La società civile israeliana sfida Re Bibi

La protesta contro il nuovo governo di destra va avanti e cresce. Per il sesto sabato consecutivo centinaia di migliaia di cittadini hanno riempito strade e piazze di Tel Aviv e delle principali città del paese.
DAN RABÀ
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[TEL AVIV]

Per la sesta settimana consecutiva, una marea di israeliani ha invaso sabato scorso vie e piazze di Tel Aviv, Gerusalemme, Haifa e altri centri importanti del paese, per protestare contro il nuovo governo e le sue politiche volte a indebolire – fino a esautorarlo – il sistema giudiziario e a mettere a tacere il dissenso.
La clamorosa rivolta non violenta va avanti dall’insediamento, sul finire dello scorso anno, il 29 dicembre 2022, del nuovo governo di estrema destra, il sesto esecutivo presieduto da Benjamin Bibi Netanyahu. Non c’è voluto tanto per capire da che parte tira il vento. Dopo un anno e qualche mese del precedente governo – il governo del “Cambiamento” di Bennett-Lapid – regna un clima di restaurazione e repressione.

Perfino parlare in pubblico, in modo critico verso il governo, per un esponente o per un simpatizzante dell’opposizione, è praticamente impossibile: ti urlano dietro, ti provocano e, sul lavoro o tra amici, vieni messo da parte.

“Medici in lotta per la vita della democrazia” [da Twitter: Judy Maltz @MaltzJudy]

La riforma giudiziaria che il ministro della Giustizia, Yariv Levin, ha in mente di attuare praticamente mette ai margini la Corte suprema, dando molto più potere alla politica e al governo. Levin considera alla stregua di un tentativo di colpo di stato, l’operato della procuratrice generale Gali Baharav-Miara e della presidente della Corte suprema Esther Hayut, colpevoli di aver preso in esame la petizione di Eliad Shraga, fondatore del Movement for Quality Government, in cui si sostiene l’illegittimità di Bibi Netanyahu a ricoprire la carica di primo ministro per manifesto conflitto d’interessi (il premier è imputato in tre processi, per corruzione, frode, abuso di potere). Insomma, il giudizio Corte suprema può essere smentito da quello dell’esecutivo.

E c’è il problema della sicurezza. Ci sono zone (quelle arabe in primis ma anche zone ebraiche periferiche) in cui la malavita organizzata la fa da padrona. Prostituzione, droga, furti, violenze sulle donne etc…etc… Si spara, si uccide in pieno giorno davanti a gente inerme, a bambini terrorizzati. Sparano i delinquenti spara la polizia, spesso sono colpiti spesso passanti che si trovano nel mezzo di una sparatoria del tutto ignari di quel che sta accadendo. La popolazione sembra vivere tutto questo con indifferenza e rassegnazione.

Le scale mobili all’uscita della stazione dei treni di Gerusalemme la mattina di sabato. Si va verso la Knesset per protestate contro il governo [da Twitter: Guy Rolnik @grolnik]

Nelle zone arabe, la malavita è ancora più presente, La popolazione chiede alla polizia di intervenire, ma gli agenti sono pochi e lasciano correre i reati che considerano “minori”, le violenze contro le donne, le aggressioni spesso razziste di ebrei contro arabi e viceversa che sono all’ordine del giorno. E poi attentati di terroristi solitari (che non sono in contatto con organizzazioni terroriste), accoltellamenti, mentre girano anche fucili e armi rubate all’esercito israeliano. La polizia ha spesso paura di intervenire negli affari della malavita araba. In più le rivolte di giovani arabi finiscono sempre con un morto o due, sono le zone maledette, in cui la popolazione israeliana non mette piede.

Oltre a tutto questo c’è il ministro dell’Istruzione Yoav Kisch che ha invitato i presidi a “tenere il sistema scolastico fuori del dibattito politico” riguardante temi come lo sciopero generale e le proteste contro il governo e i suoi tentativi di eliminare l’autonomia del sistema giudiziario. Kisch intende essere informato lui stesso, personalmente, di esponenti politici invitati nelle scuole per spiegare le loro posizioni. Di rimando una ventina di scuole di Tel Aviv ha firmato un appello per “il diritto alla protesta sociale”, in particolare quando “essa riguarda il benessere della società israeliana”, un coinvolgimento che è della “massima importanza da un punto di vista educativo”

“Un governo di porci non è kosher” [da Twitter: Judy Maltz @MaltzJudy]

Il nuovo ministro delle comunicazioni, Shlomo Karhi, ha detto che non c’è più ragione di tenere in vita un canale di tv pubblica, Kan, e uno radiofonico, operato dalle forze armate, e che quindi vanno chiusi. In un’epoca di offerta mediatica enorme non hanno senso, dice Karhi, media pubblici. Guarda caso sono quelli dove c’è il giornalismo libero, critico verso la nuova maggioranza, e ci sono programmi di satira tagliente.

