Radici e sconfinamenti. Riflessioni sui legami tra lingue, culture e identità

Un libro a più voci per riflettere sulle interazioni tra lingue e culture diverse e sulle molteplici forme di comunicazione dei nostri giorni.
ANNALISA LUSETTI
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Il volume Radici e sconfinamenti. In viaggio tra lingue e culture, a cura di Isabella Ferron e Julio Pérez-Ugena, accoglie le relazioni di studiose e studiosi di diverse discipline tenute in occasione della ventesima Giornata Europea delle Lingue, svoltasi il 26 settembre 2021 presso il Dipartimento di Filologia e Critica delle Letterature Antiche e Moderne dell’Università di Siena (sede di Arezzo). Come suggerisce il titolo, si tratta di un itinerario costellato da tappe ben definite, ma non rigide: pur trattando un tema specifico, ogni contributo apre una finestra sulla realtà estremamente sfaccettata in cui viviamo, caratterizzata da “molteplici intrecci delle relazioni esistenti tra lingue, individui e culture” (Letizia Cirillo, Pierluigi Pellini, Prefazione, p. VIII).

Il filo conduttore del progetto – coordinato da Roberta Ascarelli, Paola Bellomi, Isabella Ferron, David Matteini e Julio Peréz-Ugena – conduce al di là di ogni limite spaziale per esplorare il plurilinguismo individuale e collettivo peculiare della storia umana fatta di migrazione e ibridazione, il quale si rivela strumento indispensabile per una lettura più ampia e realistica del mondo odierno.

A tal proposito, emerge in maniera piuttosto rilevante il concetto di eredità nella descrizione di Elena Spandri:

eredità […] evoca l’idea del lutto e designa un concetto relazionale che contiene un senso più attivo e uno più passivo: chi muore lascia beni materiali e immateriali a chi gli sopravvive, e chi sopravvive è chiamato a ricevere, accogliere e gestire l’eredità. (Spandri, “The dangers of a single story. Eredità coloniali e voci anglofone“, p. 5).

Elizabeth Nunez

La responsabilità di gestire un’eredità culturale e linguistica eterogenea si presenta sotto spoglie differenti a seconda della storia di un popolo e degli individui che ne fanno parte. Nel caso delle realtà postcoloniali, il memento di abitudini linguistiche e culturali nate dall’instaurazione egemonica di un paese conquistatore suscita un sentimento di appartenenza e al contempo di estraneità nei confronti della lingua colonizzatrice, come nell’esperienza di Elizabeth Nunez, riportata da Elena Spandri, combattuta tra l’amore per la letteratura britannica e la consapevolezza della brutalità che ha contribuito a renderla parte integrante della propria formazione. La lingua assume così un ruolo di coscienza e azione politica, da un lato nell’uso intenzionale dell’idioma d’imposizione e nel conseguente formarsi di una costellazione di produzioni letterarie – come mostra anche Sara Svolacchia per il mondo di lingua francese che propone di chiamare ‘mondo francofono’ con l’obiettivo di allontanarsi dalla discriminazione intrinseca al concetto di ‘persona francofona’.

D’altro lato, in maniera inversa ma equivalente, la letteratura prodotta intenzionalmente in un terzo idioma che non sia la madrelingua o la lingua del colonizzatore si presenta come opposizione alla scelta obbligata tra la lingua colonizzatrice e quella autoctona. Ne sono un esempio anche gli “scrittori migranti” analizzati da Danilo Manera, provenienti da diversi Paesi dell’Africa subsahariana che trovano nello spagnolo una ‘scappatoia’, a differenza degli autori canari il cui rapporto con la patria – luogo d’incontro tra Europa, Africa e Sudamerica – è caratterizzato da un legame vincolante con le proprie origini e al contempo da un desiderio di sradicamento.

Isaac Bashevis Singer

Il tema stesso dello sradicamento si interseca con il Leitmotiv dell’eredità nell’esperienza di chi ha dovuto abbandonare la terra natìa per cause di forza maggiore, portando con sé il proprio patrimonio linguistico e culturale. È inevitabile pensare in questo caso allo yiddish – prezioso bagaglio delle comunità ebraiche orientali, sottopostosi a rinnovamenti e sperimentazioni linguistiche nel corso delle varie migrazioni diasporiche – di cui Roberta Ascarelli racconta il riscatto dallo status dialettale a quello di lingua letteraria attraverso le parole di Isaac Bashevis Singer, scrittore ebreo-polacco di nazionalità americana e lingua yiddish insignito del premio Nobel per la letteratura nel 1978.

