Victor Navasky, “luminare” della sinistra americana

Percorrendo la sua lunga vita scorrono i capitoli più intensi e appassionanti della storia della sinistra americana dal dopoguerra a oggi, di quella sinistra di cui egli è stato a “luminary”, come lo definisce la radio pubblica NPR annunciandone la scomparsa due giorni fa a novant’anni.
GUIDO MOLTEDO
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Percorrendo la lunga vita di Victor Navasky, scorrono i capitoli più intensi e appassionanti della storia della sinistra americana dal dopoguerra a oggi, di quella sinistra di cui egli è stato un “luminary”, come lo definisce la radio pubblica NPR annunciandone la scomparsa due giorni fa a novant’anni. Navasky ha interpretato come pochi altri, in America,  l’intreccio fruttuoso tra giornalismo di qualità e attivismo politico, un impegno e una militanza particolarmente importanti in un paese in cui un grande partito di sinistra, paragonabile a quelli esistenti in Europa, non ha mai avuto fortuna. Quel campo è stato ed è presidiato da un numero notevole e diffuso di associazioni e organizzazioni, dai sindacati, da iniziative impostate spesso su un singolo tema, più o meno collegate tra loro, per le quali una pubblicazione come The Nation, il più antico dei periodici americani, il settimanale di cui Navasky è stato dal 1978 al 2005 direttore e poi editore, svolgeva – e tuttora svolge – l’essenziale  funzione di riferimento comune. Piattaforma di elaborazione e diffusione di pensiero e di idee, The Nation è stato ed è  promotore di battaglie e campagne – giornalistiche, come concezione e impianto, ma sempre fortemente politiche – una permanente spina nel fianco del Partito democratico, soprattutto della sua ala liberal, e del sindacato.

L’idea di un giornale politico e di un attivismo politico in forma di giornale è ed è sempre stata la caratteristica saliente anche del manifesto. C’è in questo un’evidente analogia tra il quotidiano comunista  e The Nation, pur nella diversità dei rispettivi contesti. Infatti con Victor Navasky la relazione era stata naturale fin dagli inizi,  ed è sempre stata di interesse e curiosità reciproca. Luciana Castellina lo conosceva bene, Victor. Anche agli Esteri del manifesto, specie negli anni delle due Guerre del Golfo, si era in contatto con lui. Andrew Kopkind, a lungo firma di punta del settimanale newyorkese, aveva grande consuetudine con noi redattori degli Esterei e, dal suo buen retiro nel Vermont, scriveva spesso per noi e ogni tanto capitava a via Tomacelli a farci visita. Michael T. Klare, l’abbiamo intervistato non si sa quante volte, come esperto militare, specie nelle nostre campagne contro le basi Nato e la presenza di ordigni atomici sul nostro territorio. Una grande firma, come Daniel Singer, amico di Rossana Rossanda e K. S. Karol, scriveva per The Nation da Parigi, come anche per il manifesto Con Angela Pascucci pensammo di pubblicare periodicamente un supplemento mensile di The Nation in italiano, con il meglio dei suoi articoli, così come s’era cominciato a fare con Le Monde Diplomatique. L’idea venne durante una trasferta a Parigi per perfezionare l’intesa con Ignacio Ramonet. Perché non proporre la stessa iniziativa  pure a Victor? Ci si lavorò per un po’, c’era interesse a New York alla costruzione di un ponte tra via Tomacelli e l’Ottava strada, ma l’idea non ebbe seguito. Troppo oneroso fare tante traduzioni oltre quelle per LMD.

Victor Navasky ritratto da Eric Etheridge, 2013 (da Twitter:
@eetheridge)

In un’intervista alla NPR, nel 2009, Navasky disse che “per tanti anni girava tra noi una battutaccia: ciò che è male per il paese, è bene per The Nation”. Si riferiva all’invasione dell’Iraq, scatenata dall’amministrazione Bush, dopo la prima guerra intrapresa dal padre nella regione. Fu allora che The Nation, sotto la sua direzione, ebbe un balzo negli abbonamenti, che sono la fonte finanziaria principale se non l’unica della rivista. The Nation era diventato un luogo di espressione della protesta “per tutti coloro che non erano rappresentati ai più alti livelli del potere”, spiegò Navalsky. Avvenne lo stesso con il manifesto e fu quello il periodo – le due Guerre del Golfo – di grande protagonismo del quotidiano comunista e anche di maggiore intensità del rapporto con i cugini americani.

Newyorkese, Navasky aveva frequentato la scuola superiore alla Little Red School House, noto istituto progressista di Manhattan. Il racconto di quegli anni, e di quanto avrebbero influito sulla sua formazione, si condensa in un quadretto raccontato a The Guardian nel 2005:

Avevamo un prof di storia, un marxista che insegnava la storia da un punto di vista apertamente marxista. Ricordo che una volta chiese da dove i diamanti ricavano il loro valore. Qualcuno rispose: ‘Perché sono belli’. ‘No, no’. Un altro disse: ‘Offerta e domanda’. E lui: ‘No’. Un altro ancora disse: ‘Dal sudore dei lavoratori in miniera!’ E lui: risposta giusta!

Oltre che come grande giornalista (prima di approdare a The Nation era stato columnist del New York Times e aveva fondato diretto il giornale satirico Monocle), Victor era noto per diversi libri di successo, tra cui Naming Names, con al centro le vicende della caccia alle streghe a Hollywood, e Kennedy Justice and A Matter of Opinion, dedicato a Bob Kennedy e ai suoi anni alla guida della Giustizia. Libri di appassionante lettura. E già, nel suo mestiere era considerato una grande penna. Un maestro, anche nell'”inventare” nuovi giornalisti di calibro, come David Corn, David Zirin, Eric Altman, Katha Pollit e i due “inglesi”, il compianto Alexander Cockburn e Christopher Hitchens, oltre al grande Kopkind.

il manifesto

Victor Navasky, “luminare” della sinistra americana ultima modifica: 2023-01-26T00:51:00+01:00 da GUIDO MOLTEDO

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