Eros e thanatos: la violenza archetipica tra ineluttabilità del destino e incertezza dell’azione

GIOVANNI LEONE
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L’estate scorsa, nel cartellone della stagione 2022 dell’Istituto Nazionale Dramma Antico al teatro greco di Siracusa era presente l’Edipo Re di Sofocle con l’interpretazione/regia di Robert Carsen. Chi non lo ha visto può vederlo su RAI PLAY. Una rappresentazione emozionante, essenziale nell’adozione del bianco e nero con l’unica eccezione del sangue rosso vivo negli occhi trafitti di Edipo accecato. La scelta del bianco e nero incardina la tragica rappresentazione intorno al legame conflittuale e solidale degli opposti: non è dato avere luce senza ombre ed è proprio la presenza dell’una a confermare l’esistenza dell’altra con effetto reciprocamente proporzionale. Il contrasto di bianco e nero viene esaltato in uno spettacolo che intreccia narrazione e realtà, com’è nel carattere delle tragedie greche. La rappresentazione inizia nella luce dell’imbrunire e finisce nel buio della notte. Nella messa in scena troviamo una generale economia di segni e suoni e colori a confermare che less is more come sosteneva l’architetto Mies van der Rohe. Due sono le direzioni di tensione che dimorano sulla scena: 

  • quella verticale rappresentata dalla scala, tensione al divino nella tormentata ascesa d’aspirazione alla spiritualità, e discesa nel profondo dell’umana imperfezione; 
  • quella orizzontale delle vicende terrene nel palcoscenico circolare in primo piano, che tracima nella cavea e tra il pubblico.

In questa bicromia archetipica si muovono il coro degli abitanti di Tebe e i singoli interpreti, da Giuseppe Sartori-Edipo Re a Rosario Tedesco-capo coro, da Paolo Mazzarelli-Creonte a Graziano Piazza-Tiresia, da Maddalena Crippa Giocasta a Elena Polic Greco-Corifea). Intorno alle vicende di questo assassino incestuoso, inconsapevole artefice di un destino irreparabile, aleggiano Dioniso e Apollo e Bacco. Bravissimo Giuseppe Sartori a rendere il travaglio del cambiamento umano nell’abaco di espressioni che annegano la regale serenità nel bagno della umana disperazione di fronte all’imperativo di una conoscenza tragica e necessaria, chiarendo la fragilità dell’esperienza terrena che può repentinamente passare dalle soddisfazioni del successo (come quello di Edipo che, avendo risposto correttamente all’enigma della Sfinge, libera Tebe dal mostro diventando Re di Tebe… e marito della regina Giocasta che non sa essergli madre) alla disperazione del fallimento (di una vita costruita non sulla menzogna ma sull’inconsapevolezza, condizione che non esime dalla pena come pregiudizio fisico, smarrimento intellettuale, disagio psicologico). Nelle tragedie è fondamentale il ruolo del coro che rappresenta il popolo e qui è formato dagli anziani tebani che danno voce al sentire della comunità, in balia di sentimenti forti e opposti come l’orrore e la pietà. Rappresentazione intorno a temi senza tempo e sempre attuali in un eterno presente, com’è tipico della mitologia e della scrittura classica greca, di particolare efficacia nella forma teatrale della tragedia. In questa versione quest’aspetto è esaltato dalla vicinanza del pubblico che sta sostanzialmente in scena vicino e insieme al coro. Il tema è anche quello della fragilità dell’esperienza umana e del rapporto tra volontà divina e responsabilità individuale con l’ineluttabilità del destino che sfrutta l’incertezza negli esiti dell’azione umana di cui non è possibile controllare tutti gli aspetti, ne sfugge sempre qualcuno talvolta di determinante nella fisionomia di una verità che non ha mai un’unica faccia. 

Tutto ciò fa venire in mente la componente tragica della vita e le tragedie ricorrenti nella contemporaneità, dove impera la violenza. La letteratura della Grecia classica rimesta nel profondo delle contraddizioni della natura umana. Lo ha raccontato bene James Hillman nei suoi testi e in particolare in Saggio su Pan, riconducendo la radice del pan-ico alla fuga delle ninfe inseguite da Pan. Lo racconta il mito di Antigone che racconta l’importanza di ascoltare, comprendere, osservare con occhi diversi dai propri, con Creonte che rappresenta l’intransigenza della regola che impedisce di vedere e Antigone che incarna l’empatia come regola d’eccezione che consente di liberarsi della rigidità dell’astrazione e vedere con gli occhi dell’altro da sé.

Eros e thanatos: la violenza archetipica tra ineluttabilità del destino e incertezza dell’azione ultima modifica: 2023-02-03T12:21:16+01:00 da GIOVANNI LEONE
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