C’era una volta il Giappone

L’impero distopico (suo malgrado).
PIO D'EMILIA
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[TOKYO]

Dovrebbe essere l’anno del Giappone, questo. G-7 a Hiroshima, riconquista di un seggio come membro non permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (il meno votato, tuttavia, tra i neo-eletti Mozambico, Ecuador, Svizzera e Malta), adesione più o meno convinta alle varie iniziative di “contenimento” strategico anticinese dell’Indo-Pacifico: Quad, AUKUS. Persino uno storico invito al vertice della Nato, in cambio di una – vedremo quanto credibile – promessa di raddoppiare il bilancio militare, portandolo al due per cento del PIL, come “suggerito” dagli USA ai suoi alleati europei.

 Ma il fatto che sentiremo parlare un po’ di più del Giappone, e che nei prossimi mesi (ma non molto più a lungo) vedremo un po’ più spesso il suo opaco premier Fumio Kishida in giro per il mondo, a fianco dei “grandi”, non significa che Tokyo sia riuscita a emergere dal lungo letargo in cui si è nascosta negli ultimi vent’anni (almeno) e che si appresti a rivendicare il ruolo al quale avrebbe avuto da tempo diritto e che la comunità internazionale avrebbe potuto/dovuto riconoscerle. Non è successo quando il Giappone era in corsia di sorpasso, dal dopoguerra agli anni Ottanta, figuriamoci oggi che è desolatamente fermo ai box, avvitato in una crisi economica, sociale, culturale senza precedenti e senza apparente soluzione e di fatto precipitato in una situazione di irrilevanza internazionale.

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Quando sono arrivato qui in Giappone, oramai più di quarant’anni fa, mi sembrava di essere atterrato su un altro pianeta. Il Giappone era già diventata la seconda economia del mondo, e molti erano convinti che sarebbe presto diventata la prima. Esattamente come ora il mondo si aspetta che succeda con la Cina. Mi sentivo un privilegiato, uno che aveva avuto la fortuna di trovarsi nel posto giusto al momento giusto. E così è stato, in effetti, per i primi anni. Il Giappone era il modello da seguire, e noi giornalisti avevamo il compito di decifrarlo e raccontarlo. 

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Ma poi la corsa del Giappone si è interrotta bruscamente, e nonostante tutti i tentativi – ivi compresa la famosa e decisamente sopravvalutata (in patria e all’estero) Abenomics – non è mai ripartita. Negli anni Ottanta i giapponesi erano più ricchi degli americani, oggi sono più poveri degli inglesi e probabilmente anche di noi italiani: il reddito pro-capite, che negli anni Ottanta era arrivato a essere il secondo del mondo, ora è sceso al 26mo posto. Il debito pubblico sfiora il trecento per cento, il doppio del nostro. Lo Shinkansen, il “treno proiettile” che negli anni Settanta stupì il mondo per la sua linea, velocità, puntualità e sicurezza c’è ancora, ma è uno dei tanti, oramai, che sfrecciano in giro per il mondo, e ha conservato come primati – non che sia poco, intendiamoci – solo quelli della puntualità e della sicurezza. Per il resto, quanto a prestazioni, è stato superato dai treni europei e cinesi, e non riesce più da tempo ad assicurarsi nuove commesse all’estero. Per realizzare l’alta velocità il Vietnam, nonostante le tensioni politiche, si è infatti rivolto alla Cina, dopo aver interrotto una lunga trattativa con il Giappone. Dove l’alta velocità è ferma. Lo Shinkansen è stato il primo treno al mondo a superare i duecento chilometri orari, ora a fatica arriva, e solo in certe tratte, a trecento chilometri orari. Il MAGLEV, il treno a levitazione magnetica, ha appena realizzato il nuovo record mondiale di velocità, a 603 chilometri orari. Ma è ancora a livello di prototipo. In Cina i MAGLEV sono già in funzione da alcuni anni ed entro il 2025 dovrebbe partire una nuova tratta, con velocità superiore ai seicento chilometri orari. Ma il dato più indicativo del “rallentamento” è lo sviluppo della rete: tra i primi a realizzarla, assieme all’Italia, il Giappone è il paese dove si è meno sviluppata: in entrambi i nostri paesi è praticamente ferma a trent’anni fa. Circa tremila chilometri per il Giappone, meno di mille per l’Italia. In Cina sono oltre quarantamila, e hanno cominciato appena una ventina di anni fa.

