Gianni Agnelli, storie di un’altra Juve

ROBERTO BERTONI BERNARDI
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Vent’anni senza Gianni Agnelli. Me lo ricordo ancora il Delle Alpi in silenzio,  la domenica successiva alla sua scomparsa, la maglia stesa sulla sua poltroncina in tribuna, la commozione dei giocatori in campo, il capolavoro di tacco di “Pinturicchio” Del Piero contro il Piacenza, la partita chiusa dai ragazzi di Lippi già nel primo tempo, così che l’Avvocato, che era solito abbandonare lo stadio dopo il primo tempo, potesse assistere idealmente ai gol dei suoi amari campioni. Ricordo ancora la commozione generale, l’Italia, calcistica e non solo, che si ferma per rendere omaggio al suo ultimo sovrano, la città fabbrica per eccellenza che gli rende omaggio, la classe operaia che, per un giorno, si ritrova al fianco del mondo imprenditoriale, Boniperti e Romiti, tanti, tantissimi protagonisti di un tempo che non esiste più. 

Non sappiamo se sia vero questo racconto, ma a noi piace pensare di sì. Pare che nell’estate del ’76, a Trapattoni che gli aveva chiesto dei rinforzi per migliorare la squadra, l’Avvocato abbia risposto che prima doveva sistemare i cassintegrati alla FIAT. Poi sarebbero arrivati Benetti e Boninsegna e quella Juve tutta italiana, con un centrocampo spaventoso, spina dorsale della Nazionale che avrebbe dato spettacolo in Argentina e vinto quattro anni dopo in Spagna, conquistò lo scudetto e la prima Coppa UEFA della sua storia, nell’inferno del San Mamès di Bilbao, in una Spagna in piena transizione dal franchismo al ritorno della democrazia. 

Per descrivere Gianni Agnelli può essere utile un proverbio giapponese: “Una cosa è centomila cose”. Classe 1921, aveva quattordici anni quando il padre Edoardo ebbe un incidente fatale a bordo di un bimotore, nell’estate in cui l’Italia si apprestava a vivere la tragica avventura coloniale in Etiopia e la Juve aveva concluso il suo ciclo d’oro, il quinquennio dei cinque scudetti consecutivi targato Carcano e poi Bigatto e Gola. 

L’Avvocato sarebbe diventato presidente il 22 luglio del ’47, ad appena ventisei anni, costruendo la Juve vincente di Boniperti, John Hansen, Praest e Muccinelli, prima di cedere la guida al fratello Umberto, artefice degli acquisti di Charles e Sivori, nella stessa estate del ’57 in cui la FIAT lanciò la Cinquecento, la vettura che avrebbe messo il motore all’Italia e inaugurato, di fatto, la stagione del boom. 

Economia, industria, sport, politica, giornalismo, relazioni internazionali e molto altro ancora: per fascino e grandezza, Agnelli non ha avuto eguali. Era fra i pochi ad aver letto e capito Marx, aveva ottimi rapporti con Luciano Lama, segretario della CGIL e gran tifoso bianconero, sapeva coniugare sviluppo economico e rispetto dei diritti umani e sindacali ed era anche furbo, ad esempio quando, nel memorabile ’68, portò a Torino dal Varese Pietro Anastasi, un ventenne di Catania destinato a una carriera straordinaria. Dello squadrone degli anni Settanta, il decennio più politicizzato del Novecento, caratterizzato da un clima di grandi innovazioni e conquiste sociali e civili ma anche da una scia di sangue che non si vedeva dai tempi della guerra, facevano parte alcuni simboli del riscatto del Mezzogiorno: da capitan Furino, palermitano, al leccese Causio, capisaldi di una compagine che veniva applaudita sugli spalti dal colletto bianco e dalla tuta blu, nel trionfo di un interclassismo che era pure una delle ragioni per cui molti dirigenti del PCI avevano il cuore a strisce bianconere. 

Agnelli, poi, ha avuto un ruolo di primo piano non solo nella vicenda nazionale ma anche in ambito internazionale. Basti pensare alla sua storica amicizia con Kissinger, alle sue relazioni con quasi tutti i simboli del “Seoclo breve”, alla sua capacità di essere sempre moderno e innovatore, al suo appoggio al centro-sinistra di Moro e Nenni e alla sua abilità nel navigare in acque sempre alquanto tempestose. 

Ottantuno anni, molti lutti, innumerevoli successi, in ogni ambito, e altrettante sofferenze e sconfitte, soprattutto a livello personale e familiare: questa è stata in sintesi la sua vita. C’è un aneddoto che racconta bene il personaggio: da bambino, durante un viaggio in treno in vagone letto, alla stessa stazione salirono Munerati, alla destra della Juventus, e il Duca d’Aosta, quello dell’Amba Alagi; il piccolo Giovanni corse a salutare Munerati e il padre gli diede uno schiaffo per la mancanza di rispetto nei confronti di una personalità ben più importante. In questo racconto è racchiuso l’Avvocato nella sua essenza più pura. Perché va bene la FIAT, Valletta, Romiti, Confindustria, “La Stampa”, va bene tutto, ma gli bastava vedere una J scritta da qualche parte per emozionarsi. Dai fenomeni del quinquennio d’oro a Boniperti, passando per Sivori, Platini e molti altri ancora, fino ad Alessandro Del Piero: per Agnelli la Juve non era solo una passione ma una ragione di vita. Una ragione che, a volte, ci domandiamo se gli eredi condividano.

Gianni Agnelli, storie di un’altra Juve ultima modifica: 2023-01-24T13:00:11+01:00 da ROBERTO BERTONI BERNARDI
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1 commento

GUIDO MOLTEDO 24 Gennaio 2023 a 13:10

Non avrei mai pensato di accodarmi (come rivista) al coro dei laudatores di uno dei massimi responsabili della situazione italiana, personaggio per niente diverso dal Berlusca, che almeno si era fatto da sé, con sostegni indicibili? Certo, ma Agnelli & family? il loro intreccio con il fascismo e con la Dc più clientelare? E lui, l’Avvocato, erede di cotanta storia, Valletta incluso. aggiungendoci di suo Cesarone? Ma tant’è. La mia sembra essere un’opinione minoritaria nelle giornate della sua beatificazione, lo so, ma ytali.com non è il suo direttore ed è bella perché è plurale… e Roberto è come sempre un ottimo ritrattista. Con lui mi scuso di questa irrituale incursione.

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