Attesa d’amore: l’arte della recitAzione

Alla vigilia della messa in scena de “L’attesa”, al Teatro Toniolo di Mestre, ytali ha incontrato una delle due protagoniste, Paola Minaccioni.
GIOVANNI LEONE
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Paola Minaccioni, con Anna Foglietta, è la protagonista de L’attesa, con la regia di Michela Cescon, dal 3 al 5 febbraio al Teatro Toniolo di Mestre.

Premetto che L’attesa mi è proprio piaciuto, molto. È stato inaspettatamente coinvolgente. Mi ha lasciato inchiodato alla poltrona rapendomi in una girandola di emozioni contrastanti.
Spettacolo al femminile però scritto da un uomo, conferma che la natura di ogni genere è sempre presente in misura varia e variabile in tutti, la grazia non è solo femminile come la forza non è solo maschile.
Stato interessante è quel periodo d’attesa del momento giusto ma qui l’attesa oltre che il soggetto del copione è anche condizione dello spettatore che si ritrova suo malgrado a ruzzolare in una serie di ribaltamenti, rovesciate di trama e capriole di ordito di scena che spiazzano di continuo lo spettatore costretto a farsi aspettatore di quel che sarebbe successo dopo. Bravissime tu e Anna Foglietta, diverse nella recitazione e nei personaggi ma accomunate da varia femminilità declinata in modi diversi, in un gioco di progressivo avvicinamento di prossimità e distanza che sfocia in complicità tra le protagoniste e con noi.
Raccontami com’è nata quest’avventura.

Ho incrociato L’attesa molti anni fa nel 1994, ero una giovane aspirante attrice e sono andata al teatro Valle a vedere questo spettacolo interpretato quella volta da Elisabetta Pozzi e Maddalena Crippa con la regia di Cristina Pezzoli. Rimasi folgorata da questo testo di Remo Binosi, provando probabilmente la stessa sorpresa che dici di aver provato. Forse di più perché c’è da considerare che all’epoca ero anche un’aspirante attrice che ammirava la maestria di queste due signore del teatro. Rimasi veramente molto colpita. Ero molto giovane e non avevo ancora quella coscienza femminista che mi è cresciuta, purtroppo o per fortuna, negli anni successivi piano piano, confrontandomi e misurandomi da donna con il mondo del lavoro. Non ero una estremista né odiavo gli uomini ma ho capito sempre meglio quanto fosse importante portare avanti un discorso sulla condizione femminile. 

Ora, questo testo è bello, è un testo che mi confermi funziona, punto e basta. Questo è essenziale, poi il fatto che racconti la storia di due donne alla fine è quasi una casualità nel senso che poteva anche essere una storia su due uomini scritti altrettanto bene, con una trama ugualmente coinvolgente, scalettata da eventi che acchiappano lo spettatore quasi come se fosse una soap opera. Lo spettacolo ti tiene in una condizione di sospensione ma mentre ti sospende regala grandi intuizioni e approfondimenti poetici sulla vita, sulla morte, sull’amicizia, sulla sorellanza, sulla condizione femminile, sulla seduzione, sull’eros, sulla maternità tutto questo con leggerezza che si dipana con semplicità nei dialoghi che due donne fanno dal vivo.

