Se la fotografia è specchio dell’anima

“Inge Morath. Fotografare da Venezia in poi”, una mostra da non perdere a Palazzo Grimani. Sulla grande fotografa austriaca riproponiamo ampi stralci di un articolo del compianto Ennio Pouchard, scritto per la nostra rivista
YTALI
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Metti palazzo Grimani, una delle meraviglie della città. Metti Venezia, soggetto fotografico per eccellenza. E metti una delle grandi fotografe del nostro tempo, l’austriaca Inge Morath. Una mostra imperdibile, quella a lei dedicata, da accoppiare a un tour nel palazzo. Una somma di sensazioni ed emozioni che fanno di una giornata veneziana così, una giornata da non dimenticare.
La mostra s’intitola Inge Morath. Fotografare da Venezia in poi ed è a cura di Kurt Kaindle e Brigitte Blüml, con Valeria Finocchi. È promossa dalla Direzione regionale Musei Veneto e Suazes, in collaborazione con Fotohof, Salisburgo e con il patrocinio e il sostegno del Forum Austriaco di Cultura di Milanoprogettata e, iniziata il 18 gennaio scorso, durerà fino al 4 giugno 2023. L’esposizione nel suo complesso raccoglie più di 200 fotografie con un focus specifico e inedito su Venezia anche con il sostegno di nuova documentazione. Molte di queste fotografie veneziane, circa ottanta scatti, non sono mai state esposte prima in Italia. A corredo una selezione dei suoi principali reportage fotografici su Spagna, Iran, Francia, Inghilterra-Irlanda, Stati Uniti d’America, Cina e Russia, oltre alla sezione dedicata ai ritratti, genere molto importante nell’ultima parte della sua carriera.

Sulla grande fotografa, ytali ha pubblicato un bellissimo articolo La fotografia di Inge Morath, specchio dell’anima dell’indimenticabile Ennio Pouchard, da poco deceduto a Treviso, dove nel 2019, alla Casa dei Carraresi, si tenne una grande mostra dedicata a Morath. Di quell’articolo – la sua recensione della mostra ai Carraresi – abbiamo il piacere di riproporre ampi stralci, utili ad apprezzare, con l’occhio di un grande critico, anche la mostra in corso a Venezia.

Parliamo di una donna che tra i sedici e i ventidue anni visse e patì il secondo conflitto mondiale, essendo diventata cittadina tedesca – quindicenne – a causa dell’Anschluss, a seguito del quale la sua Austria finiva inglobata nel Reich hitleriano. Fu questa la ragione per la quale, da adulta, i suoi servizi giornalistici quale inviata speciale, e successivamente fotografa, non accettò mai di dedicarli alle guerre, coinvolgendosi invece nel compito di spiegarne gli effetti, fino a farne una missione.

Si chiamava Inge (nom de plume da Ingebor) Morath, era nata a Graz nel 1923 ma crebbe in Germania perché i genitori – Edgar Morath e Mathilde Wiesler, entrambi scienziati (chimici), nati cattolici e fattisi protestanti – decisero di emigrarvi, allettati dalle opportunità professionali loro offerte, proprie di un grande paese desideroso di risorgere recuperando i danni della sconfitta. Prima destinazione, Darmstadt, dove lei frequentò le scuole superiori in un istituto francese; poi, Berlino, iscritta alla facoltà di lingue dell’università, uscendone capace di parlare fluentemente il francese, l’inglese e il rumeno. 

Tra i due corsi di studi fu sottoposta, come tutti i giovani nelle sue condizioni, a sei mesi di lavoro obbligatorio. Non ci mise molto a farsi un’idea ben chiara sul nazismo. Le bastò visitare nel ’37 la mostra dell’Entartete Kunst – l’arte definita “degenerata” – in cui erano esposti dipinti dei più grandi esponenti della ricerca pittorica contemporanea, da Matisse, Picasso a van Gogh, Klee, Chagall, de Chirico, Boccioni e Marc. Quest’ultimo, il suo autore preferito: una rivelazione, su cui misurare la propria concezione dell’arte. 