Certo, il Giappone continua a essere la terza potenza economica del mondo: un paese politicamente stabile, direi immobile (che in questo caso forse costituisce un problema, non un valore aggiunto), “sicuro”, con il tasso di criminalità più basso del mondo industrializzato. Ma è fermo, immobile. Niente e nessuno sembra in grado di farlo ripartire. Altro che riarmo. Il Giappone che conoscevamo, che ammiravamo e in un certo senso temevamo, è scomparso. Non c’è più. E nel frattempo i giapponesi stanno sempre peggio. Vivono più a lungo, ma in condizioni sempre più difficili. Ecco perché non fanno figli. Ecco perché mai come in questi ultimi anni scappano via. L’anno scorso ha lasciato il paese oltre mezzo milione di persone, nel 2010 meno della metà, mentre fino al 2000 il numero era irrisorio, meno di cinquantamila. Ed ecco perché il problema demografico, che il Giappone condivide con molti altri paesi, primo fra tutti l’Italia qui è più grave. Alla di fatto già avvenuta “scomparsa” geopolitica potrebbe corrispondere quella fisica. Non è uno scherzo.

Se il saldo negativo della “bilancia demografica” dovesse continuare al ritmo attuale, il Giappone vedrebbe ridotta la sua popolazione, entro il 2050, dagli attuali 123 milioni a novanta. Un paese sovrappopolato come il Giappone, con zone ad altissima intensità abitativa, può anche permettersi di sopravvivere con venti milioni di abitanti in meno. Ma non con venti milioni di giovani in meno e dieci milioni di anziani in più. Persino l’opaco Kishida se ne sta rendendo conto, e ha deciso di partire da questa emergenza nel suo discorso di riapertura dei lavori della Dieta, lo scorso 23 gennaio. Ma anche in questo caso, nonostante a parole tutti oramai considerino l’irreversibilità del calo demografico la vera emergenza nazionale, non sembra che il governo abbia le idee chiare sul come affrontarla, aldilà dei soliti, episodici e superficiali palliativi. L’ultimo pacchetto offre fino a cinquantamila euro alle famiglie urbane che accettano di andare/tornare a vivere in provincia. Una follia, visto che nelle province non ci sono strutture e non c’è lavoro. Le donne, per prendere in considerazione di nuovo l’idea di far figli, hanno bisogno, oltre che di certezze o quanto meno rassicurazioni sul fatto che potranno mantenerli (dopo la Cina, il Giappone è il paese dove costa di più mantenere i figli agli studi) di strutture dove lasciarli: asili, scuole materne, spazi attrezzati sul luogo di lavoro. E maggiore rispetto sociale per il loro ruolo. Altrimenti non solo continueranno a non far più figli, ma eviteranno di sposarsi, per non correre il rischio. Il trend dei matrimoni è negativo da almeno da una decina di anni.

“Workaholics living in rabbit hutches”

“Intossicati dal lavoro costretti a vivere in gabbie per conigli”. È come definì i giapponesi, nel lontano 1982, Sir Roy Denman, alto funzionario europeo in visita ufficiale a Tokyo. Una definizione pesante, che suscitò proteste e un certo scalpore. Ma che aveva – e purtroppo ha tutt’ora – una certa legittimità. Un paese dove accumulare anche sessanta ore di straordinari (spesso non pagati) era ed è ancora una realtà, dove i salari non aumentano da oltre vent’anni, dove se si è fortunati si può godere al massimo una settimana di ferie e dove il famoso “impiego a vita”, che all’epoca di Denman era la norma ma oggi riguarda oramai meno di un terzo dei lavoratori può in effetti giustificare il ricorso al termine di “intossicazione”. Con l’aggravante dell’assuefazione, visto che, a parte qualche caso individuale isolato, non esiste reazione sociale. Ed è vero, diciamolo una volta per tutte, che le case giapponesi, anche quelle che vengono costruite adesso, sono piccole, spesso minuscole, prive di riscaldamento centralizzato e costruite con materiale scadente e di rapido decadimento: alluminio, compensato, cartongesso.

