Un diario spirituale in cui mettersi a nudo

Il libro necessario di Mauro Germani
MARCO MOLINARI
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Dopo i racconti di “Storie di un’altra storia”, Mauro Germani, poeta e scrittore che vive a Bresso vicino a Milano, prosegue nella strada già avviata con il precedente “La parola e l’abbandono”, la via, cioè, di una profonda meditazione, di una sorta di diario spirituale, in cui spogliarsi di tutti gli schermi, gli scudi di cui ci avvaliamo nella vita di relazione e nella scrittura, per mostrarsi nella totale verità del proprio essere. È il compito che si è dato con il suo nuovo libro “Tra tempo e tempo”, Readaction Editrice, un progetto che richiede un grande coraggio, ma che l’autore stesso ritiene necessario, a questo punto della sua vita e della sua storia di scrittore. Il libro è strutturato in 33 brevi capitoletti, ognuno dei quali tocca un punto sensibile su cui Germani si sofferma e inizia il suo lavoro di scavo. Utilizza una prosa poetica che nei momenti più alti si scioglie in canto e preghiera. I modelli a cui fa riferimento, sono dichiarati dallo stesso Germani: vanno dai mistici cristiani a Bernanos; da filosofi come Kierkegaard a poeti intrisi di spiritualità come Luzi e Testori.  Ci soffermeremo su alcuni dei temi roventi, quelli più significativi e originali.

Occorre senz’altro partire da quello che forse li racchiude tutti, che è la ritrovata spiritualità e l’approdo alla religione cristiana che Germani vuole testimoniare. Da bambino “avevo la certezza che mi sarei fatto prete”, confessa; poi le vicende della vita lo hanno allontanato da questo suo proposito, che era legato sostanzialmente al desiderio di essere accolto in un abbraccio che lo comprendeva pienamente e alla fascinazione per il sacro, che il rito delle messe, l’aura sacerdotale, gli promettevano. C’è nostalgia per il tempo dell’infanzia, soprattutto per l’autenticità di quegli anni, per la fede pura del bambino che possedeva il tramite diretto con un altrove di cui sentiva la presenza tutto intorno a lui. Non ci racconta di un’infanzia spensierata di giochi e amicizie; quando i genitori lo portavano a Livorno dai nonni materni per passare l’estate, a lui non piaceva andare in spiaggia, giocare alle biglie con gli altri bambini, aveva orrore di quei corpi denudati, pativa per il mare profanato da quelle persone vocianti. Era un bambino solitario che si era costruito una fortezza, come lui la chiama, dalla quale contemplare o costruire il suo mondo.

Mauro Germani

Germani recide però subito il filo biografico, non gli interessa fare una retrospettiva della sua vita, ma cerca una verità qui e ora, dopo i tanti eventi della vita reale e della scrittura, dopo gli anni affollati e confusi, per dirla come Giorgio Gaber, a cui ha dedicato un’intensa monografia. Si è aggrappato a questo grande artista, ritenendolo un maestro del dubbio e del dissidio interiore, per contrasto con i dogmatismi delle stagioni della sua formazione, nei quali anche lui si è fatto prendere dall’ansia, fra progetti e incertezze, aspettative presto venute meno. Ora l’autore ritrova il suo porto pacificato, dove poter fare i conti con se stesso:

Sempre più spesso mi rifugio nelle chiese. Ultimi baluardi del silenzio, del raccoglimento e del mistero, mi accolgono nella loro penombra. (…) Ogni chiesa è un rifugio e un abisso, una tomba che aspetta di essere scoperchiata, una speranza di resurrezione.

Inizia così il primo capitolo, intitolato appunto “In chiesa”.

In un certo senso, Germani comincia dalla fine, per poi svolgere a ritroso il filo di un’esistenza vissuta a metà, tra il tempo reale, concreto, “la vita quotidiana, gli impegni, le attività consuete, gli affetti”, e un altro tempo intravisto, desiderato, temuto, “un’altra dimensione, le voci della scrittura, le angosce, i trasalimenti improvvisi, i rapimenti notturni, l’infanzia.” “Di qua la cosiddetta normalità. Di là il sacro e l’abisso, l’urgenza di Dio e il nulla.” Qui sta il centro del libro: non essere né in un tempo né nell’altro, rimanere in bilico, in un’indecisione costitutiva, nell’immobilità. Tutto questo viene esemplificato in un episodio datato 1969, quando Germani, che allora aveva 15 anni, ha la possibilità di incontrare il suo idolo Dino Buzzati. Lo vede dalla vetrina della libreria dove a breve si terrà la presentazione, è solo, quale occasione migliore per potergli parlare, soltanto per esprimergli la sua ammirazione! Ma ecco come descrive l’autore quei momenti fatali:

Ci guardammo, inevitabilmente per un po’, ma io non ebbi il coraggio di farmi avanti, esitai un attimo e poi me ne andai, vinto dalla vergogna, sconfitto da me stesso. Fine della prova. Fine di tutto.