Leggerezza che convive con una gravità sorprendente delle vicende, all’inizio sembra un piacevole spettacolo in costume, simpatico, ambientato al tempo della Serenissima e del Casanova. La simpatia passa però il testimone in corsa all’empatia, che prende il sopravvento e ti cattura senza lasciarti via di scampo. Lo spettatore vive in un clima d’attesa di sviluppi che si raccolgono intorno a una storia che si scopre nodo, tirando un filo per volta e togliendo un velo dopo l’altro viene svelandosi progressivamente in un gioco di contrasti in un crescendo di gravità che non si fa mai pesantezza perché nonostante tutto lo spettacolo scorre veloce e “leggero”. A un certo punto però si scoprono le carte ed è lì che lo spettatore si accorge che la partita è diversa da quello che pensava si giocasse e si scopre in un altro gioco, regolato da un continuo cambiamento di registri, una vera metamorfosi di sentimenti ed emozioni.
Eh , , e invece no. Lavora proprio sull’alternanza, di sì e no, di affermazioni che appaiono ovvie e poi si rivelano stupefacenti. Questo l’ho apprezzato moltissimo, il fatto che non fosse un classico noto, perché probabilmente se le persone conoscessero dall’inizio la storia, cosa accade, gli sviluppi, non sarebbero così libere no? invece la libertà ha colto di sorpresa anche me e addirittura ti dico che, avendo preparato questo spettacolo senza mai pensare di poter far ridere le persone, quando ho debuttato ci sono rimasta male nel vedere il pubblico ridere. Qui non abbiamo minimamente lavorato sul comico, abbiamo lavorato sulla recitazione del testo. 

A parte che, piccola parentesi, non c’è lavoro sul “comico”, si lavora sul personaggio, sull’invenzione e poi il carattere comico arriva di conseguenza. In uno spettacolo comico di stand up o uno spettacolo decisamente comico, scritto con battute comiche, tu più o meno sai dove rideranno e dove con tutta probabilità arriva l’applauso, lo sai e un po’ anche conduci il pubblico; invece, qua ero completamente dentro alla storia, quindi, all’inizio vedendo le persone ridere ci rimanevo un po’ male. 

Certo, di sicuro c’è un pizzico di (pre)giudizio nei miei confronti perché sanno che lavoro sul comico e allora: “mo Paoletta ce fà ride” questo è un po’ il pensiero iniziale, però poi lo spettatore entra nella storia e siccome non sa mai cosa accadrà dopo viene sorpreso di continuo, spiazzato, e questo per la struttura drammaturgica fortissima che ha il testo magistrale, che affronta temi sempreverdi, sacri, con una modernità incredibile ma ambientato alla fine del Settecento. Il modo in cui si parla di maternità o come si affronta il tema dell’eros, dell’erotismo, della sensualità, è certamente rivoluzionario. Tra l’altro le parole più ardite sono in bocca alla serva, Rosa, e questo è ancora più strano, come lo è che una serva sia così intimamente emancipata, così fortemente padrona del proprio destino anche se impossibilitata a realizzarlo essendo nata donna, in quel tempo, e in più serva. 

Effettivamente, il fatto che questo testo sia stato messo in scena tutto da donne è un dato di fatto. Michela Cescon è una nostra amica regista che voleva fare uno spettacolo con noi due proprio perché siamo tutte amiche, anche se forse anche fossimo state un uomo o una donna sarebbe nato il gruppo lo stesso, ma in questo caso eravamo tre donne che volevamo fare uno spettacolo insieme e cercavamo un testo che portasse un messaggio e che ci rappresentasse. Non è stato facile trovarlo. Ci abbiamo messo più di un anno prima di individuarlo, perché non esistono testi contemporanei – e sono pochi anche quelli non contemporanei – con due protagoniste donne che siano sviluppati così bene, capaci di essere al tempo stesso comici, drammatici, profondi, tragici… non ci sono. 

Questo è anche il motivo per cui poi, a un certo punto, in qualche modo, una diventa femminista! Inoltre Michela lavora con la compagnia Dioniso formata interamente da donne.

Al tempo stesso è stato molto importante per me il fatto che l’autore fosse un uomo, è un messaggio di salvezza perché la poesia e l’arte non hanno sesso, importante è possedere sensibilità e la capacità necessaria a scrivere un buon testo, perché L’attesa di Remo Binosi è prima di tutto questo: un buon testo. Poi viene anche che racconta le donne con una incredibile maestria, un valore aggiunto, ma in realtà racconta l’animo umano. Forse lui ha sospeso il giudizio e il pregiudizio mentre concepiva questi personaggi, ed è una cosa che finisci per fare sempre, anche involontariamente o subdolamente. 