Certo, c’è il problema degli spazi, dei terremoti, dei costi: ma mi rifiuto di pensare che in tutti questi anni non sia venuto in mente a nessuno di affrontare seriamente il problema e regalare al popolo giapponese condizioni abitative migliori. Invece di offrire incentivi insufficienti e sottoposti a complicate condizioni, per convincere i cittadini a lasciare le grandi città e tornare a vivere in provincia (dove esistono oltre dieci milioni di case vuote, abbandonate) il governo giapponese, anziché raddoppiare il bilancio militare, potrebbe finalmente lanciare una campagna nazionale di “bonifica” delle zone rurali, dove l’unico segno di modernità è dato dai konbini – piccoli empori aperti 24 ore su 24, dove si trova di tutto a prezzi stracciati – e le orribili distese di distributori automatici. Per il resto, siamo fermi al medio evo. Quello che piace molto ai turisti, ma che costringe i giapponesi a vivere in condizioni indegne di un paese moderno e civile. E non è una questione di soldi. Molte prefetture hanno bilanci in attivo, e vista l’onestà diffusa dei suoi cittadini, anche i più piccoli comuni, oltre ai contributi dello stato, possono contare su un congruo e costante gettito fiscale locale. Solo che lo usano male.

Tempo fa ho letto di un piccolo comune nelle Alpi Giapponesi, noto perché a suo tempo, nelle acque del suo lago, erano stati trovati resti di un elefante. In occasione del centenario, il comune ha deciso di sostituire tutti i tombini della città, circa un migliaio, sostituendo i vecchi, arrugginiti ma ancora perfettamente funzionanti, con dei nuovi, raffiguranti un elefante. Prezzo unitario: circa mille euro. In Giappone c’è una vera e propria fissa nazionale per i cosiddetti “tombini d’autore” (sono oltre venti milioni, con dodicimila disegni diversi: ogni anno c’è un concorso nazionale in diretta tv e un prolifico merchandising, dalla vendita di figurine ai tornei di carte che appunto raffigurano i disegni dei tombini (per chi volesse approfondire, ecco un link in inglese. Ed è vero che alcuni sono davvero opere d’arte. Ma nel caso in questione metà delle abitazioni, come spesso avviene nelle zone rurali, non è ancora collegata alla rete fognaria: è legittimo chiedersi se non fosse stato il caso, prima di pensare a rinnovare il look dei tombini, di collegarvi il resto delle abitazioni.

Non è vero che in Giappone non si potrebbe affrontare in modo radicale il problema abitativo – spiega un architetto italiano che lavora presso un importante studio locale ma che vuole mantenere l’anonimato – competenze tecniche, materiali, fantasia e soprattutto soldi ci sono. Quella che manca è la volontà politica. E la lentezza istituzionale. Metà dei nostri progetti non supera la prima selezione, e quelli che la passano devono aspettare anni prima dell’approvazione finale. Sono venuto in Giappone perché pensavo di trovare il futuro, alla fine è quasi peggio che da noi.

Nel frattempo, il mercato immobiliare, da sempre oggetto di periodiche espansioni e contrazioni, che garantiscono enormi profitti alle grandi corporation ma mettono a rischio gli investimenti dei piccoli proprietari, resta un pianeta a sé. 

In Giappone la casa è come una autovettura: appena ci sali/entri perde metà del suo valore. È l’unico paese dove il “mattone” non rende: quando finisci di pagare il mutuo, la casa vale meno della metà di quando l’hai acquistata. Una realtà che quasi tre anni di pandemia, senza particolari disposizioni per aiutare chi non era in grado di pagare le rate, è diventata drammatica per decine di migliaia di cittadini, costretti a vendere la casa sottocosto. Con casi ai limiti dell’assurdo: conosco una coppia che due anni dopo aver dovuto vendere la propria casa, perdendo circa il trenta per cento del valore, se l’è appena ricomprata: nel frattempo il suo valore era diminuito di un ulteriore cinquanta per cento. Quarant’anni fa si diceva che la sola zona di Tokyo dove sorge il Palazzo Imperiale valesse più dell’intera California. Ora ci sono zone a Tokyo dove i prezzi sono più bassi che a Roma o Milano. Ma il mercato è fermo…

Fermo ai box

Più passa il tempo, più mi rendo conto che questo paese dove vivo oramai da oltre quarant’anni assomiglia, nel male e nel bene, al nostro. Abbiamo in comune una lunga e movimentata storia che spesso amiamo riscrivere, omettendo misfatti e inventandoci trionfi, l’amore per l’arte, per il cibo, la cultura. Condividiamo alcuni valori fondamentali della società, a cominciare dalla famiglia. Anche qui, nel bene e nel male, nepotismo e mafiosità marciano assieme alla solidarietà e alla pietas filiale, e spesso prevalgono.

