Violenza sessuale. Riforma e Controriforma in Spagna

La recente “Ley Orgánica de Garantía de la Libertad Sexual” produce inaspettati ribassi di pena e scarcerazioni. Il testo è sotto accusa e il governo Sánchez si spacca e rischia la crisi. Dietro alla questione giuridica, al consenso come discriminante della violenza, è in gioco la definizione contemporanea dei diritti umani delle donne.
ETTORE SINISCALCHI
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La Spagna, recependo le più avanzate impostazioni legislative sul tema, ha recentemente varato una nuova legge sulla violenza sessuale che sta, però, determinando conseguenze inaspettate, come revisioni di pena al ribasso e alcune scarcerazioni. Effetti che stanno lacerando la società spagnola e i partiti di governo, mentre le opposizioni non si son fatte sfuggire un’arma da utilizzare contro l’esecutivo, e stanno mettendo in discussione il testo di legge.

La Ley Orgánica de Garantía de la Libertad Sexual, in vigore dallo scorso ottobre, ha avuto un percorso parlamentare lungo, più di un anno, e accidentato, con contese tra ministeri e tensioni tra i soci di governo, sino all’approvazione dello scorso agosto. Avversata perché, secondo i critici, vulnerava il diritto di innocenza, la riforma ha sortito, apparentemente, un effetto inverso, con la riduzione di alcune condanne già emesse, per il principio per cui al reo va applicata sempre la pena più favorevole per quel tipo di reato.

Come è possibile che una legge che vuole aumentare la tutela le vittime e il contrasto alla violenza sessuale porti a queste conseguenze? E, davvero si tratta di dati che descrivono un “fallimento” della legge?

Le questioni giuridiche sono sempre complicate e il dibattito politico, inseguendo dinamiche conflittuali, spesso non aiuta a orientarsi. Partiamo dunque dalla legge, che rappresenta un ribaltamento rispetto a un approccio legislativo nel quale la violenza sessuale è tale solo se agita con violenza fisica o minaccia di violenza, cioè presupponendo che la vittima resista quanto può fisicamente alla violazione. Un nuovo ribaltamento, perché non va dimenticato che, fino a pochi decenni fa, la violenza sessuale non era considerata un reato contro la persona ma contro l’onore o la morale pubblica — sul percorso spagnolo in materia, un veloce riassunto all’interno di un punto sulla vicenda specifica, lo fa su Publico.es José Antonio Martín Pallín, ex giudice del Tribunale Supremo spagnolo e membro della Commissione internazionale dei giuristi di Ginevra (International Commission of Jurists – ICJ) —.

Con la Legge Organica di garanzia integrale della libertà sessuale la Spagna, seguendo le indicazioni degli organismi internazionali, ha recepito un approccio che mette al centro della definizione di violenza sessuale il consenso, non la dimostrazione della coercizione e della violenza fisica. Il mancato rispetto del consenso, il non fermarsi davanti al “No” liberamente e in coscienza espresso in qualsiasi momento dell’atto, o praticare atti sessuali con una persona in quel momento non in grado di esprimersi in coscienza, è violenza sessuale. Per questo viene chiamata legge del Solo sì è sì.

Il testo è stato definito — citiamo dal bilancio di fine anno del ministero dell’Uguaglianza — con l’obiettivo di “adottare politiche efficaci, globali e coordinate tra le diverse amministrazioni pubbliche al fine di garantire la prevenzione e la persecuzione delle violenze sessuali, oltre all’impostazione di una risposta integrale specializzata per donne, bambine e bambini, in quanto vittime principali di tutte le forme di violenza sessuale”.

Non si tratta solo di un ribaltamento culturale — importante, coerente col fatto che non riteniamo più lo stupro un delitto contro la morale ma contro la persona — ma anche di un processo di evoluzione della legislazione e della pratica processuale che, in questo caso, discende dall’analisi delle dinamiche che si instaurano nei giudizi e, prima, nei processi investigativi per violenza sessuale, nei quali determinati approcci diventano strumenti distorsivi dell’accertamento dei fatti.