Questo vivere a metà, di cui l’autore si autoaccusa, si è fermato però davanti alla scrittura. In questa dimensione Germani è inflessibile, non accetta il compromesso, la via di mezzo. Sono tre capitoli fondamentali: “Scrittura”, “I miei libri”, “In disparte”, in cui dispiega la poetica, strettamente intrecciata all’etica, che non ha mai abbandonato durante tutto il suo percorso di scrittore. A qualsiasi costo, al prezzo di rimanere isolato, al di fuori dei canali dell’editoria che conta, delle consorterie che si prostituiscono per uno scambio di favori, per una visibilità che è solo egotismo, Germani chiede alla parola poetica soltanto la verità della carne viva, della ferita o della gioia profonda, che scaturiscono da una testimonianza di vita vera e da sentimenti che si possono esibire soltanto in poesia:

Che fatica mantenere le relazioni, quando in realtà mi interessavano solo le parole che mi assalivano in solitudine, quelle voci che mi chiamavano dal buio o da bagliori improvvisi, quelle visioni e quei tormenti, quelle preghiere o quegli spaventi che chiedevano carta e scrittura, quell’esistenza segreta che c’era dentro di me.  

Certo, emerge una forte nostalgia, quando la sua analisi implacabile si rivolge ai libri che ha scritto, in particolare alle raccolte poetiche, che vede sprofondare, anno dopo anno, nell’oblio. Sono righe forti, che interrogano sul senso della scrittura, da una prospettiva diversa da quella in cui si pongono coloro che sono consacrati dal crisma della notorietà; che si applica invece ai tanti, forse troppi ai giorni nostri, che scrivono appunto, in disparte, che si affacciano al pubblico da piccole case editrici che sorgono e scompaiono, che non hanno attenzioni dalla critica, che si perdono nel mare delle voci:

Non so se sentirmi colpevole o vittima. Avrei forse dovuto spendere diversamente le mie energie? Dedicarmi ad altro? Ammettere che ho dato di più in ambito scolastico

Intanto i miei libri mi guardano e io vedo tutto il mio passato.”  

È chiaro che le domande che si pone possono avere un’unica risposta: non poteva essere che così. In fondo, questo diario spirituale svolge nei suoi trentatré segmenti (un numero non penso scelto a caso) un unico grande assunto: vi sto parlando di una sconfitta che non poteva finire diversamente, ma vi sto anche dicendo che passare attraverso a delusioni, inquietudini, solitudine, non per forza deve portare alla disperazione, vi fornisco la testimonianza del mio approdo, nella luce della fede, nella penombra delle chiese, nell’abbandono all’abbraccio di un dio buono.

Lungi dall’autore e da questo libro di farsi strumento di proselitismo e dottrina, Germani mette in fila pensieri che scavano dentro l’anima, in un incontro con se stesso che incrocia prosa e poesia, e questo solo per essere compreso, perché nulla sia equivocato. Ci sono esempi di grande luminosità in queste pagine, e uno di questi è quando ci parla della necessità delle lacrime per costruire la nostra umanità, la nostra verità. Solo con le lacrime facciamo esperienza della vera essenza umana, depurata dall’orgoglio e dalla paura di cambiare, con il coraggio di vivere la nostra fragilità:

Sì, le lacrime appaiono improvvise, bruciano il corpo, ravvivano l’anima. Colano dove siamo, dove è più facile essere, sentire quella sconfitta che ci accompagna. Perché qualcosa sgorga di noi, un sangue bianco tutto nostro, che finalmente straripa come un fiume senza più argini. Qualcosa che dal buio viene alla luce, mentre il nostro viso cambia e la carne sussulta.

     
Forse, allora, questo suo mettersi a nudo non è che un mattone nella costruzione della sua casa-vita, di cui ancora non ha appreso tutte le stanze, che ha altri inquilini, presenze, che vivono assieme a lui, che non conosce fino in fondo, ma soprattutto è una casa che dovrà riconsegnare a qualcuno che “forse è già qui e aspetta il momento stabilito. E come la giudicherà?”                 

Tra tempo e tempo
di Mauro Germani
Readaction Editrice, 2022
Prezzo: euro 14,50

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Un diario spirituale in cui mettersi a nudo ultima modifica: 2023-01-24T19:33:03+01:00 da MARCO MOLINARI
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