L’innocente scandalizzato

Sulla nuova edizione di “Giornale di guerra e di prigionia” di Carlo Emilio Gadda.
ENRIQUE M. BUTTI
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Come ogni libro di Carlo Emilio Gadda, il Giornale di guerra e di prigionia trascina con sé una serie d’avventure autorali – composizione poi distacco (l’autore si schermisce, s’abbandona, smania), edizione e riedizioni corrette. La prima stampa, decisamente parziale, nel 1955, comportò più malessere che soddisfazione al creatore, perseguitato dall’occhiuto “pubblico grosso, e dei parenti, i milanesi, il papa”. L’ultimo episodio, decisivo e probabilmente definitivo, è segnato dalla scoperta (e ora dalla pubblicazione in Adelphi) di sei taccuini inediti, per merito della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma. Un’ottantina di pagine fondamentali, a cura di Paola Italia e con nota di Eleonora Cardinale.

Questa edizione del diario di Gadda sulla sua partecipazione alla Grande Guerra abbraccia il periodo dal 24 agosto 1915 al 31 dicembre 1919, da quando indossa la “cara divisa di alpino” fino a quando se la toglie, prima sottotenente e – dopo un prolungato ricorso nella fogna della burocrazia – tenente. Comprende, come anticipa il titolo, la prigionia dopo la disfatta di Caporetto, nell’ottobre 1917, prima a Rastatt, nel Baden, poi a Celle, Hannover, in Germania. E finisce  quando, al suo ritorno a Milano, apprende della morte del caro (e lui sì, eroe) fratello Enrico.

Le pagine fino a oggi inedite sono essenziali per conoscere l’ultima tappa della prigionia e sono rivelatrici, fra tanti altri particolari, delle relazioni, delle discussioni, delle sintonie e non, con chi saranno i suoi diletti compagni di prigionia e i primi nella rotta delle riflessioni letterarie: Ugo Betti e Bonaventura Tecchi. Così, Gadda studia e teorizza (nel privato del suo taccuino) i principi della poetica del Betti: “Volontà della pura espressione; orrore della soprastrutture verbali (e anche delle eufonie ed euritmie; e simmetrie di facile conio, finali robusti, architettura classica del sonetto (Carducci) ecc.); orrore del barocco, orrore del tronfio, del declamatorio, ecc., anche carducciano e d’annunziano”. Ma subito dopo si ferma a sostenere che invece non condivide un altro suo (del Betti) principio, di necessità generale: “Riferimento all’universale; non immedesimazione nei piccoli fatti, nel determinato del lì per lì, ecc.; collegare il lì per lì al resto, a ciò che si muove di fuori e dovunque”.

Per molti studiosi e amanti di Gadda questo è infatti l’argomento topico più sfruttato, e anche la spinta più forte d’attenzione verso questi taccuini di guerra: scavare nella sua scrittura fino a scovare segni e presagi dello stile dello slanciato narratore e saggista che diverrà Gadda. Si può fare, certo, nelle sue pagine ci sono scoppi di virtuosismo retorico, enumerazioni esilaranti, bizzarrie eccelse. Ma la forza straziante di questo libro ha una radice ben superiore al formale, e si riferisce alla testimonianza e alla confessione in prima persona riguardo alla spaventosa perfidia con la quale la società colpisce gli idealisti, nella fattispecie il soldato che per il bene e l’ordine della patria si trova a combattere, oltre che col nemico, più che col nemico, col tradimento della propria nazione, colla sua idiozia, col suo egoismo, con “la miseria morale e l’abbiettamento a cui lo conduce la cecità e il nessun senso del dovere dei suoi dirigenti”.

In questi taccuini di guerra si rivela che il pastiche, quintessenza stilistica di Gadda, non è una gloriosa scelta formale, inventata da Gadda per meglio dire quel che vuol dire. Eh, no; Gadda va esultante alla guerra per portare l’Italia all’ordine e all’armonia, e nella guerra trova luridi compatrioti e scarponi di cartone per i piedi degli alpini; trova gli asini del governo (cominciando dal re), incapaci tutti, ignoranti, codardi. Trova il pasticcio che l’annienta.

È così il malinteso di gran parte del secolo passato e di oggigiorno. Tempo cinico che consiglia agli apprendisti scrittori: attento a non permettere che le tue lettere, i tuoi personaggi ti contagino e distruggano, come successe a Poe, a Pound, al Leopardi, al Baudelaire, al Fitzgerald… Asini! La letteratura è vita! Né Poe né Fitzgerald avrebbero scritto senza viver prima, così, esattamente come voi, zombi, scrivani senza polso, “gente di calamaio” vi chiama il Gaddus; plumitifs, la Cambremer di Proust.

 “Il pasticcio e il disordine mi annientano”, scrive Gadda nel 1916. Si capisce? Il pastiche come imitazione e contaminazione e deformazione di linguaggi e dialetti e testi non è un’invenzione intellettuale, non è logorrea, ma vomito,  un conato, un urlo lanciato dalle viscere più profonde di un’anima logorata. Gadda bestemmia perché è un innocente che hanno scandalizzato. Dobbiamo per forza appellarci alla sentenza forse più violenta di Cristo (molto più dura che le bastonate ai mercanti del tempio): “Chi scandalizza un innocente, meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare” (Luca 17: 2). Da lì la rabbia dell’innocente offeso, poderosa da riversarsi su tutto il cosmo, perfino sulla più minuscola creatura: “Bestemmio le mosche, altra fra le più puttane troie scrofe merdose porche ladre e boie forme del creato”. 

Lo dice, lo scrive lui stesso: “E il Gaddus è il più credente nella legge, e nella sua continova sanzione”. E questo credente si ritrova a ogni passo della sua marcia militare non con l’ordine e l’eroismo, ma con “la nostra stupida, porca, cagna, bastarda, superficiale, asinesca” insensatezza, “nodo o groviglio o garbuglio o gomitolo” dell’inferno che gli umani si costruiscono sulla terra.

Immagine di copertina: Alcuni dei taccuini riconducibili al Giornale di guerra e di prigionia. Il corpus, messo all’asta da Finarte e dal suo direttore Fabio Massimo Bertolo è stato acquisito dalla Biblioteca Nazionale di Roma.

L’innocente scandalizzato ultima modifica: 2023-01-30T18:03:43+01:00 da ENRIQUE M. BUTTI
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