Tutti siamo pronti a credere che, come Santa Maria Goretti, difenderemmo fino alla fine la nostra virtù, meno facilmente possiamo immaginare cosa faremmo realmente se temessimo davvero per la nostra incolumità o per la vita. Ci stupirebbe, forse, come probabilmente stupisce sapere che — secondo la Macro inchiesta sulla violenza contro le donne, svolta ogni quattro anni dal 2011 all’interno del Piano di statistica nazionale — in Spagna solo il 25 per cento delle donne stuprate ha riportato conseguenze fisiche verificabili, come graffi, tagli o lividi, e solo nel 18,7 per cento sono state riscontrate lesioni genitali.

La persone preferiscono fingersi morte che morire, tentano di ridurre al massimo la sofferenza, di far sì che tutto finisca il prima possibile; possono essere scioccate, ammutolite, incoscienti, paralizzate, sottomesse; possono non essere in pieno possesso delle proprie facoltà, per uso, volontario o meno, di sostanze o per propri limiti o condizioni. Contrariamente a quanto si ritiene comunemente, la violenza sessuale non lascia per forza le sue tracce, anzi, le cifre ci dicono il contrario.

Come ci dicono che — citiamo dalla Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica, nota come Convenzione di Istanbul — “la violenza contro le donne è una manifestazione dei rapporti di forza storicamente diseguali tra i sessi, che hanno portato alla dominazione sulle donne e alla discriminazione nei loro confronti da parte degli uomini e impedito la loro piena emancipazione”. Una violenza che ha “natura strutturale […] in quanto basata sul genere, […] uno dei meccanismi sociali cruciali per mezzo dei quali le donne sono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini”. I dati del Rapporto 2021 sui crimini contro la libertà sessuale del ministro dell’Interno spagnolo, confermano quest’analisi: l’84 per cento delle vittime di violenza sessuale sono donne, il 96 per cento dei responsabili di delitti sono uomini.

Il ribaltamento di prospettiva — la violenza è tale se contrasta con la volontà della persona, o se questa non può esprimerla pienamente — già presente in diverse legislazioni, è da tempo inserito nelle indicazioni agli stati membri del Comitato CEDAW dell’Onu (United Nations Committee on the Elimination of Discrimination against Women).

Secondo un rapporto di Amnesty international, che si occupa del tema dal 2018, in quell’anno sei paesi dell’allora Ue a 28 avevano legislazioni basate sul consenso (Germania, Belgio, Cipro, Irlanda, Lussemburgo e Regno Unito). Oggi sono quindici su trentuno (in un panel che ha mantenuto il Regno Unito e aggiunto Islanda, Norvegia e Svizzera). Paesi Bassi e Svizzera stanno riformando le loro legislazioni; l’Italia non ha ancora intrapreso una riforma organica, limitandosi a emettere il Decreto-legge 93/2013, convertito con modificazioni dalla legge 15 ottobre 2013, n. 119. Il provvedimento, che presenta anche contenuti altri rispetto alla violenza di genere, come indicato nella relazione illustrativa del disegno di legge di conversione è diretto anche ad attuare la Convenzione di Istanbul, intervenendo sia sul Codice penale che sul Codice di procedura penale. La necessità di una legge organica è, però, resa evidente dalla giurisprudenza della Cassazione che, con diverse sentenze, ha iniziato da tempo a segnalare al legislatore inadempiente il cammino da percorrere.

La Convenzione di Istanbul impone alle amministrazioni pubbliche dei paesi firmatari di agire applicando una prospettiva di genere di fronte alla violenza contro le donne, che viene definita “una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione contro le donne, comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano o sono suscettibili di provocare danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica, comprese le minacce di compiere tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica, che nella vita privata”. Il legislatore spagnolo, in applicazione di questi impegni e principi, ha quindi eliminato la distinzione tra abuso e aggressione sessuale, considerando aggressione tutte le condotte che attentano alla libertà sessuale senza il consenso dell’altra persona. L’unificazione di tutte le condotte delittuose sotto la stessa fattispecie ha reso necessario abbassare i minimi di alcune pene, affinché i giudici potessero disporre di una “forchetta” più ampia da applicare al caso concreto nella determinazione della pena.

