre cosmico rotante urlo rombo tuono, p.38). Sostituendosi al demiurgo maschio, è alchimista nel “Dramma alchemico” che forgia l’immaginazione: Battuta sull’incudine e raggiante/…/rêverie di potenza di un grande mantice/ vero poeta che ha dominio degli elementi/ Immergere nell’acqua i ferri ardenti/…/ dal ferro delle mani acquisto il germe della tenacia/…/ quando si sogna la materia/non si sa mai a che profondità si possa scendere (pp. 86-87). Restituisce alla civiltà turbocapitalista la visione pietrificante dei reietti: è il sogno del cieco, il suo bastone contro i muri/ l’evitarlo dei passanti (p. 41). Avvolta di tenebra radiosa, vendica il tempo rimosso da posteri rei di aver sfibrato l’unità cosmica (tutto è trama nel ventre, p.51) in miriadi di antinomie o di aver imbalsamato la forza d’urto dell’eros (ero già storia per me/ quando sei entrato sfasciando vetrate/ logorando vene, dividendo/ la vita, p.47), colpevoli di aver ridotto la donna ad ancella o musa e la poesia d’amore a un genere letterario. L’eros invece è la madrelingua del cosmo: puoi persino sognare di addomesticarmi, rendermi innocua/ a gradevole aspetto dei tuoi fiori, tu, che volevi scambi epistolari/ come meglio si usa nel mondo delle lettere, bell’avventore dal cuore di carta/ quasi fosse un genere, l’amore/…/ non uscirai da me senza visione, non ne uscirai vivo/ non saprai mai fino a che forza giunge a irrompere il mio amore (pp. 58-59). 

Eppure, questa poesia visionaria nell’ultima pagina preannuncia la quotidianità che sarà il timbro del Breviario delle stagioni

In una piega appena un passato di cortecce
di muri sbrecciati, di lucertole
la vivezza delle cose semplici
il rogo delle rose
tornava ad animarsi nel pane
nel senso rinato dell’amore
Anche il Breviario si chiude con una fioritura che non è decorativa: 
nella serra-boudoir è un rifiorire
di azalee primaverili 
sono fiori i miei libri
Lì è il polline di un’antica sophía.

Immagine di copertina: Luis Egidio Meléndez (Natura morta con melagrane, mele e uva nel paesaggio, 1771

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Il Velo e la Veste ultima modifica: 2023-01-19T18:24:46+01:00 da CLAUDIA MAZZILLI
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