La finestra murata è segno evidente di cambiamento sopraggiunto, di queste è disseminata Venezia dove le finestre sono occhi della casa e della vita aperti/chiusi su una realtà onirica che sa farsi incubo.

Ha la capacità di raccontare la vita e la morte, la nascita e la morte, l’inizio e la fine, opposti che sono parte della stessa medaglia, indivisibili.
…e poi trasforma il personaggio di Rosa che è appunto la servetta. Entrambi i personaggi hanno un arco narrativo e quindi anche un percorso di emancipazione, passa il tempo e in questi mesi di reclusione si scoprono. Rosa ha forse più di Cornelia un vero e proprio exploit, perché da servetta apparentemente goldoniana è, come posso dire, un po’ leggera ma la sua leggerezza nasce dal fatto che è rassegnata all’accettazione volontà altrui anche se opposta alla propria che non ha voce in capitolo nella sua stessa vita, è rassegnata ai luoghi comuni, ripete quello che le hanno detto deve fare. Insomma, è proprio schiavizzata, una che è nata in povertà consapevole che il proprio destino sarà l’abuso sessuale, l’abuso psicologico, l’abuso di ogni tipo e non ha possibilità di emanciparsi. Nessuno l’ha amata ma nell’incontro con questa donna in questa costrizione, che le vede appunto chiuse costrette a spogliarsi anche dei panni sociali, lei finalmente incontra una persona che la vede e le dà il ruolo, le dona un’identità, le riconosce valore di essere umano e lei Rosa di questo dono è grata, lo stava quasi aspettando perché non avendo possibilità di avere altro che piccole briciole viveva nella speranza di incontrare qualcuno che la riconoscesse. Di nuovo un’attesa. I poeti lo chiamano amore questo sentimento ma è un sentimento che va oltre l’amore che noi pensiamo, quello romantico, questo è un amore totale e totalizzante, estremo, che dà senso alla vita di Rosa per cui poi lei sarà pronta a tutto per il bene di Cornelia, e così diventa un’eroina tragica, una donna fortissima, una belva, una belva feroce capace di atti d’amore tremendi, per amore. È così che acquisisce qualcosa di epico. Lo spettacolo funziona perché i personaggi passano da Goldoni a Shakespeare alle tragedie greche senza pudore, questo spettacolo non ha pudore è spudorato.

Mi fai pensare all’“Edipo Re” di Sofocle messo in scena quest’estate al teatro greco di Siracusa, nell’interpretazione/regia di Robert Carsen e attori bravissimi, da Giuseppe Sartori (Edipo Re) a Rosario Tedesco (capo coro), da Paolo Mazzarelli (Creonte) a Graziano Piazza (Tiresia), da Maddalena Crippa (Giocasta) a Elena Polic Greco (Corifea), al cui articolo rimando il lettore interessato. Anche in questo spettacolo dominano i contrasti, evidenti nel bianco e nero che domina la scena, l’unico colore è il sangue degli occhi di Edipo quando si acceca. Bellissimo.
Vedi? Il cerchio si chiude, appunto la Pozzi e Crippa facevano Cornelia e Rosa nello spettacolo al Valle di cui parlavo.