Da destra, la ministra di Giustizia Pilar Lop, la portavoce del governo, Isabel Rodríguez, e la ministra di uguaglianza, Irene Montero; fonte La Moncloa Flickr

Il 7 ottobre scorso, all’entrata in vigore della legge, i commenti sono improntati all’orgoglio. “Questa legge chiude una breccia esistente e equipara i diritti di tutte le vittime”, dichiara Victoria Rosell, Delegata del governo per la Violenza di genere. Del resto, la riforma era fortemente richiesta dalla società. Il caso de La manada (il branco), un orribile stupro di gruppo pianificato da un gruppo di ragazzi che venne inizialmente considerato in giudizio un rapporto consenziente, fu il punto di rottura. La sentenza suscitò un’enorme protesta sociale che culminò con la nascita di un vasto movimento di dissenso che, con lo slogan Yo sí te creo (Io sì ti credo), riempiendo le piazze spagnole, chiese con forza il “ribaltamento di prospettiva” e mise le basi per la scrittura della nuova legge.

Le manifestazioni nella primavera 2018 contro la sentenza per lo stupro di Pamplona

Nel diritto esistono dei principi giuridici generali, uno di quelli fondamentali è il principio del favor rei che sancisce, per esempio, il fatto che una persona non può essere giudicata se le condotte non erano considerate reato al momento dei fatti; o che se un reato viene cancellato, o se le pene vengono modificate in senso più lieve, il reo ha diritto di accedere alla pena più favorevole, o alla sua cancellazione in caso di abrogazione.

A novembre arrivano le prime notizie di revisioni di pena e giungono le prime due scarcerazioni. Lo sconcerto è enorme. I media non parlano d’altro. Le opposizioni attaccano il governo, le tensioni tra socialisti e Podemos, riesplodono. La ministra di Uguaglianza, Irene Montero, accusa i giudici di non applicare la legge e di essere guidati da una cultura machista; giuristi e esponenti del Pp accusano il governo di non aver ascoltato gli avvisi lanciati dal Consiglio generale del potere giudiziario (Consejo General del Poder Judicial, Cgpj, il Csm spagnolo) quando è stato interpellato nel corso del procedimento legislativo — solo dopo si verificherà che neanche il Cgpj si era accorto del problema.

A seguire la stampa, le accuse delle opposizioni, e anche le dichiarazioni di alcuni esponenti socialisti, il Vaso di Pandora è stato aperto: la legge ideologica voluta da Podemos genererà una sostanziale depenalizzazione dello stupro, i condannati usciranno in massa dalle carceri e ancor di più vedranno ribassate le pene. Le donne pagheranno il cinismo della sinistra che non ha voluto ascoltare gli allarmi lanciati da giuristi e organi della magistratura. L’allarme è generalizzato, martellante e continuo, per tutto il mese di gennaio la discussione è in palinsesto sulle ventiquattro ore.

Il movimento femminista, già lacerato — rapporto con le istanze LGBTQ+, col fenomeno della prostituzione, utero in affitto, sono le linee di faglia che lo attraversano —, assiste a quello che sembra un disastro. Governo, sinistre, istanze di lotta contro la violenza sessuale sembrano travolte da un fallimento che si sta manifestando sotto gli occhi di tutti.