Ma soprattutto condividiamo la scarsa qualità – per usare un eufemismo – della classe politica. A parte qualche breve eccezione, siamo due paesi condannati a essere governati male, da una classe politica ignorante, corrotta, spesso cialtrona e al tempo stesso arrogante. Una classe politica che non ci meritiamo, e che invece di aiutare a far crescere i nostri paesi li ha di fatto danneggiati. Con una differenza, a nostro favore: che noi a volte ci siamo ribellati, e che abbiamo la capacità, in qualche modo, di “arrangiarci”, aggirando e spesso violando le regole. I giapponesi no. Mai una rivoluzione, solo tante, piccole rivolte, durate poco e represse senza pietà dalle autorità di turno. E mentre poco si sa, a livello rigorosamente genealogico, delle origini della casa imperiale, è un fatto che il Giappone ha mantenuto, nei secoli dei secoli, la sua classe politica dominante. Almeno dai primi shogun, i capi militari, che dal XII secolo hanno di fatto governato il paese. “Nessun paese ha sopportato, come hanno fatto i giapponesi, otto secoli di fascismo” scrive, nel suo Lost Japan, Alex Kerr. E cita la “rivoluzione-restaurazione” Meiji, quando alla fine dell’Ottocento, minacciati dai cannoni del Commodoro Perry e preoccupati di fare la fine della Cina, azzannata, mutilata e umiliata dalle potenze europee, i “samurai” riposero le spade, si tagliarono i codini e si trasferirono in giacca e cravatta a Kasumigaseki, il quartiere dei “palazzi” di Tokyo. Un colpo di stato, non certo la presa della Bastiglia. Da lì, dopo aver guidato la più efficace rincorsa della storia, recuperando in poco più di trent’anni cinque secoli di ritardi, sfidarono e sconfissero (la prima volta, per una potenza “diversamente bianca”) la Russia dello Zar per poi avvitarsi in quella che molti ancora oggi chiamano “guerra di liberazione dell’Asia”, una guerra di cui, vuoi per convinzione vuoi per dolosa o quanto meno colpevole ignoranza, molti giapponesi si sentono più vittime che colpevoli. 

E sono ancora lì. Tranne poche eccezioni – avendo all’epoca esonerato il principale responsabile, l’imperatore – non c’è stata soluzione di continuità nella classe dirigente che aveva guidato prima la “modernizzazione”, poi la vittoria contro la Russia e infine gestito la tragedia della guerra. Il processo farsa di Tokyo – che doveva essere la Norimberga d’Oriente – si concluse con appena una ventina di condanne, mentre oltre cinquemila imputati vennero o prosciolti subito o liberati – e riabilitati – nel giro di pochi anni. L’esempio più eclatante è quello di Nobusuke Kishi, nonno dell’ex premier Shinzo Abe, assassinato lo scorso luglio. Kishi era stato prima responsabile dell’occupazione della Manciuria, poi ministro delle forniture militari durante la guerra, e come tale inserito nell’elenco dei criminali di guerra di “serie A”, quelli destinati alla forca. Ma pochi giorni prima di essere formalmente incriminato fu rilasciato, assieme ad altri personaggi che hanno poi svolto un ruolo di primo piano nella “ricostruzione” del paese, e autorizzato a riprendere l’attività politica. Dopo pochi anni, nel 1960, diventa primo ministro e passerà alla storia per aver firmato, dopo averlo fatto approvare da un Parlamento convocato di notte, senza notificare l’opposizione, l’ANPO, il trattato di sicurezza con gli Stati Uniti. Sono passati altri settant’anni, e il popolo giapponese – anche grazie ad una legge elettorale che premia il voto rurale rispetto a quello urbano – continua a eleggere una classe politica ignorante e corrotta, che non è stata in grado di migliorare apprezzabilmente le sue condizioni di vita e che ora rischia di coinvolgerli in una nuova guerra per procura.