La guerra scoppiò due anni dopo. Quasi alla fine del conflitto si trovò “militarizzata” da operaia in una fabbrica, condividendo il banco di lavoro con prigionieri di guerra ucraini. La sua natura passionale le fece trovare la determinazione e il coraggio di fuggire, approfittando di un attacco aereo, e dirigersi a piedi da Berlino verso la terra natia; riuscì a percorrere quei più o meno settecento chilometri e rimase nascosta fino a quando udì squillare le campane della pace.

I suoi primi lavori furono di traduttrice e collaboratrice esterna per reportage giornalistici, acquistati dalla rivista Heute, con redazione a Monaco, che le favorirono l’incontro con fotografi autorevoli. Uno di questi, il connazionale Ernst Haas, le propose di scrivere i testi di commento per i suoi servizi fotografici, uno dei quali gli procurò tale notorietà da fargli arrivare nel 1949, inatteso, l’invito di Robert Capa di entrare quale membro regolare, assieme alla Morath, prima donna nella compagine, dell’agenzia Magnum Photos, nella sede parigina (allora in fase di sviluppo, essendo la prima aperta New York dal 1947).

Nel 1951 Inge conobbe e sposò un giornalista del Picture Post, l’inglese Lionel Birch, e si trasferì a Londra; assieme visitarono Venezia e, come fanno tutti i turisti, lei scattò qualche fotografia. Nello stesso anno divorziò, lasciando Londra per tornare a Parigi, e Robert Capa le affidò – sempre quale giornalista – l’incarico di assistente di Henri Cartier-Bresson, co-fondatore dell’agenzia. Il viaggiare al suo fianco le fece comprendere il significato della tempistica da lui definita il “momento decisivo”, che fu sufficiente per affermare, molto tempo dopo, di aver assimilato la sua arte, solo standogli accanto. Accadde però che Capa, nel 1955, la mandò a Venezia per scriverne; e da lì Inge gli telefonò per proporgli di inviarle un fotografo per corredare adeguatamente il suo scritto. La risposta, “…e perché non lo fai da te?”, equivalse a promuoverla fotografa a tutti gli effetti. Vi si dedicò dando alla meccanica del lavoro il carattere di una ricerca approfondita su storia, situazioni sociali, politiche, economiche e territoriali, nonché apprendendo la lingua dei paesi percorsi in seguito.

La fotografia – scrisse – è essenzialmente una questione personale: la ricerca di una verità interiore”; e anche “…è un fenomeno strano… Ti fidi del tuo occhio, ma non puoi evitare di mettere a nudo la tua anima.

Dovunque le capitò di andare – in Spagna, Romania (seguendo tutto il corso del Danubio), Austria, Iraq, Iran, Gran Bretagna e Irlanda, Stati Uniti, Russia, Cina (più volte dal 1978 al 1992) – arrivò sapendo parlare senza difficoltà con quanti incontrava; così ai tre idiomi appresi nel corso degli studi giovanili (oltre, per nascita, al tedesco) aggiunse – man mano – lo spagnolo, il russo, il mandarino. Il che, lo si vedrà più avanti, fu determinante per la sua vita.

[…]

Venezia rimarrà comunque il luogo magico dove la professione dell’Inge Morath fotografa di fama mondiale prese l’avvio.

I reportage seguono un ordine cronologico, partendo dal succitato a Venezia, incluso nel libro Venice Observed della storica dell’arte Mary McCarthy; come da indirizzo dell’agenzia, in risalto è posta la quotidianità dei sestieri popolari.

Le Venezie di Inge. Al centro, il manifesto In primo piano annuncia le celebrazioni del decennale della Liberazione, 1955

Di Londra, dove s’intrattiene abbastanza a lungo nel ’53, tra i personaggi con cui fa amicizia emerge Mrs Eveleigh Nash – personalità eminente dell’aristocrazia britannica – che le fa da guida e la cui immagine rimane tra quelle che mai mancano nelle biografie di Inge. 