Fare un bilancio aggiornato delle revisioni non è facile, ci rifacciamo al lavoro dell’emittente radiofonica Cadena Ser che ha raccolto e elaborato i dati dei Tribunali provinciali e Superiori di Giustizia di undici comunità autonome su diciassette. Al primo gennaio in Spagna, secondo dati del Cgpj, erano in carcere per delitti sessuali 4.023 persone, 3.964 uomini e 59 donne (il 7 per cento della popolazione reclusa che è di circa 56 mila persone, di cui 4 mila donne). Nelle comunità analizzate sono state riviste 750 condanne, con ribassi di pena in 270 casi (36 per cento) e conferme per 480 (64 per cento). Le scarcerazioni conseguenti ai ribassi, tutti inferiori ai due anni di pena, sono finora trenta.

Distinguere il grano dal loglio, spazzando dal tavolo inesattezze e errate o false ricostruzioni, non è facile. Il dibattito pubblico, per fortuna, è più ricco di visioni critiche rispetto a quello a compartimenti stagni delle fazioni politiche che, sulla legge, stanno facendo una resa dei conti. Con fatica, emergono analisi giuridicamente motivate. Oltre a José Antonio Martín Pallín, molto utile è l’analisi dell’ex magistrato e docente di Diritto, Miguel Pasquau Liaño, sulla nostra “rivista amica” spagnola Contexto, chiaro nello spiegare anche le difficoltà del “Diritto transitorio”. Entrambi, come concorda il dibattito giuridico generale, individuano il problema nella mancanza di una disposizione transitoria che espliciti che, qualora le pene inflitte precedentemente alla nuova norma fossero comunque comprese nella nuova forchetta, esse non possano essere sottoposte a revisione. Una parte delle pene sarebbe stata comunque rivista ma, come vediamo subito, questo di per sé non consente di giudicare la legge.

Sia Pallín che Liaño concordano su un punto: soluzioni non ce ne sono, e, soprattutto, introdurre modifiche peggiorerebbe la situazione. La legge va bene, non ha errori in sé. Gli errori sono altri. La mancanza della disposizione transitoria è l’errore tecnico più grande, incredibilmente sfuggito a ben due ministeri e al Cgpj. A questo si assomma non aver spiegato le conseguenze della legge, che si sarebbero verificati dei ribassi di pena ma che non avrebbero significato un cedimento, che sono effetti quantitativamente controllabili a fronte di un generale avanzamento degli strumenti di lotta alla violenza sessuale. Anche non aver affrontato pubblicamente, pedagogicamente, i limiti dell’esemplarità delle pene, presenta adesso il conto.

Il nervosismo cresce. Per Podemos non ci sono errori e comunque il ministero della Giustizia, ora retto da Pilar Lop e precedentemente dall’attuale giudice costituzionale Juan Carlos Campo, entrambi socialisti, ha dato il via libera alla bozza del testo senza segnalare problemi. Si susseguono ipotesi di riforma della riforma e, nella confusione, il confronto si avvita nei tecnicismi a celare un feroce scontro politico e culturale, la cui posta in gioco è il futuro della legge e dello stesso governo di coalizione guidato da Pedro Sánchez.

Il Psoe propone di modificare la legge. Podemos rifiuta, chiede che si approfondisca quanto accade e denuncia una campagna contro la legge. Le dichiarazioni si susseguono, in un’escalation conflittuale inversamente proporzionale alla qualità dell’argomentazione. Difficile pensare che il “maschilismo” dei giudici spiegasse l’applicazione di un principio di civiltà giuridica, eppure è la prima, e reiterata, reazione della ministra di Uguaglianza Irene Montero. Così pure, dire che nella proposta di modifica presentata dal Psoe non si vuole toccare il consenso, affermando contemporaneamente, come fa la ministra Lop, che “con una ferita è semplice dimostrare la violenza”, evidenzia estrema confusione o volontà di alimentare lo scontro. Cosa che accade, con la decisione del Psoe di presentare autonomamente una proposta di modifica della legge.