Un’analogia di questi due spettacoli è che si resta incollati, senza parole né fiato, perdi il senso del tempo che vola fino alla fine dello spettacolo in un soffio. Avvincente.
Consentimi ora un inciso per provare a spiegare meglio la domanda che ne consegue. La recitazione è un processo creativo, nel senso che ci metti del tuo, è un percorso di passaggi successivi di interpretazione e interpretare è tradurre, termine che viene dal latino tradere la stessa radice di tradire, perché in effetti la traduzione, per esempio quella linguistica, non è mai letterale, si deve adattare alla cultura di una determinata lingua di cui è espressione, alla mentalità. Tradere è passare di mano in mano ma questo passaggio non è mai neutro, automatico. Viene da pensare a quel gioco che facevamo da bambini, il telefono senza fili si chiamava, stavamo seduti in cerchio e uno apriva il gioco dicendo una parola nell’orecchio di chi gli stava accanto, sottovoce perché gli altri non potessero sentire, e poi via via di passaggio in passaggio la parola tornava all’orecchio di chi l’aveva detta per primo. Non era mai la stessa. Un gioco simile fece Umberto Eco, utilizzando traduttori automatici da una lingua all’altra in andata e ritorno, dopo qualche passaggio il senso era compromesso ma anche senza arrivare a queste estreme conseguenze un. cambiamento c’è sempre.

Nel teatro l’interprete traduce e in una certa misura tradisce, nel senso che costruisce, raccoglie, riceve e al tempo stesso crea. Ci ho pensato vedendoti interpretare con strabiliante abilità personaggi in cui sembri immersa completamente, immedesimata. Sembra che dopo averli studiati e provati arrivi a metabolizzarli fino al punto da assumerne le sembianze e fisionomia altrui, e non solo quando li metti in scena in teatro come nello spettacolo La ragazza con la valigia, dove sembri portare un bagaglio da cui tiri fuori la giornalista Ylenia Pimpini Pimpozzi, la sociologa Giuditta Strabioli Minaccetti, la vecchia cinica romana Wanda o la badante rumena Katinka, che sono tutti personaggi reali, ciascuno di noi li incrocia quotidianamente per strada chissà quante volte. Di più, la tua abilità è addirittura quella di restituire queste fisionomie in immagini anche fuori scena ma in onda, in programmi radio come il ruggito del coniglio dove si può vedere anche solo ascoltando, cioè la recitazione è tanto efficace da rivelarsi in grado di generare immagini e così regalando a ciascuno la possibilità di vestire i personaggi con una immagine che deriva dalla propria esperienza o memoria. 

Come fai a diventare letteralmente costoro e a conservare il tuo tratto identitario senza smarrirti? Come facciate voi attori e attrici a entrare e uscire da ruoli avvincenti diversi e qual è il margine dell’interpretazione quando reciti in ruoli coinvolgenti come questi, come si concilia la tua identità personale con quella acquisita, diversa di volta in volta? Dove sta il confine tra reale e immaginario?
Etimologicamente capisco quello che intendi dire però nella parola tradimento c’è sempre qualcosa di peccaminoso, una colpa di cui uno si deve pentire, come se ci fosse una sorta di appropriazione indebita, almeno a me viene di fare questa associazione. Invece, come dire, l’interprete è colui che tradisce l’autore che vuole essere tradito.

…e deve essere tradito.
In questo sei ovviamente seguito dalla regia che non ha solo il compito di dare omogeneità al lavoro totale ma anche di scegliere una linea unica per l’interpretazione, questo tradimento ha le linee guida in un regista, poi tu dentro al personaggio invece interpreti/tradisci nel senso che dai corpo, dai verità alle parole…

