Fuga, speranza, esilio nella Giornata della Memoria

Stefan Zweig, Hilde Domin e Hannah Arendt. I loro viaggi di fuga non sono lineari, bensì costituiti da tante tappe, fallimenti, paure e disillusioni; hanno come comune denominatore il forte legame con la lingua tedesca, percepita come la propria madrelingua, la Heimat.
ISABELLA FERRON
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Il 27 gennaio di ogni anno si celebra la Giornata della Memoria, ricorrenza internazionale per commemorare le vittime dell’Olocausto. La data, scelta dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite con la risoluzione 60/7 del primo novembre 2005, corrisponde al giorno del 1945 in cui le truppe dell’Armata Rossa liberarono il campo di concentramento di Auschwitz.

In questa sede si vuole tentare di onorare questa ricorrenza in maniera diversa dagli eventi ufficiali, parlando del viaggio di speranza, fuga ed esilio di coloro che sono riusciti a scampare alla morte. Al centro delle seguenti riflessioni vi sono tre scrittori di lingua tedesca: Stefan Zweig, Hilde Domin e Hannah Arendt. I loro viaggi di fuga non sono lineari, bensì costituiti da tante tappe, fallimenti, paure e disillusioni; hanno come comune denominatore il forte legame con la lingua tedesca, percepita come la propria madrelingua, la Heimat, il rifugio anche in un mondo lontano in cui si ritrovano a vivere e dal quale, voltandosi indietro, agognano al “mondo di ieri” a cui appartenevano e che non esiste più.

La lingua tedesca è il legame con il loro passato, l’identità sgretolatasi nella fuga. Si pensi, ad esempio, al filosofo Walter Benjamin che allo scoppio della Seconda guerra mondiale vive in Francia, viene – in quanto cittadino tedesco – internato in un campo di lavoro, riesce a fuggire nel tentativo di imbarcarsi per l’America, ma nella località spagnola di confine di Portbou, dopo che gli viene ritirato il visto, si toglie la vita per la paura di essere catturato e rispedito verso il territorio francese. O allo scrittore premio Nobel Elias Canetti, di origine bulgare, cresciuto nell’ambiente plurilingue della cittadina di Ruse: anche se le lingue della sua infanzia erano prevalentemente il bulgaro e il ladino (o giudeospagnolo), Canetti sceglie come propria lingua il tedesco, di cui aveva fatto esperienza tra le mura domestiche perché parlato in privato dai suoi genitori che avevano studiato a Vienna e che lo consideravano la lingua della loro cultura.

La sua esperienza biografica che lo porta ad abitare in vari paesi città, da Vienna a Zurigo, a Manchester durante la Seconda guerra mondiale, non scalfisce il suo legame con la lingua tedesca che rimane la sua Heimat elettiva, alla quale egli dedica la prima parte della sua autobiografia che porta appunto il titolo Die gerettete Zunge (1977), la lingua salvata. È proprio questo legame con la lingua tedesca che vorrei fare emergere in queste riflessioni: si tratta di un rapporto che permane non solo negli scrittori, ma anche nelle persone comuni. La fuga, l’esilio rappresentano una tragedia immane per gli individui che la vivono sulla propria pelle, ma essi portano con sé la propria lingua e cultura, le tradizioni che arricchiscono e modificano il luogo di arrivo. Nella consapevolezza della tragedia immane che sta alla base di questi viaggi, è però da rivalutare il valore aggiunto che queste persone hanno portato con sé. Inoltre, il loro legame indissolubile con la lingua tedesca racconta molto anche di quella che viene definita la simbiosi ebraico-tedesca, ossia quel profondo dialogo fra cultura ebraica e tedesca iniziato all’epoca dell’Illuminismo, grazie a figure come Moses Mendelssohn che, con la sua opera filosofico-pedagogica, ha reso possibile la formazione di una coscienza identitaria nella secolarizzazione e umanizzazione della religione ebraica. 

Per rendere ancora più evidente la portata di questi viaggi di fuga si rimanda a un passaggio del romanzo di Christa Wolf, Kassandra (1983), in cui la protagonista fatta prigioniera da Agamennone teme di non poter raccontare la propria storia e sostiene che l’impotenza linguistica è pari ai dolori dell’esilio. È proprio questa la situazione che si trovano ad affrontare gli scrittori qui presi in esame nell’allontanamento forzato dal proprio Paese, dagli affetti più cari e dalla lingua tedesca percepita e vissuta come Zuhause, come elemento fondativo della propria identità. Ce lo conferma anche una frase di Anna Seghers alla domanda sul perché sia tornata in Germania:

è l’attaccamento alla lingua e alle persone che vivono qui. Sono tornata perché nella lingua che parlo meglio, per le persone che, nel bene e nel male, conosco meglio, posso fare più qui che in qualsiasi altro luogo (cit. da Klaus Sauer, “Anna Seghers”, Beck, München 1977, p. 77, traduzione it. di Isabella Ferron).