Il momento diventa critico. Per il Psoe il consenso non si tocca ma i minimi di pena vanno alzati, generando così però un corto circuito con le premesse della legge. Podemos resiste e il Psoe decide di presentare da solo la proposta, e chiede la tramitazione d’urgenza, ma vuole negoziarla coi soci di Podemos. Questi dicono che hanno inviato le loro proposte al ministero della Giustizia ma non hanno avuto risposta. A complicare le cose arriva la dichiarazione di Alberto Nuñez Feijóo che mette a disposizione i voti del Partido popular. Patxi López, portavoce socialista al Congresso, esclude nettamente l’ipotesi: “Non negoziamo col Pp perché non vuole la legge”.

Di come la situazione si stia avvitando si accorgono i partiti esterni alla coalizione che col loro voto hanno consentito il varo del governo Sánchez, la cosiddetta “coalizione dell’investitura”. Esquerra republicana de Catalunya, la sinistra nazionalista basca di EH Bildu, i valenziani di Compromís, la lista Madrilena di Más País, richiamano Psoe e Up “alla responsabilità”. Il Partido nacionalista vasco anche ma mette a disposizione i suoi voti per la proposta socialista. La coalizione dell’investitura si oppone al percorso parlamentare d’urgenza, che non trova i voti in commissione, e preme perché si arrivi a un accordo tra i soci di governo prima della discussione. Il testo di “riforma della riforma” arriverà in aula il sette marzo, alla vigilia della Giornata internazionale della donna.

La situazione sembra essere un vicolo cieco. Uno scontro che non può ottenere nessun risultato. Se anche la legge si modificasse inasprendo le pene — e quelle spagnole sono già tra le più dure dell’Ue — il principio del favor rei resterebbe valido, tarato sulle attuali quantificazioni, per tutti i reati già giudicati, e le modifiche sarebbero applicabili solo a quelli commessi dopo l’entrata in vigore del nuovo eventuale testo. Una disposizione transitoria emessa a posteriori, oltre che costituzionalmente incerta, sarebbe comunque tardiva, varrebbe solo per i reati successivi all’emanazione. Modifiche al testo e l’identificazione di nuove fattispecie aggravanti, il lapsus di Lop è indicativo, inclinano inevitabilmente il piano verso un ritorno alla dimostrazione delle prove fisiche dell’atto di violenza sessuale, abbandonando la centralità del libero consenso.

Per quanto Psoe e Unidas Podemos si affannino a dire che “la coalizione di governo non è in discussione”, a nessuno sfugge la gravità della situazione. Lo hanno ben presente la coalizione dell’investitura e la vicepresidente seconda Yolanda Díaz, che hanno fatto appello alla responsabilità per uscire insieme da una crisi di cui, al momento, non si vedono soluzioni.

Oltre ai difficili tecnicismi giuridici, in uno scontro politico in cui si può dire di tutto ricondurre nel suo letto il fiume di un confronto esondato in altri territori sembra operazione difficile. Nella confusione, nell’impossibilità di rimediare all’errore compiuto — la mancata disposizione transitoria —, il confronto assume ancor più le tinte di una vera guerra culturale, e dell’assalto definitivo al fortino del governo. La posta in gioco sembra, però, essere questa: cancellare il consenso e tornare indietro, riportare al centro le tracce fisiche della violenza, tornare all’immolazione del corpo della vittima nel tentativo di opporsi alla violenza sessuale nella definizione del suo ruolo di vittima.

Una dinamica non solo di destra e in cui la sinistra sembra subalterna a un’idea “giustizialista” di esemplarità della pena, e a un generale impoverimento dei termini della discussione, di per sé tendente a soluzioni simboliche, e reazionarie. Se la legge del Solo Sì è Sì è stata la Riforma che ha risposto al mutamento del concetto di violenza sessuale nella società, mettendo al centro il consenso, quanto accade sembra essere una Controriforma, la reazione al ribaltamento culturale.

Immagine di copertina: campagna di comunicazione dell’Osservatorio sulla violenza del Comune di Málaga

Violenza sessuale. Riforma e Controriforma in Spagna ultima modifica: 2023-02-16T16:37:10+01:00 da ETTORE SINISCALCHI
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