Diseguaglianze. Una sinistra che torni a fare la sinistra

Carlo Trigilia in “La Sfida delle disuguaglianze” presenta una ricerca sulla crescita delle disparità nelle democrazie avanzate, dalla quale risulta che quelle di reddito sono aumentate in tutte le democrazie esaminate, ma non nella stessa misura.
ADRIANA VIGNERI
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Carlo Trigilia, notissimo professore di Sociologia economica, ed ex ministro per la coesione territoriale (2013-2014), ha scritto un libro: La Sfida delle disuguaglianze, esplicitamente Contro il declino della sinistra (Il Mulino, 2022), o meglio, che cosa la sinistra deve evitare di fare per interrompere il suo declino.
Il libro presenta una ricerca sulla crescita delle disuguaglianze nelle democrazie avanzate, dalla quale risulta che le disuguaglianze di reddito sono aumentate in tutte le democrazie esaminate, ma non nella stessa misura. La disuguaglianza più elevata si riscontra in USA e GB, e a seguire Spagna ed Italia, mentre le meno elevate si trovano in Svezia e Danimarca. Francia e Germania si collocano in mezzo. Sono stati usati i dati OCSE, elaborati da Gherardini nel volume Trigilia 2020. Ne risultano quattro tipi di crescita delle diseguaglianze: 

  • Alto reddito, alta crescita, alte diseguaglianze (CNI – crescita non inclusiva)
  • Bassa crescita, basso reddito, alte diseguaglianze (BCNI – bassa crescita non inclusiva)
  • Alto reddito, alta crescita, bassa diseguaglianza (CIE – crescita inclusiva egualitaria) 
  • Crescita inclusiva dualistica, con categorie più o meno protette (CID -crescita inclusiva dualistica)

La crescita inclusiva è considerata propria dei paesi europei, in specie nordici (alta crescita egualitaria) e della Germania (ma dualistica nel mercato del lavoro). L’Italia è classificata BCNI – bassa crescita non inclusiva.

Il lavoro si dedica quindi alla comprensione delle ragioni di tali differenze. Vengono esaminate anzitutto le profonde trasformazioni socio-economiche che hanno investito le democrazie avanzate a partire dagli anni Ottanta e i cambiamenti nella stratificazione sociale indotti dal tramonto del fordismo. Alla vecchia classe operaia si è sostituito un variegato arcipelago di soggetti occupati nei servizi caratterizzati da basso reddito, elevata discontinuità ed eterogeneità nelle condizioni di lavoro e di vita. 

Ma l’obiettivo principale è approfondire il ruolo dei fattori istituzionali (le riforme del mercato del lavoro, l’indebolimento delle relazioni industriali, la tendenza generalizzata a ridurre la progressività del carico tributario e la sua riduzione complessiva, il ridimensionamento delle politiche sociali e dei relativi servizi resi direttamente o indirettamente dal pubblico) nella crescita delle diseguaglianze. Cui si aggiunge il fattore istituzionale che finirà con l’essere considerato principale, il sistema elettorale.

L’Autore prende le mosse dalla tesi del politologo Arend Lijphart il quale ha cercato di dimostrare che la democrazia non maggioritaria – che chiama democrazia consensuale – offre performance relativamente migliori sul piano economico e sociale rispetto alla democrazia maggioritaria – che concentra maggiormente il potere. La ricerca dell’Autore conferma che, secondo i dati da lui esaminati, esiste una forte sovrapposizione tra democrazia maggioritaria e crescita non inclusiva. E viceversa. 


Tuttavia anche all’interno delle democrazie consensuali (o non maggioritarie) – paesi mediterranei a BCNI – vi sono differenze, spiegabili con pratiche di concertazione istituzionalizzate. Cosicché ne conclude che è la capacità di un certo assetto istituzionale di dare rappresentanza ai gruppi sociali più deboli – colpiti dai grandi cambiamenti economici sopra accennati – a fare la differenza.

Si evidenziano quindi due caratteristiche istituzionali, la concertazione nelle relazioni industriali e il sistema elettorale, che poi a ben vedere si riducono ad uno: il sistema elettorale, dato che anche il comportamento dei sindacati ne sarebbe condizionato. Infatti, secondo Trigilia, se il sistema elettorale è maggioritario (vincere nei collegi) i partiti sono spinti verso il centro e l’offerta politica di sinistra non può sostenere (troppo) politiche redistributive, mentre i sindacati tendono a rappresentare interessi particolari, piuttosto che porsi come soggetti generali di rappresentanza del lavoro. Viceversa nelle democrazie negoziali, in cui prevale il sistema proporzionale, i partiti mantengono un’identità più distinta e non debbono rinunciare a un’offerta politica che punta su forme di redistribuzione più incisive. 

L’Autore peraltro non manca di osservare che anche altri fattori incidono. Nel percorso della CIE la particolare forza della socialdemocrazia nei paesi del nord e la sua tradizione di contrasto alle diseguaglianze (mediante i servizi) avrebbe aiutato ad evitare il ridimensionamento del welfare. Mentre negli altri percorsi avrebbero pesato (a) la forza dei partiti democratico-cristiani (meno servizi, più trasferimenti e ruolo assistenziale delle donne nella famiglia) e (b) le profonde divisioni nella sinistra (tra la componente socialista e quella comunista).

Nei paesi nord-europei dove i rapporti con i sindacati sono rimasti più stretti, le pratiche di concertazione più radicate e istituzionalizzate, l’assetto istituzionale più vicino al modello della democrazia negoziale, il declino della sinistra c’è stato, ma con una portata più limitata. C’è stato più spazio per la rappresentanza degli interessi deboli.

Tutte osservazioni su cui meditare, nella loro complessità. La sinistra italiana dagli anni Novanta in poi avrebbe dunque lavorato contro sé stessa. Ed ora quella parte della sinistra che non esorcizza il sistema presidenziale – sistema che tende a polarizzare il panorama politico – continuerebbe a lavorare contro sé stessa. Occorre riflettere. Una osservazione per ora va aggiunta: quando il Pd ha qualificato sé stesso come partito “maggioritario” non ha inteso abbracciare i sistemi elettorali maggioritari, bensì affermare come proprio obiettivo la capacità di rappresentare più strati della società.

Diseguaglianze. Una sinistra che torni a fare la sinistra ultima modifica: 2023-02-08T20:55:49+01:00 da ADRIANA VIGNERI
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1 commento

Vitaliano Tiberia 15 Febbraio 2023 a 20:14

L’analisi di Adriana Vigneri è pienamente condivisibile: la sinistra italiana si è perduta nel labirinto delle buone intenzioni fondate sulle teoresi, accademicamente ineccepibili, ed ha trascuratole le condizioni reali degli strati meno competitivi della società.

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