Stefan Zweig (1881-1942), ebreo viennese, sostenitore di un umanesimo paneuropeo, collezionista di libri e spartiti musicali, cosmopolita e pacifista, assai famoso negli anni Venti e Trenta del Novecento, si vede costretto ad abbandonare la sua patria per fuggire prima in Inghilterra nel 1934, poi in Sudamerica, in Brasile. Mentre la sua Vienna sprofonda nel buio del Nazionalsocialismo e rimane nel suo immaginario il luogo di una possibile, ma mai realizzata utopia artistica, egli si sente intrappolato in un paradisiaco e pacifico Brasile, in cui non sa che fine hanno fatto i suoi amici e in cui nessuno ha avuto un’esperienza del mondo simile alla sua:

Non avrei mai creduto che a sessant’anni mi sarei trovato a sedere in un piccolo villaggio brasiliano, servito da una giovane nera scalza, a decine di migliaia di chilometri da quella che una volta era la mia vita: libri, concerti, amici, conversazioni. (cit. da Georg Prochnik, L’esilio impossibile. Stefan Zweig alla fine del mondo, Il Saggiatore, Milano 2018).

Egli si sente per dirla con un termine attuale una displaced person, emarginato, sradicato; ha perso la propria patria, ha dinnanzi a sé un orizzonte senza realtà, un oceano che non sembra avere fine o un punto di arrivo. Come esiliato vive e sente sulla propria pelle la condizione di essere ai margini della storia, spogliato di tutto. L’esilio non viene vissuto come una condizione stabile, ma come un processo, come si evince da quanto scrive nel 1940 all’amico Andé Marouis:

Stai per iniziare una vita d’esilio. Presto vedrai come, a poco a poco, il mondo rifiuta di concedersi agli esiliati» (cit. da Georg Prochnik, Lesilio impossibile). Ancora una volta è l’idea di essere strappato dalle proprie radici e di essere costretti a una fuga impossibile da un non-luogo a un altro. Egli, come altri suoi contemporanei, non può fare a meno di guardare indietro perché vive in un «abisso di dolore ove noi oggi quasi ciechi brancoliamo con l’animo turbato e spezzato. (cit. da Georg Prochnik, Lesilio impossibile).

Pietre d’inciampo a Colonia per Eugen, Paula, Hans Artur e Hildegard Dina (Hilde Domin) Löwenstein, Riehler-Straße, 23 aprile 2017

Per Hilde Domin (nata Löwenstein e che cambia il suo cognome in onore della Repubblica domenicana che l’ha ospitata) l’esilio è l’opposto della patria, ne è la negazione: già in Italia con il marito Erwin Walter Palm, prima tappa in cui soggiorna dal 1933 al 1939, Domin racconta sì di un periodo felice in cui però lei e il marito vivono in una condizione di costante paura. Con le leggi ebraiche del governo fascista emigrano in Inghilterra dove si trovano già i genitori di lei, passando per Parigi. Il 25 giugno 1940 i Palm si imbarcano alla volta del loro nuovo rifugio “al limite del mondo“.

Nella poesia Ziehende Landschaft (1955), Domin esplora, con l’immagine iniziale dell’albero, il tema delle radici, dell’appartenenza, del trovare casa in qualunque posto sia degno di questo nome, senza mai dimenticare da dove si proviene: 

Ziehende Landschaft/ Paesaggio in movimento
Si deve saper andare via
e tuttavia essere come un albero:
come se le radici rimanessero nel terreno,
come se il paesaggio si muovesse e noi restassimo fermi.
Si deve trattenere il fiato,
finché si calma il vento
e l’aria estranea inizia a girarci intorno,
finché il gioco di luci e ombre,
di verde e di blu,
crea gli antichi disegni
e siamo a casa,
ovunque essa sia,
e possiamo sederci e appoggiarci,
come se fossimo alla tomba di nostra madre.
(in: Hilde Domin, “Con l’avallo delle nuvole”, ed. orig. 1987, traduzione di Ondina Granato, a cura di Paola del Zoppo e Ondina Granato, Del Vecchio Editore, Roma 2011)

A Santo Domingo Hilde e Erwin Walter Palm rimangono fino al 1954, anno del primo viaggio di ritorno di Hilde in Germania. Sette anni dopo si stabiliscono definitivamente a Heidelberg. La parola tedesca vive nella terra materna (Mutterland) che non viene più connotata come patria (Vaterland), quanto piuttosto come paese della nascita e della lingua dell’infanzia. Così al posto della Heimat, si ha lo Zuhause della lingua:

Per me la lingua è l’imperdibile, dopo che ogni altra cosa era risultata perdibile. L’ultima dimora non sottraibile. […] La lingua tedesca dunque. Nelle altre lingue che parlo sono ospite. […] Soltanto procedendo ci si accorge di quanto sia intricata, in-quietante la nuova condizione. Quando vedo alla televisione i fuggiaschi, tutti quelli che camminano in colonna, quelli che si appendono anche ai velivoli per arrivare ad una tappa più avanti, so quanto è incerto l’arrivo […]. L’ho vissuta io stessa la ‘fuga permanente’. (Hilde Domin, Aber die Hoffnung, pp. 12-13, trad. di Silvia Alfonsi).