Mendokusai!

Appurata la mancata propensione alla ribellione, ci sarebbe l’altra via. Quella di arrangiarsi. Di modificare, anche sostanzialmente, regole assurde o che stanno strette facendo finta di rispettarle o violandole senza farsene accorgere. Un’arte nella quale noi siamo maestri, ma che i giapponesi non conoscono. Proprio non ce la fanno. La parola d’ordine in Giappone, più che banzai, è mendokusai: evitiamo guai. È un principio, nel bene e nel male, che informa la vita quotidiana di giapponesi, e che va dalle piccole cose, tipo evitare di disturbare, toccare, protestare, farsi notare e quant’altro, all’incapacità di prendere decisioni e spesso anche di fare proposte. In genere si aspetta che sia il “capo” di turno a prenderle. E ci si accoda. 

 In questo paese si va avanti per forza di inerzia, qualsiasi tentativo di cambiare, interrompendo o anche solo modificando una “tradizione” è destinato a fallire, e chi ci prova paga prezzi altissimi. Specie in politica: è meno grave rubare che innovare. Uno dei casi più recenti è quello di Taro Kono, ultimo rampollo di una delle più longeve – e meno corrotte – dinastie politiche del paese, già titolare di vari ministeri, di recente candidatosi alla premiership. Dopo aver condotto con un certo successo la campagna di vaccinazione, era stato nominato ministro delle digitalizzazione, lanciando un appello per l’abolizione dei fax (altro aspetto che ci accumuna: anche se in Giappone sono ancora molto più diffusi che da noi). Il kanryo, la potente quanto inefficiente pubblica amministrazione ha fatto quadrato e l’ha isolato. Nel giro di pochi mesi la sua popolarità è crollata, i media l’hanno ignorato e per lui ogni speranza di diventare premier è oramai persa. Attrazione per la modernità e rispetto della tradizione sono due aspetti fondamentali della società giapponese. Una società dove accanto a soluzioni di alta tecnologia, AI (intelligenza artificiale) integrata ma spesso applicata solo a livello di inutili gadget, convivono pratiche obsolete e farraginose. Una per tutte: durante la pandemia, il numero di contagi, i decessi e altri dati come la disponibilità di letti in terapia intensiva venivano inseriti a matita e inviati alle varie autorità via fax.

Esattamente come è avvenuto – almeno in alcune regioni – in Italia. E se è vero che a livello privato la digitalizzazione è oramai abbastanza diffusa, a livello pubblico è ancora un miraggio: la burocrazia comunica ancora solo ed esclusivamente via fax, e al posto della firma digitale o di una PEC, che qui ancora non esiste, si chiede ancora l’apposizione dello hanko, il timbro personale che in Giappone sostituisce legalmente la firma. Sono contraddizioni che vissute dal dentro non vengono neanche percepite, ma che osservate da fuori fanno capire perché questo paese non riesce a ripartire. La presunta, miracolosa armonizzazione tra modernità e tradizione, tra passato e futuro di cui per anni ci hanno parlato gli Ezra Vogel e i Van Wolferen – tanto per citare due tra i più noti esegeti della “Giappone spa” – e alla quale abbiamo regolarmente abboccato noi giornalisti (ammetto di esserci caduto anche io, a volte) era fuffa. Il MAGLEV – che è ancora un prototipo – avrà anche registrato il nuovo record mondiale di velocità, ma il paese viaggia ancora… a vapore. Il Giappone è l’unico paese del G7 che non ha ancora riconosciuto le unioni dello stesso sesso e l’affido congiunto. E che continua a mantenere socchiusa la porta con l’esterno, pronto a sprangarla di nuovo in ogni momento.

