Musharraf. Il Pakistan e un’ambiguità insostenibile

BENIAMINO NATALE
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L’ ex-presidente Pervez Musharraf, morto il 5 febbraio di una rara malattia chiamata amiloidosi in un ospedale di Dubai, ha incarnato come nessun altro leader la contraddizione di fondo del sistema politico del Pakistan. 
Durante i suoi anni al potere – dal 1999 al 2008 – Musharraf, che era un generale del potente esercito pakistano – ha infatti deposto un leader democraticamente eletto, ha condotto una guerra perdente contro la vicina India, ha dovuto gestire il post 9/11. Gli va riconosciuto che riuscì in qualche modo a mantenere un equilibrio almeno apparente tra la sua politica di sostegno ai Taliban afghani e l’alleanza di vecchia data con gli Stati Uniti, che lanciarono un devastante attacco agli stessi Taliban accusati, a ragione, di proteggere Osama bin Laden, il terrorista saudita responsabile dell’attacco alle Torri Gemelle. 

Nella sua biografia dal significativo titolo In the line of fire (Sulla linea del fuoco), il generale ha attribuito all’allora segretario di Stato americano Richard Armitage, che l’ha negato, la minaccia di “bomb (Pakistan) into the stone age” (bombardare il Pakistan fino a riportarlo all’età della pietra). Che la colorita minaccia sia vera o meno sicuramente in quel momento con gli Usa – colpiti per la prima volta sul loro territorio da un nemico pericoloso – non era il caso di scherzare. Mostrandosi in pubblico sofferente e dilaniato dai dubbi, alla fine il generale-presidente permise ai militari americani di condurre il loro attacco ai Taliban dal territorio del Pakistan. È importante ricordare che bin Laden fu in seguito scovato e ucciso dalle forze speciali americane nella cittadina pakistana di Abbotadab, non lontano da un’importante base dell’esercito di Islamabad. 

L’ambigua politica di sostenere i gruppi terroristici islamici mantenendo allo stesso tempo l’alleanza di vecchia data con l’Occidente – gli Usa in primo luogo, ma anche la maggioranza dei paesi europei, tra i quali l’Italia – non era certo nata con Musharraf, salito al potere nel 1999 con un colpo di Stato incruento nel quale fu deposto l’allora primo ministro Nawaz Sharif. La guerriglia dei mujaheddin afghani, non ancora diventati Taliban, contro i sovietici che avevano invaso il loro paese fu sostenuta con entusiasmo dagli Usa e più in generale dall’Occidente, al quale s’aggiunsero per l’occasione le monarchie arabe e la Cina di Deng Xiaoping.

A gestire gli aiuti fu il Pakistan, guidato allora dal torvo generale (e fanatico religioso) Mohammad Zia ul-Haq, in seguito ucciso in un attentato rimasto misterioso ma probabilmente organizzato dall’interno dell’esercito. Musharraf non aveva niente a che vedere con il suo predecessore Zia. “Mushy” dava di se stesso un’immagine completamente diversa: era un mohajir – cioè un immigrato dall’India, era cresciuto a Karachi in una famiglia laica e si presentava spesso in borghese, con la moglie non velata al fianco e non nascondeva di apprezzare ogni tanto un sorso di whisky. Insomma, un militare moderno, un musulmano aperto e al passo con i tempi. Per lui, gli aiuti ai Taliban facevano parte dell’incessante lotta contro l’India per il possesso del Kashmir, causa delle quattro (non tre come affermano le cronache più superficiali) guerre tra i due paesi. L’ultima di queste fu lanciata nel 1999 dallo stesso Musharraf, allora capo dell’esercito ma non ancora presidente ed è conosciuta come “il conflitto di Kargil” perché non fu mai dichiarata. L’attacco a sorpresa in un’impervia zona del Ladakh (che allora faceva parte del Kashmir) aveva messo i militari pakistani in una condizione fortemente vantaggiosa. L’India rispose con la forza militare ma anche con quella politica: presto fu chiaro che gli Usa non approvavano e tantomeno sostenevano l’attacco pakistano e Musharaff e Sharif (rispettivamente capo dell’esercito e primo ministro) furono convinti a ritirare le loro truppe mettendo fine al “conflitto”.

Le immagini delle ultime ore di Musharraf e della preparazione della sua tomba in un servizio dell’emittente tv pakistana NewsOne

Il ragionamento politico dei pakistani, in primo luogo dello stesso Musharraf, era fuori tempo di qualche decennio. L’Urss non esisteva più, non era più alleata dell’India e gli Usa non erano certamente disposti ad appoggiare l’avventurismo di Islamabad nel Kashmir. Gli schieramenti Urss-India contro quello Usa-Pakistan (e Cina) erano storie del passato. E fu proprio dopo il 9/11 e l’attacco all’Afghanistan della coalizione a guida statunitense che Islamabad ha cominciato ad appoggiarsi sempre più pesantemente a Pechino fino al relativamente recente progetto della Nuova Via della Seta, peraltro già entrato in una crisi difficilmente reversibile.

A un primo sguardo con il ritiro degli Usa dall’Afghanistan la vecchia politica sembrava aver avuto un nuovo alito di vita. Invece, si tratta di una strada percorsa con successo in passato ma che non è praticabile nella realtà di oggi. Siamo in un momento di crisi profonda nei rapporti tra Usa e Cina ed è molto difficile servire entrambi i padroni, come l’esercito (o almeno una sua parte) sta tentando di fare mentre popolari politici come l’ex-primo ministro Imran Khan pendono decisamente verso la Cina, tanto da tacere sulla persecuzione dei musulmani uighuri nella provincia del Xinjiang.

L’India – una volta osteggiata dall’Occidente perché amica dell’Urss – oggi è corteggiata per via del suo “naturale” antagonismo verso Pechino. Musharraf aveva provato a ripercorrere quella strada ed è finito condannato per tradimento ed esiliato. Purtroppo nell’establishment militar-politico pakistano molti non hanno ancora risolto quel dilemma mentre il paese è scosso da una devastante crisi economica ed è prigioniero di una paralisi politica che appare insuperabile. 

Musharraf. Il Pakistan e un’ambiguità insostenibile ultima modifica: 2023-02-06T12:52:00+01:00 da BENIAMINO NATALE
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