Iosif Brodskij a Venezia nel 1989 (foto di Graziano Arici)

Se scrivere in yiddish significa mantenere in vita l’eredità linguistica e culturale in mancanza di una dimora, la produzione di Josif Brodskij, espulso dalla sua amata Russia nel 1972 perché scrittore dissidente, è il canto che ne racconta la nostalgia per il paese natale. Alina Kunusova mette in luce il legame che l’artista sviluppa in particolare con la città di Venezia, nella cui “ragnatela di strade” percepisce malinconicamente l’eco della ‘perduta’ Leningrado dove non potrà più fare ritorno.

Emine Sevgi Özadmar, vincitrice del Georg-Büchner-Preis 2022

Un’esperienza di sradicamento piuttosto differente è quella, raccontata da Sandra Paoli, dei Gastarbeiter, lavoratori ospiti reclutati dalla Repubblica Federale Tedesca a partire dagli anni Cinquanta, rimasti in Germania più a lungo di quanto inizialmente previsto e che, ricongiungendosi con le famiglie, hanno dato inizio a un processo di profonda trasformazione demografica tuttora in corso. Paoli dimostra come oggi sia indispensabile guardare alla produzione letteraria e cinematografica tedesca da un punto di vista transculturale, proprio per via dello sfondo migratorio che riguarda ormai una percentuale sempre crescente della società tedesca e degli artisti che la raccontano. Tra le numerose voci spicca quella di Emine Sevgi Özdamar, scrittrice e regista turco-tedesca le cui opere, intessute di elementi autobiografici, sanno mettere in rilievo la singolarità del rapporto fra i tedeschi e i loro lavoratori stranieri – non riconducibile a una dinamica tra colonizzatori e colonizzati – e la ricerca della propria identità da parte di questi ultimi.

Nora Krug

Sono soprattutto le nuove generazioni ad assumersi la responsabilità di indagare il concetto di identità e di tramandare il proprio bagaglio storico, culturale e linguistico, spesso letto con una sensibilità differente rispetto a quella dei propri predecessori. È il caso di Nora Krug, illustratrice e giornalista tedesca naturalizzata americana, che ripercorre in un graphic novel autobiografico la storia della sua famiglia all’epoca del nazionalsocialismo nel tentativo di elaborare il senso di colpa intrinseco alla propria identità tedesca. Attraverso un’analisi dell’originale inglese e delle traduzioni in tedesco e in italiano, Isabella Ferron individua le sfide sorte in un processo traduttivo che è ricostruzione non soltanto interlinguistica, ma anche intersemiotica in quanto traghettatrice di realia.

Il contributo di Giovanni Sampaolo mette in rilievo a propria volta il ruolo della traduzione come riscoperta della produzione letteraria austriaca contemporanea, guidata da nuove generazioni di scrittori e scrittrici (Elias Hirschl, Laura Freudenthaler, Lydia Haider, Agnes Maier per citarne alcuni) che riproducono vivacemente la ricchezza plurilinguistica del territorio, ex cuore di un impero vastissimo a livello territoriale e culturale. Un patrimonio tanto florido quanto, tuttavia, poco noto in Italia.

Laura Freudenthaler

Da tale consapevolezza è germogliato il progetto di traduzione proposto da Elke Atzler, direttrice del Forum Austriaco di Cultura di Roma, che ha coinvolto gli studenti dell’Università Roma Tre, sotto la guida e la cura di Sampaolo, nella produzione dell’antologia Quarantadue scrittrici e scrittori dell’Austria di oggi (Artemide/ Forum Austriaco di Cultura Roma, Roma 2020). La selezione dei testi tradotti si contraddistingue per la pluralità non solo delle voci, ma anche dei generi letterari – da poesia e teatro alla più moderna slam poetry – in una fedele riproduzione di una società profondamente eterogenea.

Le nuove generazioni risultano, infine, di rilevanza fondamentale per la conservazione di tradizioni radicate nella cultura comunitaria: Daniela Zizi punta i riflettori sulla poesia di improvvisazione orale – dichiarata Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità da UNESCO nel 2003 – la cui arte continua a essere insegnata a Cuba e in Sardegna, due realtà distanti geograficamente ma vicine nel sentimento d’amore per le proprie radici culturali.

Al termine di questo sfaccettato itinerario, Ester Saletta propone un’unità didattica interdisciplinare finalizzata a fornire ai discenti della scuola secondaria superiore di secondo grado gli strumenti per diventare cittadini consapevoli e aventi una visione globale. Tale sensibilità nei confronti della pluralità – linguistica, culturale, disciplinare – rispecchia fedelmente l’obiettivo che Radici e sconfinamenti si pone, vale a dire di indagare la necessità di un approccio malleabile alla nostra realtà eterogenea.

Radici e sconfinamenti. Riflessioni sui legami tra lingue, culture e identità ultima modifica: 2023-01-23T17:41:10+01:00 da ANNALISA LUSETTI
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