Nel ’54 è la volta della Spagna (dove già era stata brevemente nel ’51) per una serie di incarichi specifici: fotografare alcuni dipinti per la rivista d’arte francese L’Oeil e, per Magnum, Lola Picasso – sorella di Pablo (che, chissà perché, glielo lascia fare soltanto a notte fonda) – e l’avvocatessa Doña Mercedes Formica, paladina dei diritti femminili nel regime franchista.

L’editore parigino Robert Delpire (sue la rivista d’arte Neuf e Les Editions Robert Delpire) ne pubblica una scelta nel libro Guerre à la tristesse nel 1955 e, nel ’56, accompagna Inge in Iran, che viaggia per la rivista Holiday e per aziende americane operanti nel paese. I costumi patriarcali, contrastanti con le innovazioni innescate da nuovi imprenditori, le forniscono il motivo per ricerche appassionanti nel mondo femminile; l’editore francese le pubblica nel ’58 in De la Perse à l’Iran.

Il 1957 è la volta di New York per la Magnum; i soggetti ripresi sono il quartiere ebraico, la vita quotidiana nella Grande Mela, artisti che le diventano amici, animali su set cinematografici; ma la fotografia che rimane tra le più diffuse è quella di un lama che sporge la testa dal finestrino di un taxi nei pressi di Times Square. Come vedremo, risiederà in un paesino poco distante dalla metropoli, e quindi su di essa mette in cantiere un libro, al quale continua per anni ad aggiungere motivi via via sopravvenenti; non vedrà la luce che nel 2002.

Uno dei più lunghi e complessi reportage Inge Morath lo compie nel tempo seguendo tutto il corso del Danubio; negli anni di Guerra Fredda la Romania sovietica è un paese difficile per chi chiede di attraversare zone militarizzate: l’attesa dei permessi è sempre lunga, ma lei non sciupa quei tempi morti e gira il resto del paese, ammucchiando immagini con l’idea di farne un volume unico. Il progetto resta irrealizzato fino al 1995, allorché i Kaindl lo fanno uscire per le loro Fotohof Auflage

Nel corso dei decenni Inge Morath visita più volte l’Austria; lì c’è la madre che vive a Graz, ma anche i non pochi artisti conosciuti a Vienna nel periodo successivo alla guerra. Le foto in cui li ritrae esprimono la familiarità che caratterizza tali rapporti. Numerose inoltre le immagini di architetture dell’eredità barocca e di testimonianze della monarchia austro-ungarica. Una prima edizione con le foto sul paese è pubblicata negli anni Settanta; un’altra esce postuma.

Sono frequenti da parte della Magnum le richieste di reportage sul set di film; Morath e Cartier-Bresson sono i primi dei nove fotografi Inviati nel 1960 nei dintorni di Reno, nel Nevada, per documentare The Misfits (Gli Spostati) diretto da John Huston, con sceneggiatura di Arthur Miller e la coppia Marilyn Monroe/Clark Gable quali interpreti. Il film risulta fatale per la storia dei due attori: Gable muore undici giorni dopo la fine dei lavori, Monroe – cui rimangono due soli anni di vita – vive la fine del suo breve matrimonio con Miller. 

Qualcosa comincia a brulicare invece tra la Morath e Miller. Dopo un certo tempo le scrive chiedendole di inviargli le fotografie del film scattate a Reno e lei, a comprova di una reciproca attrazione, lo invita a venirsele a prendere. Nel 1962 diventano marito (al terzo e definitivo matrimonio) e moglie.

Li attende un quarantennio di esperienze in comune, con dimora permanente nella fattoria di Roxbury (a due ore di macchina da New York), rapidamente convertita alle loro necessità anche professionali, base delle ininterrotte assenze per i grandi viaggi compiuti sempre insieme.

