Questa XIX legislatura. Opposizioni e “gioco dell’“opa”. I 5 stelle

ROBERTO DI GIOVAN PAOLO
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Questa XIX legislatura. Opposizioni e “gioco dell’“opa”. Il Terzo polo

Senza stare a fare il conto dei giorni come ormai (probabilmente a scopo apotropaico) fa Salvini ricordando da quante mattine si sveglia Ministro delle Infrastrutture, costituendo uno dei meme dei social networks più seguiti del momento, individuato dal giornalista Carlo Canepa (su Twitter), la legislatura numero 19 della Repubblica Italiana ha ormai preso il largo con un governo, che pur in fretta e furia e aiutato dagli obblighi europei e dal Def messo in cantiere da Mario Draghi, ha varato la sua prima Legge di Bilancio. A gennaio, esauriti i “bollenti spiriti” delle dichiarazioni post elettorali e messe in riga le priorità dell’anno 2023, tutte le forze politiche (in primis il Pd che, com’è consueto, è in pieno congresso) stanno concentrandosi sul cammino annuale da compiere. Un momento di relativa quiete per ricapitolare forze e idee in campo, ed eventuali nuovi posizionamenti.

Questioni che coinvolgono tutto lo spettro politico italiano e che vale la pena analizzare; cominciando da chi le elezioni del 25 settembre scorso le ha perse e ora è chiamato a risalire la china degli elettori e a ricostruire la sua immagine futura.

Come sappiamo, il campo delle opposizioni è in larga parte – oggi – “tripartito” ed è quello su cui è interessante porre la lente d’ingrandimento per prima cosa, perché proprio questa tripartizione, tra Pd, Movimento Cinque Stelle e Terzo Polo di Azione/Italia Viva è quantomeno la ragione pratica della vittoria netta della destra alle ultime elezioni politiche.

Nei tempi brevi della politica in generale e di quella italiana in particolare difatti, le divisioni si sono radicalizzate prima dell’estate; divenute esplicite nella crisi del Governo Draghi e sono state purtroppo decisive nelle elezioni legislative. L’attuale sistema “Rosatellum”, ha reso la sconfitta ancora più amara, non solo perché questo metodo elettorale ha prodotto un bottino di eletti d’opposizione misero a livello locale, ma anche perché le destre unite di Fratelli d’Italia,Lega e Forza Italia con la consueta spruzzata di Udc in varia forma, si è garantito, con il 42 per cento del voto popolare e con la più alta astensione della storia della Repubblica, una maggioranza abbastanza stabile alla Camera e discretamente stabile al Senato. Facendo appositamente (e ancor più amaramente ) ricordare, che le destre non hanno maggioranza né assoluta né dei votanti, ma che la legge elettorale nuova – promessa al tempo della populistica diminuzione del numero dei parlamentari, come contraccambio di buon senso politico – non è mai arrivata. E questo onere non era certo a carico della Meloni, unica opposizione ufficiale!

Lasciando da parte il Pd per una riflessione apposita, su un partito che cerca nel congresso di fine febbraio (ballottaggio finale con primarie aperte ) il decimo segretario e la ripresa, dopo circa tre scissioni, vediamo di concentrarci ora sugli altri due fronti di opposizione, che in realtà al Pd restano fortemente connessi, non solo perché M5S ha governato assieme col governo Conte 2, ma anche perché il Terzo Polo ha come leader un ex iscritto, già indicato ministro dal Pd e dal Pd eletto in Europarlamento, ovvero Carlo Calenda; e addirittura un ex presidente del Consiglio e due volte segretario del Partito democratico, vale a dire Matteo Renzi.

Entrambi i partiti, in una sorta di comparazione con la “coperta di Linus” hanno, secondo i giornalisti parlamentari e politici da ottobre 2022 in poi,  “lanciato un’OPA” (s’intenda, ostile) sul Partito democratico. Il congresso, “rifondativo” ma anche svolto in meno di tre mesi (festività comprese) vorrebbe rispondere a queste due Opa, diverse ma parallelamente ostili.

Il Movimento 5 Stelle in questo senso è certamente, a prima vista, il soggetto meno legato storicamente e “affettivamente “ al Pd e, per certi versi, quello più “libero” da possibili ambiguità nei suoi confronti. La sua Opa ostile potrebbe apparire quasi naturale e forse anche più evidentemente legata a sommovimenti già visti in alcuni Paesi europei, per esempio la Francia, dove alle ultime elezioni legislative la coalizione di Mélenchon ha avuto un risultato lusinghiero comprimendo la presenza parlamentare del Partito socialista francese fino al due per cento e anzi facendo registrare anche un’ultima mini divisione interna, rispetto all’alleanza con Mélenchon stesso, al glorioso partito, ormai fuori anche fisicamente dalla storica Rue Solferino a Parigi e che alle Presidenziali, sulla candidata ufficiale, la sindaca di Parigi Hidalgo, si era attestato non oltre l’1,5 per cento dei consensi.