E che dire di Itamar Ben-Gvir, il ministro della sicurezza nazionale, cioè il ministro di polizia, il più a destra della compagine governativa? È il beniamino dei coloni violenti e dei giovani “nazionalisti”, quelli che aggrediscono i palestinesi e che occupano terreni dei palestinesi per conquistare di fatto la Cisgiordania fino al punto in cui sarà definitivamente impossibile arrivare a un trattato di pace, per via, infatti, dei territori contesi.

L’opposizione? Purtroppo è divisa. Yesh Atid, il partito centrista di Yair Lapid ha ottenuto 24 seggi alla Knesset alle elezioni del primo novembre 2022, un bel bottino, il secondo partito più votato dopo il Likud di Bibi, che gli consente di diventare la prima forza parlamentare dell’opposizione ma non di restare alla guida del governo. Il suo alleato del governo uscente, Benny Gantz, leader del Partito di unità nazionale, dodici seggi, spinge per una posizione possibilista, sostenendo una grande coalizione di centro, ma senza Netanyahu che ha in corso tre processi a carico per corruzione e frode. 

Yair Lapid tra i manifestanti [da Twitter: Noga Tarnopolsky נגה טרנופולסקי نوغا ترنوبولسكي
@NTarnopolsky]. Noga Tarnopolsky]

Le forze politiche arabe – la Lista araba unita di Mansour Abbas, cinque seggi, e Hadash–Ta’al di Ayman Odeh, cinque seggi – dopo essere entrate nell’area del governo, la prima anche organicamente, seguono la politica di sempre contro l’occupazione, contro il governo che discrimina gli arabi e fa meno investimenti nei luoghi arabi.

Parliamo in ultimo della sinistra, e con enorme angoscia, perché è quasi cancellata, oramai, dopo la batosta elettorale di novembre. Il glorioso Partito laburista che fu di Rabin e Peres, oggi guidato dalla pur brava Merav Michaeli, è un partititino di meno del quattro per cento, quattro deputati, mentre, alla sua sinistra, il Meretz non ha superato lo sbarramento del 3,25 per cento e di conseguenza non ha più eletti alla Knesset. È la prima volta dalla sua fondazione nel 1992.

La protesta a Tel Aviv vista dall’alto [da Twitter: Louis Fishman لوي فيشمان לואי פישמן @Istanbultelaviv]

Ciò nonostante le piazze si riempiono come non si vedeva da tempo, ogni sabato si va a contestare il governo. Sabato si era alla sesta dimostrazione consecutiva, di massa. Manifestazioni gioiose, rumorose, piene di musica. Si balla e si grida “Vergogna Vergogna!” e “Democrazia, democrazia”. Moltissime bandiere di Israele, a dimostrare che i manifestanti sono “patrioti” (perché le destre accusano di essere a favore dei palestinesi prima che a favore del popolo ebraico). L’organizzazione delle manifestazioni è “dal basso”, per iniziativa di una coalizione di organizzazioni e associazioni varie e diverse, il che conferisce alla protesta un significato che intende essere apolitico, nel senso di apartitico.

È dunque in atto un duro braccio di ferro, uno scontro aperto che si fa violento, i due fronti non riescono a discutere un compromesso. Netanyahu, sostengono i contestatori, vuole imporre una dittatura che gli permetta di influenzare i giudici dei suoi processi ed essere sollevato dal rischio della prigione. Può sembrare esagerato, e forse lo è. Personalmente partecipo alle manifestazioni e le vivo come una rinascita della voglia di partecipare. Un inizio di speranza per un nuovo inizio nella politica israeliana.

Immagine di copertina: La protesta di sabato 11 a Tel Aviv vista dall’Azrieli Mall [da Twitter: Judy Maltz @MaltzJudy]

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La società civile israeliana sfida Re Bibi ultima modifica: 2023-02-13T13:10:49+01:00 da DAN RABÀ
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