Quando il governo ha deciso di chiudere le frontiere, per via del Covid, a migliaia di stranieri residenti qui da anni, con tanto di famiglia e interessi economici, che si trovavano all’estero è stato impedito di rientrare. Ne chiesi conto a un funzionario del ministero degli esteri: “comunque sia, sono stranieri”, fu la sua risposta. È uno dei motivi per i quali la crisi demografica, simile nei numeri, è più grave che da noi, che possiamo contare sulla prolificità e l’integrazione – che ci piaccia o meno – degli immigrati. Che qui arrivano sì, ma solo se e quando servono per coprire la richiesta di mano d’opera. Non possono farsi raggiungere dalle famiglie, e prima o poi decidono – o vengono costretti – a rientrare nel loro paese. È successo persino ai nisei, migliaia di giapponesi figli degli emigrati che erano andati negli Usa e in Sudamerica, soprattutto Brasile, richiamati in “patria” negli Ottanta, quando il Giappone correva. Appena scoppiata la “bolla” sono stati rispediti a casa: biglietto pagato, a patto che firmassero una promessa a non rimettere piede in Giappone per almeno cinque anni. I sovranisti locali – che sono meno numerosi di quanto si possa pensare ma molto presenti sui media – si vantano di un Giappone che ha saputo “resistere”, a differenza dei paesi occidentali, alla “contaminazione” e di essere uno dei pochi paesi con una cultura omogenea. Altra storica fuffata, visto che la “cultura” giapponese, quella che conta (a cominciare dalla lingua scritta) proviene tutta dalla Cina e dalla Corea, che nell’arcipelago sono sempre esistite altre etnie (gli Ainu al nord, i Ryukyuani al sud) e che nel paese vivono circa due milioni di cinesi e coreani, discendenti dei “sudditi” e dei prigionieri di guerra a suo tempo deportati, che nonostante tutte le passate e presenti difficoltà di integrazione hanno abbondantemente “contaminato” la purezza della “razza” yamato (che peraltro, secondo gli antropologi, non esiste). Scalandone, di fatto, la società: tredici dei venti uomini più ricchi del Giappone, attori, scrittori, atleti e influencer vari sono infatti zainichi, termine un tantino dispregiativo ma di comune uso popolare che letteralmente significa “che stanno in Giappone”. E che si applica solo ai cittadini coreani o cinesi. Per non parlare della potente yakuza, la mafia locale, a sua volta abbondantemente “contaminata”. O degli hafu, altro termine vagamente “distopico” con il quale si indicano, senza troppo distinguere, i “mischiati”. Per i quali a differenza degli stranieri purosangue, per i quali esiste inconfessabile, ma ben radicata, una “classifica”, non si fa grande distinzione: non raddoppiano, valgono tutti la metà. Alcuni, sia chiaro, sono popolarissimi, come la tennista Noemi Osaka, o certi attori coreani. Ma un conto è essere popolari, un conto è essere accettati. Appena il tre per cento dell’attuale popolazione è nata all’estero (in Gran Bretagna la percentuale è del quinidici per cento, in Europa in media il dieci per cento). Per non parlare del triste record negativo nella parità di genere: fanalino di coda non solo del G7 e dei Paesi dell’OECD, ma addirittura 116mo (su 146) nella classifica generale. E senza alcun segnale di ravvedimento, di inversione di tendenza. Tant’è che nel suo governo Kishida ha pensato bene di affidare a un maschietto, l’ex funzionario della Banca del Giappone Masamoru Ogura, il ministero delle pari opportunità. Il quale per ora non ha trovato di meglio che lanciare un messaggio di solidarietà alle donne andando in giro – e facendosi abbondantemente fotografare – per un paio di giorni con una panciera che simula la gravidanza.

Il ritorno delle caste

 Ma se il paese, nel suo insieme, viaggia ancora a “vapore”, la società giapponese sta riscoprendo le caste. Il fattore Gini – quello che misura il grado di distribuzione del reddito a livello nazionale – ha ricominciato, come sta avvenendo in molti paesi europei, compreso il nostro – a contrarsi, mentre nel paese dove negli anni Ottanta il novanta per cento dei cittadini si dichiarava appartenente alla classe media, il divario tra ricchi e poveri si sta di nuovo allargando. Non c’è più apprezzabile mobilità sociale. Chi sta messo male rischia di star sempre peggio, ma è difficile che riesca a salire al piano superiore.