A differenza di Mélenchon, Giuseppe Conte, presidente del M5S, non ha una storia politica di lungo corso alle spalle e la sua narrazione è sempre molto lacunosa in merito: un po’ come lo Zelig di Woody Allen, Conte ha raccontato di una folgorazione grillina ma… senza esagerare con la passione iniziale e mettendo le mani avanti; ha successivamente garantito a M5S e Lega, nel suo primo governo, un provvedimento a testa, quasi giornaliero, per salvare la formula gialloverde, fino alla (scenografica) rottura con Salvini. Per poi procedere con soave disinvoltura alla nascita del governo con il Pd, quello cosiddetto “giallo-rosso”, in cui ha incassato, “di giorno” il consenso insperato di parti nobili della sinistra parlamentare e soprattutto di quella extraparlamentare presente nei media e nel mondo della comunicazione,  mentre praticamente ogni sera o almeno una volta a settimana, riferiva al Colle più alto – non sempre richiesto ma sempre cortesemente accolto – e proclamandosi, da pugliese, seguace culturale di Moro ed elettore democristiano di lungo corso. Ciò non lo ha escluso dalla possibilità di essere anche considerato la punta avanzata del progressismo – definizione dell’allora segretario Pd Nicola Zingaretti – in ossequio a una teoria bettiniana  del “campo largo” che della teoria originaria ingraiana  manteneva di fatto solo il titolo.

Spodestato, ha avuto un tratto sussiegoso e diffidente verso Mario Draghi ma ha colto la necessità tattica di “impadronirsi” dell’unico “autobus” politico libero a disposizione, il Movimento Cinque Stelle. Che peraltro necessitava di qualcuno alla guida e soprattutto di qualcuno che sapesse venire a patti con la tattica e il forte ideologismo su cui era nato il movimento in pieno riflusso di voti e consensi nella società e nei media. Poco a poco Conte ha registrato il venir meno di “capi recalcitranti”. Recalcitranti a comandare, come il presidente della Camera Fico, ispiratore di “morbidità” istituzionale e un certo narcisismo movimentista, a cui non sfuggirono peraltro né Bertinotti né la Pivetti in precedenza. Oppure “recalcitranti” a riconoscere Conte stesso come leader, come l’inquieto “pasionario” in attesa di chiamata rivoluzionaria Di Battista, oppure il leader  neodoroteo e sempre meno a suo agio con il Movimento, Di Maio, giunto al punto di immolarsi sulla via della folgorazione per Draghi e la Farnesina. Altri semi-leader M5S hanno assicurato invece a Conte piena disponibilità, senza troppo alzare l’asticella, nella necessità di ricollocazione di chi ha conosciuto un minimo di fasti elettorali: le ex sindache di Roma e Torino, Raggi e Appendino al termine del loro mandato, nonché di impensabili vicepresidenti istituzionali (la Taverna del Senato). Bisogna dire che Conte ha impiegato la sua “grazia di stato” di ben due presidenze del Consiglio sbaragliando ineffabilmente la concorrenza e mettendo nell’angolo perfino il “creatore” del movimento, tale Beppe Grillo. Conte ha garantito spazio a chi non ne aveva o non ne avrà in questo frangente e per farlo ha preferito liberarsi dei leader precedenti a cominciare dai “dioscuri” Battista-Di Maio, troppo ingombranti e visibili ai media. Ha poi garantito a Grillo i contratti economici (a rischio dopo la rottura col figlio di GianRoberto Casaleggio) e un diritto di tribuna nel Movimento. Per poi volgersi a costruire un minimo di tessuto partitico di “normalizzazione”, la cui testimonianza concreta si trova nell’annuncio sul sito del Movimento della nascita di Gruppi territoriali (anche fisici, questa è la novità…) e della loro dirigenza, pur dovendolo equilibrare con il mantenimento della regola del doppio mandato e del voto on line in cui, come si è visto per le liste di Lombardia e Lazio, dove si voterà il prossimo 12 febbraio, ha preso parte circa il 25 per cento degli aventi diritto. Ha poi dovuto, in cambio della linea pragmatica di costruzione fisica del partito, molto spingersi invece sulle tematiche considerate ideologicamente costitutive del movimento e non solo nel comprensibile momento elettorale.