Sedentario per natura, Miller si sente però appagato da quel trovarsi accanto chi, poliglotta come lei, gli permette contatti con genti diversamente estranee. “Viaggiare con lei era un privilegio, perché [solo] non sarei mai stato in grado di penetrare le cose in quel modo”.

Dei loro figli, Rebecca cresce aperta a una vita brillante e Daniel, affetto da sindrome di Down è ricoverato in un istituto; Inge non smetterà mai di andare a passare qualche ora con lui, ma Arthur non vorrà nemmeno parlarne per anni, finché, rimasto solo nel 2002, non sentirà il dovere di incontrarlo e di includerlo nel testamento.

Nel 1965 arriva l’occasione di visitare l’Unione Sovietica, terra radicata nel pensiero della Morath, verosimilmente per l’influenza delle opere letterarie russe, lette nella lingua originale. Il fatto che Miller sia diventato presidente del PEN club – libera associazione internazionale di letterati – le è di grande aiuto nel combinare programmi sia ufficiali, sia di incontri con artisti e intellettuali epurati dal regime. Da questo e dai viaggi successivi uscirà una raccolta fotografica che nel 1969 le fornirà il materiale per il suo primo volume illustrato sul Paese.

La prima occasione di andare in Cina, infine, è offerta nel 1978 dalla presentazione a Pechino del dramma di Miller Morte di un commesso viaggiatore. Inge, preparandosi su tutto quanto può far parte della cultura cinese, studia fino a parlarlo senza difficoltà il mandarino, tanto da permettere loro di muoversi autonomamente in città e nei dintorni. Le prove dello spettacolo richiedono settimane, durante le quali il tempo libero è impiegato incontrando artisti ufficialmente riconosciuti o invisi al regime, che forniscono argomenti per un nuovo esauriente lavoro fotografico.

Tra un servizio e l’altro, Inge Morath si dedica anche ad altri temi: cominciamo da quello delle maschere, cui si lega la figura di un disegnatore newyorkese, Saul Steinberg, che un giorno la invita a vedere, appunto, i disegni delle maschere da lui inventate. Lei si mostra entusiasta, e lui le propone di trovare le persone adatte da indossarle e farsi fotografare nell’ambiente di vita quotidiana. Il progetto va in porto, e il primo volume illustrato esce nel 1966.

L’altro tema che accompagna Inge per tutta la sua carriera fotografica è il ritratto di artisti e scrittori, nato dal suo interesse per le arti figurative e la letteratura, e in seguito, su incarico della Magnum, anche di registi, fotografi e figure di primo piano in scala mondiale (Hans Arp, Alexander Calder, Pierre Cardin, Fidel Castro, Yul Brinner, Audrey Hepburn, André Malraux, Christian Onassis, Alberto Giacometti, Henry Moore, …). Per ciascuno di loro, le riprese si attuano con la premessa di una conoscenza approfondita; delle personalità scomparse, rimangono la casa di Pasternak e di Čechov, la biblioteca di Puškin, la camera da letto di Mao.

Arthur Miller a Roxbury, Pablo Neruda a New York, 1966,
Henri Cartier-Bresson a Parigi 1961 e Friedrich Dürrenmat a Neuchâtel 1987

[…] la coppia continua i suoi movimenti, tra Roxbury e il resto del mondo; l’ultimo progetto li porta nel 2001 in Austria e in Slovenia: Inge cerca di riesumare i ricordi dell’infanzia e della prima adolescenza. Rientrano a casa a fine anno. Nel gennaio successivo Inge Morath soccombe a un linfoma. 

Tra i fotografi che hanno ritratto Inge Morath non va dimenticata Inge Morath stessa, autrice di questo scatto.

Inge Morath, autoritratto, Gerusalemme, 1958


Se la fotografia è specchio dell’anima ultima modifica: 2023-01-31T20:26:49+01:00 da YTALI
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