Il vero Stato “forte”

Dopo le elezioni vogliamo regalare alla Meloni anche la... “difesa dello Stato”?
ROBERTO DI GIOVAN PAOLO
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Tanto per essere chiari da subito, credo che la destra faccia comunque la destra (quindi un po’ forcaiola sempre) ma abbia avviato dentro di sé un conflitto fra l’ala che sta assumendo il rispetto del ruolo dello Stato come fondante e la sua parte eversiva da sempre (in doppiopetto o giaccone bomber è indifferente). Quel che fa male vedere è il danno che Cospito fa all’idea di un’anarchia totalmente alternativa ma pacifica, pacifista e non violenta. In secondo luogo il danno che le polemiche su 41 bis e ergastolo ostativo fanno alla lotta per un’affermazione positiva della nostra Costituzione quando parla di rieducazione e reinserimento: che sarebbe la vera vittoria di uno Stato “forte”. E il dilettantismo politico di chi scopre diritti delle carceri una volta l’anno e che poi, per sembrare meno colpevoli di fronte all’ opinione pubblica (Ma di ché? Di fare il proprio dovere di parlamentare?), passa mezza dichiarazione a dire quanto bisogna essere duri e che il 41 bis e l’ergastolo ostativo sono “intoccabili”.

Allora poiché una certa esperienza, al di là di cinque anni di Commissione Diritti civili e umani, ma anche come presidente del Forum della salute in carcere qualche anno fa ce l’ho e qualche “giro” ripetuto dietro le sbarre l’ho fatto con continuità, mi permetto di eccepire su come le cose sono raccontate e su come la politica si rappresenta, o peggio ancora, le forze che dovrebbero essere di progresso si fanno rappresentare.

La lotta alla mafia o al terrorismo non è solo repressione, lo sappiamo da anni. Abbiamo combattuto il terrorismo degli “anni di piombo” non cedendo, se non con alcune leggi temporanee, alla logica del confronto sullo stesso piano. Dunque, non sono né il 41 bis né tantomeno l’ergastolo “fine pena mai” a garantire la non continuazione di quei reati, ma la lotta per le anime da conquistare alla legalità (il contesto sociale), il contrasto di forze di polizia ben addestrate e guidate, un bel lavoro di “intelligence” e indagini (“cerca i soldi!”) non ostacolate da presunti o veri burattinai.

Certo che l’esigenza di non far comunicare e continuare a comandare i capi della mafia o delle cupole è importante. Ma, come opportunamente prevedeva la legge istitutiva e alcune successive modificazioni dell’articolo 41 bis, dovrebbe trattarsi di decisioni temporanee, legate al contesto e al singolo detenuto; dunque legate a un’attenzione culturale e di intelligence che testimonia di una lotta alla mafia e alla criminalità organizzata condotta con attenzione e quotidianamente e non solo a parole retoriche, salvo poi cavarsela mandando categorie intere al 41 bis per sentirsi “tranquilli”; e peraltro eliminandosi la possibilità di avere altri Buscetta, ovvero non solo “pentiti” (era anche lui un pluriomicida, non un chierichetto, vorrei ricordarlo) ma soprattutto degli “agenti distruttori” della costruzione mafiosa e criminale. In questo senso il 41 bis copre con la pigrizia la capacità intellettuale investigativa, certo una delle qualità migliori di Borsellino e Falcone, per dire.

E l’ergastolo ostativo? “Fine pena Mai”. Una condanna a morte differita che il nostro Stato non dovrebbe consentire. E che peraltro spesso condiziona il recupero (tanti i casi) dei detenuti “comuni”, perché si applica anche a loro che magari dopo 26 anni di carcere hanno cambiato vita, testa, cuore e sono altro… come si applica a Totò Riina, il quale per il cumulo di condanne – compresi vari ergastoli – non sarebbe comunque mai uscito di prigione se anche avessimo nel frattempo abolito l’ergastolo ostativo. Non c’entra dunque molto questa misura nella concreta realizzazione quotidiana della lotta a mafie e terrorismo. Ma molto con la civiltà di una Nazione.