Oggi il Movimento 5 stelle, sul sito, nelle sue iniziative per lo più mediatiche (… ricorderete che all’inizio ci furono espulsioni  e fatwa per chi osava andare in tv o in radio a dire anche solo le ragioni del movimento… tutto cambia…) batte e ribatte  in maniera ossessiva su: reddito di cittadinanza, intercettazioni in campo giustizia e no armi all’Ucraina. I temi son questi ma in realtà sono solo simboli di una battaglia che Conte dice di voler fare su povertà (ricordate Di Maio al balcone di palazzo Chigi e la fine della povertà…), giustizia, e pace/politica estera, che in realtà sono anch’esse “significanti” a loro volta di “Contiana mediazione” della giustizia sociale, giustizialismo, contrasto all’obbligo europeo e agli altri obblighi internazionali dell’ Italia.

Potremmo anche leggerli – se Conte non ne addolcisse il sapore al palato – come un egalitarismo senza governo, un populismo antipolitica e anti establishment e perfino come un certo populismo e sovranismo che pure sono nel Dna del M5S e li portò a costituire il governo con la Lega.

Ma qui arriviamo proprio al punto. Su cosa si basa l’Opa annunciata da Conte sul Pd?  Su tematiche che parte del Pd, quello proveniente dalla storia Pci-Pds-Ds conosce molto bene: un egalitarismo senza governo, un populismo antipolitica e anti establishment, non sono un pezzo (uno dei pezzi, non certo l’unico) della storia del Pci ? Quel “pezzo storico” che, per intenderci, credeva solo nelle manifestazioni come “spallata al governo” ma che poi compagni più saggi della direzione e del comitato centrale passavano il tempo a formare e ri-formare per costruire una forza di governo e di cambiamento? E che – in teoria – il Pd ha definitivamente messo alle spalle col discorso del Lingotto di Veltroni?

Ecco. Anzi “rieccoli”. Giuseppe Conte che in realtà, alla faccia di chi lo crede una bandiera di progressismo, a mio avviso, sembra amare più le trine e i pizzi di stile gozzaniano, ha riciclato davvero tutte le sue conoscenze d’antan e quindi ora pure questa. E fino alla prossima trovata si attesta qui. Con un Movimento un po’ partito e un po’ no. Un po’ partito personale e un po’ movimentista; di “sinistra… ma sinistra così” con i due pugni alzati, come Mario Brega nel film di Verdone. E con la tendenza a diventare in realtà una sorta di Unione di Movimenti “a una sola uscita“. Elezioni e post elezioni e legge di bilancio? Solo battaglia sul reddito di cittadinanza. Nordio in aula, nomine al Csm, arresto di Matteo Messina Denaro? Solo tema le intercettazioni. Politica estera, cooperazione, immigrazione (su cui il Conte giallo verde ha vari scheletri nell’ armadio…)? Basta armi all’ Ucraina.

 Oltre non si va. Non c’è una strategia di politiche del lavoro, industriali, sociali, internazionali, che peraltro sarebbe difficile costruire a colpi di votazioni a distanza senza un preventivo dibattito generale, oggettivamente. Per ora la situazione di “stallo” non danneggia Conte più di quanto non abbiano fatto i sommovimenti tellurici di questi anni passati dal voto 2018 della maggioranza relativa M5S. Felice della stima attorno al quindici per cento nel voto e di più nei sondaggi (e spesso l’uno e l’altro sono “danti causa”  reciprocamente come è ormai chiarissimo…) diciamo che la “rimonta”, Conte la “vende” in giro (mediatico), solo rispetto al “percepito” prima delle elezioni, che dava M5S al dieci per cento. Se guardiamo al voto e poi ai sondaggi di fatto lo si dedurrebbe come una sorta di Lega del Sud. 

Come si sa, lo scampato pericolo rende euforici: accade agli astronauti al rientro sulla terra e pure ai naufraghi velisti o ai surfisti dopo un attacco di squalo. Sopravvissuti alla peggiore delle paure si pensa allora a tornare sulla Luna, a rifare la traversata “in solitario” e a ritrovare l’onda. Talvolta anche a lanciare Opa ostili al partito che ti ha tenuto a galla….

Questa XIX legislatura. Opposizioni e “gioco dell’“opa”. I 5 stelle ultima modifica: 2023-01-30T16:17:52+01:00 da ROBERTO DI GIOVAN PAOLO
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