Il ministro Valditara e la differenziazione degli stipendi dei docenti.

GIAMPAOLO SBARRA
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Ha sollevato mille polemiche la nuova uscita del Ministro Valditara circa la differenza di valore dello stipendio di un docente al Nord e al Sud; qualcuno vi ha visto la volontà del Ministro di reintrodurre le cosiddette “gabbie salariali”, volontà per altro non espressa. Immediata la risposta della Cgil, del Pd, del M5S e del Terzo polo.
Nel merito c’è poco da dire: da anni sappiamo che il costo della vita a Milano è diverso che a Reggio Calabria; un paio d’anni fa lo disse anche il sindaco di Milano, Giuseppe Sala e lo hanno sostenuto anche due economisti non certo “di destra” come Tito Boeri e Pietro Ichino.

La questione, pertanto, ha una consistenza oggettiva; resta da capire se debba essere affrontata e come e da chi.

Ma per essere affrontata seriamente, essa deve tenere conto anche di una situazione di contesto attuale e futuro; senza queste premesse, ogni provvedimento sarà estemporaneo, poco credibile e per nulla in grado di affrontare la questione in modo sistematico.

In ogni caso, ancora una volta si pone il tema della “differenziazione” degli stipendi; e se una differenziazione in base alla collocazione più o meno a Nord o a Sud delle scuole diventa poco sostenibile, una differenziazione sulla base di funzioni e competenze diventa più che mai necessaria; come anche una differenziazione in base al contesto sociale nel quale ci si trova ad operare.

Allora, esaminiamo i vari aspetti del problema.

1. La prima questione da considerare è quella del rapporto tra lo Stato, le Regioni e le Scuole autonome: bisogna partire dall’Art. 117 della Costituzione vigente che assegna allo Stato precise competenze:

  1. definire le Norme generali sull’Istruzione;
  2. definire il Livelli essenziali delle Prestazioni (LEP);
  3. definire i Principi fondamentali per la legislazione concorrente: perché tutto ciò che non compete allo Stato, compete alla Regione (leggi e regolamenti).

Come si vede, perché le Regioni possano esercitare un ruolo attivo non serve l’autonomia differenziata: basta esercitare il ruolo previsto dalla Costituzione vigente.

Ma la Costituzione prevede anche un ruolo fondamentale per le scuole autonome, perché l’autonomia scolastica è esplicitamente riconosciuta e salvaguardata; solo che nessuno (destra, sinistra, centro; centralisti o regionalisti) ha avuto il coraggio di rendere efficace quell’autonomia; non a caso corriamo il rischio che, con l’autonomia regionale differenziata, un centralismo regionale si sostituisca al centralismo statale.

Altre questioni.

2. Calo demografico. Partiamo col dire che nei prossimi anni il calo demografico ci porterà a perdere oltre 100.000 studenti l’anno; il calo non sarà omogeneo sul territorio nazionale, nel senso che in qualche realtà gli studenti tenderanno ancora ad aumentare, mentre altrove avremo un calo con conseguenze drammatiche a diversi livelli, a partire dalla perdita di posti di lavoro, per giungere all’invecchiamento della società e per finire con l’impoverimento del capitale umano e del capitale sociale; già adesso molti comuni del Sud lamentano la mancanza di personale laureato per implementare i progetti del PNRR. È evidente che la scuola può fare poco per combattere la denatalità; ma non può fare finta che il problema non esista e quindi deve ridimensionarsi.

3. Precariato. L’esistenza di un enorme numero di docenti precari è un elemento caratteristico dell’instabilità della nostra scuola: gli insegnanti precari non sono certi di rimanere nella stessa scuola nel corso degli anni, tendono a tornare vicino a casa appena possono, spesso vivono come studenti in camera con altri per dividere le spese. Quindi servono decisioni chiare e coraggiose per eliminare il precariato e dare qualità alla selezione dei docenti.

4. Bassi stipendi. Lo stipendio dei docenti italiani non solo è più basso ad inizio carriera – rispetto ai docenti europei – ma ha una progressione solo in base all’anzianità che si sviluppa fino a fine carriera, vale a dire che un insegnante giunge al massimo dello stipendio appena prima della pensione.

5. Ugualitarismo stipendiale e professionale. I docenti italiani sono, per lo Stato, tutti uguali: aggiornati oppure no, ricercati o evitati da studenti e famiglie, empatici o problematici. Non c’è carriera, per un docente; ovvero, l’unica carriera è trovare una buona cattedra in una buona scuola, in un bell’edificio con adeguate dotazioni tecnologiche, con bravi colleghi e studenti impegnati ed educati, possibilmente in centro e meglio ancora se vicino a casa. Per incrementare lo stipendio, c’è il “progettificio”, ma non tutti i docenti sono interessati.

La scuola, invece, avrebbe bisogno per esempio di una “leadership intermedia”, selezionata e formata per competenze e funzioni, non per scelta arbitraria del Dirigente scolastico.

6. Reclutamento dei docenti. Le modalità di reclutamento sono cambiate spesso negli ultimi anni, per cui anche in questo campo non v’è certezza; restano le graduatorie, che come si sa non guardano in faccia le competenze professionali dimostrate sul campo. Ogni istituto, credo, vorrebbe scegliere e avere i docenti migliori e invece deve tenersi quelli che gli manda la graduatoria.

7. Valutazione. Autonomia e Responsabilità hanno bisogno di un serio processo di Valutazione, che non può esser solo autovalutazione: una valutazione (anche esterna) intesa innanzitutto come metodo di confronto e miglioramento.

Ecco, se il decisore politico avesse il “coraggio politico” per mettere in relazione i temi sopra elencati, si potrebbe programmare un intervento a cadenza medio-lunga per selezionare e premiare i docenti migliori e necessari nelle varie realtà; sapendo, per altro, che alcuni provvedimenti potrebbero essere impopolari; ma, come si sa, la medicina può anche essere cattiva, l’importante  che guarisca dalla malattia.

Prendiamo ad esempio una scuola collocata in un’area marginale e disagiata caratterizzata da una forte evasione scolastica: difficilmente un docente di ruolo – se non necessitato – presterà servizio per diversi anni consecutivi in quella realtà; eppure quella è la realtà in cui sono necessari i docenti migliori, che sappiamo lavorare con obiettivi di medio-lungo periodo; ed è evidente che a quei docenti deve andare un riconoscimento anche economico adeguato, che da un lato riconosca le particolari competenze acquisite e dimostrate e dall’altro renda appetibile restare in una realtà disagiata in modo non estemporaneo.

È ora di porre seriamente il problema della “differenziazione”, ma non in modo provocatorio o semplicistico, perché davvero gli insegnanti non sono tutti uguali, come diversi sono i contesti in cui essi operano.

E non si venga a dire – come fanno alcuni partiti – che “bisogna” portare gli stipendi di tutti i docenti a livello europeo, perché è un discorso ormai stantio e chi poteva farlo finora, non lo ha fatto; certo che “bisogna”, anzi “bisognerebbe”, ma se manca un ragionamento di base sulla qualità della scuola e del processo di “insegnamento-apprendimento”, non ci potrà essere alcun aumento significativo degli stipendi e la scuola continuerà con le ingiustizie e le differenziazioni sociali e territoriali che oggi la caratterizzano.

Il ministro Valditara e la differenziazione degli stipendi dei docenti. ultima modifica: 2023-01-28T17:57:28+01:00 da GIAMPAOLO SBARRA
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