Un tempo era una gara canora

Da più di vent’anni Sanremo è tutto tranne una competizione di canzoni. La spinta mediatica degli ultimi anni, oltre ogni ragionevole limite e senso, è la prova che non più di canzoni si tratta, probabilmente perché da sole non basterebbero, forse perché tutto dovrebbe avere un inizio e una fine, possibilmente decorosa, anche il Festival di Sanremo.
ANTON EMILIO KROGH
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Sanremo un tempo era una gara canora, fucina di artisti – a volte anche solo fenomeni passeggeri – ma soprattutto di canzoni che se e quando avevano successo erano destinate se non all’eternità, sicuramente a essere fischiettate, cantate e ballate nei decenni successivi e da più generazioni. Nel blu dipinto di blu, Papaveri e Papere, Non ho l’età, Nessuno mi può giudicare, Ma che freddo fa, Che sarà, Sara’ perché ti amo, Un’emozione da poco, Terra Promessa, Montagne verdi chi non conosce queste canzoni, e l’elenco potrebbe essere lunghissimo perché in circa cinquant’anni di Festival sono moltissimi gli ever green ancora freschi nella memoria di molti di noi. Cinquant’anni e non settantatrè come vogliono farci credere, perché da più di vent’anni Sanremo è tutto tranne una gara canora. La spinta mediatica degli ultimi anni, oltre ogni ragionevole limite e senso, è la prova che non più di canzoni si tratta, probabilmente perché da sole non basterebbero, forse perché tutto dovrebbe avere un inizio e una fine, possibilmente decorosa, anche il Festival di Sanremo.

Lo spazio e il tempo dedicati a Sanremo oscilla tra l’imbarazzante e la schizofrenia, con la penosa certezza oltre ogni ragionevole dubbio da parte di tutta la macchina organizzativa, che davvero l’Italia in quella settimana viva esclusivamente per il Festival e di ciò che arriva da quel palco. E non è assolutamente un discorso generazionale, o dettato dalla nostalgia, molti dei titoli da me elencati si riferiscono a canzoni arrivate al successo quando io non ero ancora nato, altre quando ero bambino, altre ancora appena adolescente: sono appartenute ai miei nonni prima, ai miei genitori dopo e a me successivamente, e ancora appartengono a chi oggi ha venti o trent’anni meno di me. 

Questo accade perché come in tutti i campi, anche in quello musicale, l’autorialità e il talento sono l’unica garanzia per un risultato corposo e duraturo, favorendo così il successo e i passaggi generazionali delle canzoni. Quella che può sembrare la più banale canzoncina pop se nasce dalla vena artistica di un soggetto talentuoso avrà molte più chance di durare nel tempo. Basti pensare che Ma che freddo fa porta le firme di Migliacci e Mattone, due tra i più grandi musicisti e parolieri degli ultimi sessant’anni. Uscendo per un attimo da Sanremo si può citare l’esempio di Viva la pappa col pomodoro musiche e parole dei due premi Oscar Nino Rota e Lina Wertmuller, questo per dire che pezzi apparentemente superficiali e leggeri sono passati alla storia perché venivano costruiti ad arte e anche letteralmente “confezionati” sull’artista. Nel caso specifico, le due canzoni citate sarebbero inimmaginabili cantate da altri che non fossero Nada e Rita Pavone. 

Oggi sembra che si debba rispondere a esigenze di mercato che prevedono artisti e canzoni da frullare velocemente nell’arco di poche stagioni, e in effetti a parte rarissime eccezioni e’ quello che accade da molti anni. 

Forse è il destino di un mondo troppo fluido e veloce che non consente più a niente e a nessuno di lasciare un segno significativo su questo pianeta. 

Forse il decadimento e lo sfacelo di ogni forma di arte e pensiero sotto gli occhi di tutti, valgono anche  per le canzoni. Tra il Sanremo di Amadeus, tutto proclami e fantomatici scoop, e i Sanremo di qualche decennio fa, c’è la stessa differenza che passa tra i varietà di Antonello Falqui e Ballando con le Stelle o il GFVIP, quindi nessuna meraviglia se per una settimana intera ci propineranno di tutto tranne che canzoni destinate a essere ricordate, canticchiate o ballate nei prossimi decenni. 

Un tempo era una gara canora ultima modifica: 2023-02-07T19:16:06+01:00 da ANTON EMILIO KROGH
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1 commento

Vitaliano Tiberia 8 Febbraio 2023 a 19:14

L’attuale festival sanremese sarà ricordato come un’abbuffata autocelebrazionistica di un sistema che non ha più niente di originale da offrire ed esalta sé stesso con il guitto Benigni che fa uno sproloquio sgangherato sulla Costituzione italiana e, non pago, paragona i mandati presidenziali del sorridente Mattarella ai rinnovi contrattuali di Amadeus; ma anche con l’esibizionista Chiara Ferragni che, infischiandosene del buon gusto, ci regala, grottescamente travestita da nudo di sé stessa, fra gli applausi e i consensi, una performance
in cui spicca la parola “troia” per sostenere una nobile causa; per non parlare del ventenne Blanco, che devasta tutto l’arredo floreale della scenografia sanremese perché non gli arrivava l’audio: ma non sapeva cantare ascoltando con le sue orecchie la musica dell’orchestra, come facevano e sanno fare i veri cantanti? Modugno, Villa, Zanicchi, Mina, Celentano, Ranieri, Dorelli hanno cantato anche senza auricolare. Mentre Blanco, interrompendo, fra l’altro, un pubblico servizio di spettacolo, ha sfasciato fiori e fioriere; esemplare l’orchestra, la quale, come in un piroscafo che affonda, ha continuato a suonare. Altro che la grandezza del “nazional popolare” di gramsciana memoria evocato per il Sanremo amadeusiano.

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