Secondo Kenji Hashimoto, un sociologo che ha pubblicato di recente un devastante quanto illuminante saggio sull’argomento, il Giappone è entrato – oramai da anni – in un fase di involuzione economica e sociale che rischia di bloccare qualsiasi possibilità di ripresa. E cita quattro fattori: mancata crescita/decrescita negli ultimi vent’anni, salari praticamente fermi nello stesso periodo, una valuta, lo yen “anarchica” e dal corso imprevedibile e il deficit commerciale. Hashimoto disegna la struttura sociale con una piramide a cinque strati: i super-ricchi, una ventina di famiglie che non hanno nulla da invidiare ai paperon dei paperoni del resto del mondo (anche se sono meno e meno ricchi di americani e cinesi), due classi-medie di “serie A” che rappresentano imprenditori, liberi professionisti, funzionari dirigenti e lavoratori dipendenti e due classi medie di “serie B”, composte da artigiani, piccoli imprenditori e commercianti e la galassia del precariato. Hashimoto segnala che negli ultimi, anche e soprattutto a causa del Covid, tutte le classi (compresi i paperon de paperoni) hanno subito una contrazione del reddito (ovviamente con diverse capacità di “assorbimento”) ma che l’impatto maggiore – e devastante – ha riguardato le “classi-medie” di Serie B, che rappresentano circa il 27 per cento della società e che ha visto un calo medio del reddito – dato questo sempre molto difficile da individuare e da leggere – del tredici per cento. Risultato: la nuova, sempre più irreversibile povertà avanza anche in Giappone, e riguarda oggi il venti per cento della popolazione. Anche in questo caso, una significativa similitudine con il nostro paese: sia per quanto riguarda l’evolversi di questo processo storico sia per l’incapacità della classe politica di affrontarlo. Non si può, di fronte al sia pur modesto ma costante aumento della produttività consentire una diminuzione dei salari e in genere del reddito del lavoro dipendente. Hashimoto non lo scrive, forse neanche ci pensa: ma siamo a una vera e propria inversione dei principi che hanno guidato il mercato del lavoro. Altro che classe medie, liberi imprenditori di se stessi, freeters: rivoluzione tecnologica, automazione, intelligenza artificiale, come ha scritto di recente Massimo Cacciari, hanno allontanato per sempre la centralità del lavoro.

Siamo alla vigilia, anzi siamo già entrati nell’era nella neo-proletarizzazione. Il cinquanta per cento dell’occupazione attuale potrebbe già venire sostituita dai nuovi sistemi. Le nostre società hanno cessato di essere “repubbliche fondate sul lavoro”? No, ma il lavoro che le fonda è quello tecnico-scientifico, innovativo, il lavoro dell’intelletto generale, organizzato a rete sull’intero pianeta, al di là di ogni confine statuale, di cui Marx aveva profeticamente parlato.

Un bel passo avanti. Dall’utopia alla distopia, passando per l’ucronia di Murakami. Ci siamo risparmiati – speriamo – gli scenari di Battle royale (nonostante le recenti dichiarazioni, difficile immaginare l’opaco Kishida presidente della Dai Toa Kyowakoku, ovvero la “Repubblica della Grande Asia Orientale” la nuova versione del Giappone totalitario a suo tempo immaginata di Koushun Takami) e abbiamo abbastanza problemi con la realtà reale per temere quelle virtuali e parallele disegnate da Murakami in 1Q84. Piuttosto, vedo il Giappone in versione Mockinboard, tra le grinfie del cerbero-robot Spofforth (Solo il mimo canta al limitare del bosco). Uno dei pochi romanzi distopici a lieto fine: pur in una società alienata, dove gli abitanti assumono fin dalla nascita un mix di psicofarmaci per non avere più la lucidità mentale qualcuno alza la testa e si ribella. Succederà prima in Giappone o in Italia? Continueremo entrambi a scivolare verso l’irrilevanza? La ragione c’impone di auspicare una brusca virata, un vero cambiamento. Ma il cuore frena. Difficile, e struggente, immaginare un Giappone, e un’Italia, diversi da quelli che sono.

C’era una volta il Giappone ultima modifica: 2023-02-06T16:05:46+01:00 da PIO D'EMILIA
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7 commenti

Paolo 8 Febbraio 2023 a 3:46

Abito in Giappone da vent’anni e sono addolorato dalla scomparsa di Pio D’Emilia. Credo che questo lucidissimo articolo, scritto poco prima della sua dipartita, costituisca una summa della sua opera di cronista e di descrittore della società nipponica. Non ho mai letto un’analisi più puntuale e completa. Semplicemente perfetto. La scomparsa di questo cronista getta ulteriore pessimismo sul futuro del Giappone: chi sarà in grado di descrivere questo paese come faceva D’Emilia? Che la terra gli sia lieve.

