Tutto ha vinto, ma ha convinto?

José Mourinho ha compiuto sessant‘anni ed essendo uno dei tecnici più vincenti della storia del calcio, è stato celebrato da più parti...
ROBERTO BERTONI BERNARDI
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A Ze Mario, come veniva chiamato da bambino , non piacciono i bravi ragazzi. Anzi, diciamo che gli piacciono i figli di puttana, gli scorbutici, i giocatori assetati di sangue, con un senso della competizione feroce e un desiderio di vincere che supera di gran lunga i confini dell’agonismo.
Ne ha compiuti sessanta e, giustamente, essendo uno dei tecnici più vincenti della storia del calcio, è stato celebrato da più parti.

È colui che ha regalato all’Inter il mitologico triplete del 2010, è colui che ha vinto la Champions col Porto, è colui che ah riportato una trofeo internazionale a Roma dopo sessantuno anni d’attesa, è colui che ha restituito un minimo di prestigio al Manchester United, nobile decaduta d’Inghilterra dopo i fasti dell’era Ferguson; insomma, che sia un mietitrebbia e un allenatore totalizzante lo sappiamo tutti. Così come sappiamo che il suo zio materno, Mário Ascensão Ledo, fosse un industriale piuttosto ricco e non certo ostile al salazarismo, e l’impressione è che anche al nostro i metodi duri piacciano eccome, almeno quando a comandare è lui, cosa che capita ogni anno da quasi tre decenni. Mou, infatti, sa essere un caudillo, sa toccare le corde giuste per stimolare i giocatori, sa essere autoritario, sa essere talvolta anche feroce, sa escludere campioni affermati senza porsi alcun problema, non ha remore a imporre la sua visione del mondo ai calciatori, è il conducator e ci tiene a ribadirlo in ogni circostanza, le sue conferenze stampa sono un evento in sé, quando arriva in un luogo sa sempre come irretire i giornalisti e conquistate i tifosi, è perfetto per la società mediatica contemporanea e funziona alla perfezione pure sui social, dove riesce a tenere banco qualunque cosa dica e faccia. Ebbene, nonostante questo, a me non convince.

Non mi convince la sua filosofia di vita, non mi convince il suo approccio, non mi convince il suo pragmatismo spinto all’estremo, non mi convince la sua ideologia, perché Mourinho è il più ideologico fra i tecnici in circolazione, non mi convince il suo cinismo teorizzato e ostentato, non mi convincono spesso le sue battute, quasi sempre taglienti e, alcune volte, davvero fuori luogo, ma più che mai non mi convince la persona. Certo, ha rivitalizzato una città depressa e un anniente rassegnato come quello giallorosso, ha portato nella Capitale fuoriclasse come Dybala e Matić che senza di lui sarebbero andati altrove, ha fatto sì che l’Olimpico trabocchi di spettatori a ogni partita, ha vinto la prima edizione della Conference League, è entrato nella mente e nel cuore di ogni sostenitore romanista e sappiamo che da quelle parti stanno facendo gli scongiuri affinché la proprietà americana lo assecondi in tutto e per tutto, onde evitare che tolga il disturbo.

Ma può essere considerato davvero un mito uno che o si fa come dice lui o sbatte la porta? Uno che a Madrid ha condotto la Spagna sull’orlo di una guerra civile pallonara, inasprendo i rapporti fra madridisti e blaugrana al punto che facevano fatica a ritrovarsi in Nazionale? Uno che ovunque vuole avere l’ultima parola? Uno che difficilmente ammette repliche? Uno che piace a troppa gente proprio perché abbiamo smarrito il senso di una democrazia compiuta e liberale? Puo davvero essere considerato un esempio e un punto di riferimento un personaggio così? Possono bastare i successi per coprire le numerose pecche di una personalità egocentrica ed eccessiva in tutto e per tutto, sempre in cerca di nemici, furente e incapace di affrontare qualsivoglia situazione senza scadere nell’esibizione plateale del proprio super-Io? A me José Mourinho, Vate di Setúbal, sembra l’icona di quest’epoca disperata, il simbolo di giorni senza storia e senza memoria, l’emblema di una deriva guerrafondaia che investe anche l’ambito calcistico a ogni latitudine. Mi sembra che piaccia a tutti coloro che avvertono il bisogno di un capogregge, di un agit prop, di un uomo in grado di miscelare bastone e carota, di un faro da seguire, di un soggetto carismatico da idolatrare e verso cui provare una fede cieca e assoluta.

Scusate, ma io invece coltivo ancora l’arte del dubbio, della critica, del dissenso e uno che non conosce mezze misure, che dà spettacolo anche quando non ce ne sarebbe bisogno, che strumentalizza i media da par suo, sapendo bene che i giornalisti, altra categoria in crisi d’identità, non aspettano altro, e che ha elevato la propria mancanza di scrupoli a virtù, scusate, ma a me uno così non piace affatto. Gli riconosco dei meriti indiscutibili, ne apprezzo la tenacia e la convinzione nei propri mezzi, ne ho scritto bene quando ho ritenuto che valesse la pena di elogiarlo, ma alle lodi sperticate in suo onore non mi unisco. Anche perché ritengo che questa nostra professione abbia smarrito la funzione essenziale di contropotere e che una stecca, nel coro omologato dei plausi, di tanto in tanto sia necessaria, non foss’altro che per spirito di ribellione, per istinto bastian contrario, per uscire dal gregge e battere un sentiero che nessuno ha scelto di percorrere. 

Tanti auguri, Mou, ma sappi che da queste parti continueremo a preferire Ancelotti, che ha vinto e continua a vincere tantissimo a sua volta ma senza mai perdere la tenerezza. 

Tutto ha vinto, ma ha convinto? ultima modifica: 2023-01-27T20:01:32+01:00 da ROBERTO BERTONI BERNARDI
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1 commento

Marcello Di Martino 28 Gennaio 2023 a 9:18

Sono romanista da sempre. Mio padre, unico tifoso della magica in un piccolo comune d’Abruzzo, dove imperversavano negli anni sessanta magliette bianco nere, rosso nere e nero azzurre, mi sottoponeva al pubblico ludibrio vestendomi di divise giallo-rosse. Torno all’Olimpico dopo tanti decenni e la presenza di Mourinho ha decisamente contribuito a questo mio r-innamoramento. Iroso, combattivo, selettivo, determinato, contro-corrente, fuori dal coro. Il giudizio qui espresso nei suoi confronti sembrerebbe dettato da una sorta di sindrome di Procuste. Esaltare, poi, Ancelotti che sa tanto di bonario parroco emiliano-romagnolo, con sorriso sardonico e guance rubiconde, di letterale fisionomia democristiana, ne è un palmare sintomo. Daje, Roma!!

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