Alla fuga permanente si collega, ed è necessaria, la sfida linguistica, un lavoro profondo e continuo sulle parole da una lingua a un’altra, la poesia come momento di libertà per chi si trova in paese straniero, obbligato all’esilio.

La tomba di Hannah Arendt al cimitero del Bard College a Annandale-on-Hudson, NY, USA

Hannah Arendt, esiliata e apolide negli Stati Uniti, tenta di capire quello che è successo riflettendo sul carattere culturale delle condizioni degli ebrei dopo le persecuzioni e lo sterminio per tentare di ricostruire un’identità collettiva andata perduta. Arriva a New York attraverso un lungo viaggio che la porta prima in Spagna, poi a Parigi dove partecipa attivamente a un’associazione sionista che si occupa di trasferire in Palestina bambini e ragazzi ebrei da salvare. Privata nel 1937 della cittadinanza tedesca, viene internata nel 1940 nel campo di Gurs per volere del governo di Vichy in quanto straniera sospetta:

Sembra che nessuno voglia riconoscere che la storia contemporanea ha creato un nuovo genere di essere umani quelli che sono stati messi nei campi di concentramento dai loro nemici e nei campi di internamento dai loro amici (Noi Profughi, in Ebraismo e modernità, Feltrinelli, Milano 1993, p. 37).

In America rifiuta di definirsi profuga, preferendo il termine immigrata, perché mentre la parola “profuga” implica che si è costretti a lasciare il proprio paese per motivi politici; “immigrato” meglio rappresenta l’esilio di un appartenente a una religione, vittima di persecuzioni razziali, non politiche. C’è bisogno quindi di ricostruire se stessi, l’intimità della vita quotidiana, delle proprie amicizie, del lavoro che

rappresenta la fiducia di essere qualcuno in questo mondo. Abbiamo perso la nostra lingua che rappresenta la spontaneità delle reazioni, la semplicità dei gesti, l’espressione sincera e naturale dei sentimenti. Abbiamo lasciato i nostri parenti nei ghetti polacchi e i nostri migliori amici sono stati uccisi nei campi di concentramento e questo significa che le nostre vite sono state spezzate. (Ebraismo e modernità, p. 36).

Arendt sottolinea la condizione della privazione, non solo la perdita dei beni materiali, ma anche di se stessi e della propria identità. In un’intervista del 1964 con Günter Gaus, alla domanda su cosa le sia rimasto della Germania pre-hitleriana, risponde che l’unica cosa che le è rimasta è la lingua, ribadisce di essersi sempre rifiutata

di perdere consapevolmente la lingua materna […] mi dicevo: che cosa si può fare? Non è la lingua tedesca a essere impazzita! E poi non ci sono alternative alla lingua materna. (La condizione umana e il pensiero plurale, a cura di A. Dal Lago, Mimesis, Milano 1993, p. 41 sg.)

Le riflessioni di questi tre autori sul loro rapporto con la lingua e la cultura tedesca, come anche sulla loro condizione di esiliati, sembrano riassunte e sublimate nel romanzo di Aharon Appelfeld (1932-2018) scrittore nato nella Bucovina e sopravvissuto all’Olocausto, Il ragazzo che voleva dormire (trad. it. 2012). In quest’opera, Appelfeld racconta in parte la perdita ma anche l’acquisizione di una lingua, ovvero una sorta di metafora dell’intero popolo ebraico nel XX secolo. Narra la storia, profondamente autobiografica, di un ragazzo molto giovane che si ritrova in un campo profughi di superstiti della Shoah in Italia, a Napoli, in attesa di partire per la Palestina. A lui e agli altri ragazzi si chiede una nuova spiritualità, più politica, anche attraverso l’apprendimento dell’ebraico moderno, inteso come strumento necessario alla nuova vita nell’appena nato Stato ebraico. Il giovane Erwin non vuole questo futuro e preferisce rifugiarsi nei ricordi attraverso il sonno che gli permette, nel silenzio personale, dolorosissimo, ma intimo di ricordare il proprio passato. Nel sonno può addirittura permettersi di confondere i superstiti presenti nel campo profughi con i suoi parenti persi nella catastrofe. Può sentire le loro voci, immaginare i loro sorrisi e i loro occhi ancora speranzosi. Questo calarsi nel buio perenne gli permette di non accettare questo tragico presente, in cui c’è solo da constatare che è solo, senza i suoi amati genitori, i nonni, gli zii e gli amici di scuola. Nonostante venga incoraggiato dai membri della Brigata ebraica a guardare avanti attraverso lo studio dell’ebraico moderno, Erwin trova nel sonno il suo ritorno a casa nei ricordi di una vita spazzata via con indicibile violenza. In questo modo si sottrae alla constatazione che la costruzione di una nuova patria in Israele significa però anche la privazione di una parte profonda di sé: far morire la sua lingua madre per poter continuare a vivere nella nuova terra. 

Fuga, speranza, esilio nella Giornata della Memoria ultima modifica: 2023-01-22T13:29:11+01:00 da ISABELLA FERRON
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