E allora sì, sono indignato.

Con la retorica della destra, eversiva e “Dio Patria Famiglia”, nello stesso tempo. Ma lo sapevo già.

Indignato con i media che ripetono, salvo piccole eccezioni, a pappagallo e, se negli anni di piombo era comprensibile, nel 2023 è la stura a sostituire il giornalismo con Chat GPT.

Indignato con la leggerezza politica di fare e dare risalto a una visita a Cospito da parte di esponenti Pd (tra cui un ex ministro della Giustizia) invece di fare come faceva Pannella, per esempio, ma tanti eravamo a farlo, quando i diritti non “da terrazza” ma civili e umani veri contavano, e andare tutto l’anno in carceri e luoghi di sofferenza, in maniera programmata, costante, continua. Non sarà un caso che tutti i membri della Commissione Diritti umani e civili, compreso il presidente Marcenaro, furono fatti fuori alle primarie/correntarie di Bersani: già allora quel partito non aveva più una cultura dei diritti umani e civili… Che va ricostruita tra i progressisti tutti… alcuni anche di molto forcaioli.

Indignato con Cospito perché io un anarchico violento avevo difficoltà a situarlo anche nel ventesimo secolo, figuriamoci dopo il 2000. Credo che davvero non c’entri nulla con Valpreda o Pinelli o perfino il mitico Luigi Veronelli. E potremmo parlare di altre meravigliose figure di pensiero interessanti per me che anarchico non lo sono, ma simpatizzo, se proprio vogliamo cercare chi ha dovuto combattere, per i martiri del POUM in Spagna. Non mi pare che Cospito sia una figura limpida, un eroe. E aggiungo, nulla a vedere con la tragedia di Bobby Sands e dei suoi compagni nonostante anche le colpe di violenza dell’Ira in un Paese squassato dalla violenza dell’occupazione dai tempi delle rivolte Feniane di fine Settecento e la guerra civile del 1921… Il contesto conta… qui non c’è la Bomba a Piazza Fontana o l’assalto britannico colonialista al GPO…

Alla fine questo vociare su social e tv talk show in cui ognuno fa la gara a dimostrare di essere più cattivo e forcaiolo per poter fare trenta secondi in più delle proprie affermazioni (spesso misere, talvolta miserevoli) uccide la speranza dei detenuti comuni; certo, esseri umani il più delle volte colpevoli (abbiamo ancora una pessima percentuale di detenuti in attesa di giudizio…). Ma delude le speranze di un’idea di carcere diverso, in cui cercare una risposta alle sofferenze di chi deve essere sanzionato per cambiare e di chi lotta per il cambiamento ed è “carcerato” come loro: guardie penitenziarie, medici, assistenti, psicologi, educatori, direttori e direttrici di carcere che cercano di cambiare.

Il Dap, il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, dovrebbe essere il serbatoio della speranza ed è invece affidato a un Del Mastro Delle Vedove qualunque, anche se da tempo – anche prima del coinquilino di Donzelli – non ci sono leader di speranza in quel posto. Né i progressisti – eccezion fatta per Manconi e pochi altri – se ne interessano più.

Armi di distrazioni di massa, si è giustamente detto, e lo si dice da qualche anno. Certo, queste armi le ha usate e le usa con disinvoltura il camaleonte Conte, e ora le usa Meloni chiamandoci alla… unità dello Stato, contro la mafia e il terrorismo (lei a noi …sic).

Come avrebbe detto Petrolini al varietà: “io non me la prendo con te ma con quello vicino che ancora non t’ha menato…”. In realtà verrebbe voglia di scendere dal palco e picchiare prima il vicino che nella sua ignavia sui diritti (e doveri) del carcere, la sovrappopolazione, il disinteresse per quel mondo (e fuori, terrazze a parte) ha costruito il viatico di farci fare la morale dalla Meloni facendosi legare anche le mani sui diritti. Un capolavoro di “autoimprigionamento”.

Il vero Stato “forte” ultima modifica: 2023-02-06T10:55:03+01:00 da ROBERTO DI GIOVAN PAOLO
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