Esattamente, non vorrei essere frainteso. Considero questo tipo di tradimento necessario e non metto giudizi di valore. Se non ci metti te stesso il risultato è una cosa morta, non vitale come invece dev’essere per rinascere ogni volta a nuova vita. Interprete è traduttore, quindi, tradisce seppure in una certa misura e qui sta l’abilità, nello sconfinare ma in misura ragionevole perché facendo proprio il ruolo la figura non la si deve stravolgere, o magari forse talvolta può anche essere il caso di farlo, la scelta e la misura deriva dal dialogo dell’interprete con l’opera e anche con gli altri soggetti coinvolti nel processo creativo.
Se non ci metti te stesso…, per carità, se è scritto bene è sempre un bel testo, però magari la tua interpretazione sarà un po’ fredda. A volte gli attori danno anche un giudizio sul personaggio oppure vogliono mostrare una parte di sé ma non vanno dentro al personaggio. Se hai un buon testo e se quelle parole – gestite comunque insieme al regista, nel quadro della scenografia eccetera – risuonano in te e ti ricordano, ti portano, ti conducono il risultato è garantito. È anche una cosa istintiva quella di mettere esperienza e dare verità alle parole del personaggio, ovviamente è il risultato di un percorso di studio quindi in realtà non è così traumatico per un attore passare da un personaggio all’altro, è come se tu fai suonare delle corde che hai dentro, come se potessi liberare ogni volta delle parti di te perché noi, tutti gli esseri umani, possiamo fare, pensare e provare tutto, poi socialmente cresciamo veniamo individuati, entriamo in un registro, in uno schema.

Noi attori abbiamo più spesso la possibilità di esplorare e di andare oltre noi stessi usando noi stessi, per questo con Katinka uso parti di me, sicuramente della mia esperienza e di quello che ho visto a proposito di immigrazione, di come so vengono trattate ad esempio le donne rumene. In questo caso particolare, inoltre, mi sono fatta ispirare da un testo teatrale scritto altrettanto bene da Gianni Clementi. Invece quando faccio la Pimpini Pimpozzi mi immedesimo in queste giornaliste improbabili che fanno questi collegamenti inutili e mi diverto a tirare fuori quella parte di me cialtrona. C’è sempre una parte di me che si cala nel personaggio. C’è anche da dire che, come attrice comica, faccio parte di quella scuola e di quella generazione che cercava di mettere in evidenza le crepe della realtà, le tante piccole crisi, mentre sotto il profilo sociale cerco di fare ironia sul mondo culturale che va sempre peggio. In questo momento alcuni amici hanno cambiato strada ma forse è perché non hanno speranza, smettono di fare satira perché pensano sia inutile, che non serva a far cambiare le persone e le cose. Forse non avendo delle fedi politiche in cui credono veramente è anche più difficile scrivere (qui siamo passati al ruolo dell’interpretautore NDR), credo che se e quando c’è satira ci sia anche speranza, almeno qualcuno saprà che può andar meglio e così vale anche per la satira sociale.

Prendiamo il ruggito del coniglio, per esempio, siamo della vecchia scuola e ne vado fiera, rivendico questa mia cifra, questa nostra cifra stilistica, che è ormai relegata in alcuni piccoli settori di nicchia perché la maggior parte dei comici fanno il surreale parlando di sé che se lo sai fare è bello, ci sono alcuni rappresentanti che in questo sono straordinari, ma si rischia sempre di scivolare nell’autoreferenziale. Rispecchia il periodo in cui viviamo dove non c’è molta fede nella politica, nella possibilità del cambiamento. Torna un po’ quel sentimento di rassegnazione che così bene esprime Rosa. Prima i comici mettevano in discussione il sistema, dovevi comunque criticare, aiutare le persone ad aprire gli occhi raccontando. Non tutti hanno gli strumenti critici che tu hai tu un po’ per natura e un po’ per il lavoro che fai, perché sei un comico che racconta e indaga questioni sociali che sono normali per l’uomo della strada; invece, tu fai notare che non lo sono. Ma questo avviene poco, sempre meno. Personalmente l’ho sempre fatto, vuoi perché forse sono nata in quegli anni lì, vivaci. A me fanno sorridere queste cose, mi fanno ridere le crepette dell’essere umano, amo insinuarmi nelle fessure delle piccole criticità. La vita è complessa, l’ironia e la comicità ci aiutano a spostare il punto di vista e a s-velare, a far vedere ciò che abbiamo davanti agli occhi ma che spesso non vediamo.

Attesa d’amore: l’arte della recitAzione ultima modifica: 2023-02-03T13:00:07+01:00 da GIOVANNI LEONE
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