“Mondiali senza gloria”. La Nazionale di Pozzo e i suoi trionfi in camicia nera 

Giovanni Mari ci porta alla scoperta di due edizioni particolari dei Mondiali di calcio, del ‘34 e del ‘38, le due Rimet vinte dalla Nazionale di Vittorio Pozzo, con l’intermezzo del trionfo della Nazionale universitaria alle Olimpiadi di Berlino del ‘36.
ROBERTO BERTONI BERNARDI
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Dopo averci condotto alla scoperta dei fatti relativi al G8 di Genova, in un viaggio nella memoria e nelle ferite ancora aperte del nostro Paese, e dopo aver analizzato il Panzerbär di Göbbels, un giornale uscito per appena otto giorni, quando la guerra era ormai persa, Berlino era una città sotto assedio e questo becero foglio di propaganda aveva il solo scopo di diffondere notizie false, Giovanni Mari, collega del Secolo XIX, ci porta alla scoperta di due edizioni particolari dei Mondiali di calcio. Parliamo del ’34 e del ’38, da Mari definiti Mondiali senza gloria (People editore): le due Rimet vinte dalla Nazionale di Vittorio Pozzo, con l’intermezzo del trionfo della Nazionale universitaria alle Olimpiadi di Berlino del ’36.

Intendiamoci: si trattava comunque di una squadra fortissima, innervata per lo più dai campioni della Juventus del quinquennio d’oro nel ’34 e dagli assi del Bologna, lo “squadrone che tremare il mondo fa”, nel ’38. C’erano mostri sacri come Monzeglio e Allemandi, Alfredo Foni, Meazza, Biavati, due portieri di altissimo livello come Combi e Olivieri e, per l’appunto, un mito alla guida, in grado di far esprimere al meglio una compagine sulla quale gravavano pressioni fortissime. Basti pensare che per i Mondiali del ’34 Mussolini aveva fatto edificare il Foro che portava il suo nome, oggi Foro Italico, con uno stadio avveniristico, lo Stadio del P. N. F., oggi Flaminio, a cura di Pierluigi Nervi, e una serie di impianti in giro per l’Italia che costituivano il più alto livello architettonico di sempre, per l’epoca un’autentica rivoluzione.

Non meno forti furono le pressioni esercitate sugli avversari: dalla Spagna del fortissimo portiere Zamora, misteriosamente escluso dagli iberici in occasione della ripetizione della partita valida per l’accesso alle semifinali, all’Austria di Sindelar, asso del calcio danubiano che qualche anno dopo si sarebbe rifiutato di accettare di giocare per la Germania, in seguito all’Anschluss hitleriano, e per questo sarebbe stato trovato morto in casa sua, insieme alla fidanzata Camilla Castagnola (italiana ed ebrea), in circostanze mai chiarite. 

Quattro anni dopo, benché rinnovata, la Nazionale di Pozzo si presentò ai nastri di partenza come una delle squadre da battere, benché stesse cominciando a farsi strada il Brasile dei giocolieri e, soprattutto, l’Ungheria, non ancora stratosferica come sarebbe stata nel dopoguerra con Puskás, Czibor e Kocsis ma comunque in grado di arrivare in finale e sfidare apertamente gli Azzurri. O potremmo dire i “Neri”, dato che gli italiani si presentarono in campo nei quarti di finale contro la Francia in maglietta nera, sotto gli occhi increduli di tanti esuli italiani che, gonfi di rabbia, li fischiarono apertamente, sentendosi umiliati da una scelta che costituiva di per sé una dichiarazione di guerra. 

Mari ricostruisce, da par suo, con numerosi aneddoti, dettagli poco noti al grande pubblico e un sapido intreccio fra le vicende sportive e quelle politiche, la storia di un quadriennio destinato a modificare per sempre la storia del nostro Paese e possiamo dire del Vecchio continente. Fra il ’34 e il ’38, infatti, l’Italia ormai mussoliniana, “fascistissima”, visse la stagione più significativa del regime, corredata dalla conquista dell’Etiopia, con tanto di proclamazione dell’Impero, e da un consenso crescente e piuttosto diffuso, anche fra alcuni di coloro che sarebbero diventati poi degli importantissimi intellettuali anti-fascisti, addirittura protagonisti nelle file del PCI, nel periodo della Resistenza e nei decenni a venire. 

È impossibile scindere le reti di Meazza dalle imprese di Carnera, Bartali e del primo Coppi; è impossibile non metterle in relazione all’epopea ridicola di un colonialismo da operetta, ma comunque violentissimo, ed è impossibile non notare come l’apice del fascismo abbia coinciso con i suoi trionfi sportivi, prima del varo delle Leggi razziali e del precipitare di una situazione internazionale i cui equilibri erano sempre più precari. 

Giovanni Mari parla di calcio ma, in realtà, mette a nudo i nostri limiti, le nostre difficoltà a fare i conti con la storia, la nostra atavica incapacità di compiere un minimo di autocritica e la nostra protervia nel rivendicare vittorie di cui non possiamo andare per nulla fieri, essendo macchiate da tanti, troppi episodi indecenti che hanno contribuito a scrivere le pagine più buie della nostra vicenda politica e civile. 

Oltre a essere un bel saggio, quello di Giovanni è dunque un “J’accuse” a tinte forti che interroga le nostre coscienze. E ci ricorda che criticare il Qatar e i nuovi demoni in ascesa è un dovere morale, ma per poterlo fare senza risultare ipocriti dobbiamo ricordarci di quando i demoni eravamo noi e del baratro in cui la nostra sete di gloria e di potere ha fatto sprofondare il mondo.

“Mondiali senza gloria”. La Nazionale di Pozzo e i suoi trionfi in camicia nera  ultima modifica: 2023-01-21T17:14:14+01:00 da ROBERTO BERTONI BERNARDI
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