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Anna Bassano 8 Febbraio 2023 a 15:44

…dannazione Pio ci mancherai!
Anna

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Arturo Camillacci 8 Febbraio 2023 a 23:59

Mi vengono i brividi a leggere questo articolo che il mio carissimo amico Pio ha fatto in tempo a scrivere il giorno prima di lasciare questa valle di lacrime. É quasi un testamento e un monito, un’analisi lucidissima di quello che è stato ed è oggi il Giappone soprattutto per chi – come noi – lo ha studiato a fondo e ci è vissuto a lungo.
Giappone e Italia in un certo modo sono due aspetti differenti della stessa realtà. Anche da noi purtroppo esiste la tendenza a ignorare i problemi anziché risolverli fino a quando diventano insostenibili, ed a quel punto si ricorre talvolta a misure tanto drastiche quanto palliative. In Giappone invece se qualcosa si muove è quasi sempre a causa della cosiddetta “gaiatsu”, ovvero “pressione dall’esterno”, perchè non si può mantenere un ruolo nello scenario internazionale senza rinunciare a privilegi anacronistici ed a protezionismi ormai fuori luogo. Forse un giorno lo SPID e la PEC arriveranno anche in Giappone, chissà…

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Roberto 9 Febbraio 2023 a 18:09

Molto bravo

Reply
Faustino Martelli 12 Febbraio 2023 a 16:34

Se qualcuno della redazione avesse il buon cuore di correggere “lievitazione magnetica” in “levitazione magnetica” renderebbe un uktimo buon servizio a Pio d’Emilia e ai suoi orfani lettori. Grazie e grazie a Pio d’Emilia

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Erica 30 Marzo 2023 a 22:47

Ah se Marco Togni e Andrea Secco due youtubers che vivono da anni in Giappone e ne parlano sempre e solo benissimo leggessero questo articolo urlerebbero all’autore così tanti discorsi furenti da causare un terremoto di Schindo 13 e il peggiore tsunami della storia loro non vedono mai e poi mai difetti nel Sol Levante e nel suo popolo specie Togni che dice che pure il loro cibo è migliore del nostro e anche la pasta e la pizza fatta da loro lo è che fatta da noi come dire che il cibo giapponese che facciamo noi è più buono che se lo fanno loro, che delirio.
Vero che il Giappone e il suo popolo è in un grande declino totale com’è tutto il mondo ma non certo al nostro livello è innegabile che loro se la passano sempre strameglio in tutto.
Anche nei loro anni d’oro i giapponesi erano un popolo così difficile che ti faceva odiare starci assieme e odiare il loro paese di Barbie di plastica e infernale.
Non era e non è un modello, migliore sì ma assolutamente non l’ideale è da scapparci a gambe levate appena ci si schianta subito con la loro mostruosa realtà nipponica.
Vale farci la vacanza ma non viverci per un periodo e peggio farci la vita per sempre, no che suicido!

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Beatrice BARBALATO 21 Aprile 2023 a 9:17

Sono stata in Giappone l’anno passato, e l’articolo di D’Emilia mi permette di prendere conoscenza di aspetti che non potevo cogliere in maniera così specifica. Ho visitato buona parte del Giappone, facendo base principalmente a Rokkasho provincia di Ahomori, dove si trovavano per lavoro da tre anni mia figlia, suo marito e i loro due bambini che frequentavano la scuola giapponese locale. Il Giappone fa fatica da molti punti di vista a conciliare passato, presente e futuro. Non c’è dubbio. Tuttavia, pur nei limiti della mia esperienza non posso non costatare che il modo di porsi dei Giapponesi ad ogni livello privato e istituzionale rivela una forma di funzionamento assolutamente da apprezzare. Ciò fa parte della loro civiltà . E’ il risultato di secoli di sedimentazione di comportamenti e relazioni sociali. Per me che vivo fra Bruxelles e Roma, l’Italia resta uno dei luoghi più rozzi dal punto di vista delle relazioni istituzionali che in tutti i miei viaggi io abbia conosciuto. Insomma la mia può essere una considerazione ingenua, tuttavia credo che per costruire una prossemica e un comportamento ci vogliano secoli, e forse per questo aspetto il Giappone può avvantaggiarsi di una tradizione favorevole.

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